04 famiglia perversa Giorgio racconta 2
Così arrivò Marco. Era un adolescente di origini italiane, di quindici anni. Aveva sempre vissuto all’istituto dai tre anni in poi: i genitori avevano avuto un incidente d’auto e lui era stato l’unico a sopravvivere. Non c’erano parenti. Marco era un ragazzino a modo, potresti ricordarmelo: taciturno, timido, sempre con gli occhietti da furetto spaventato. Quando lo portammo a casa, Carlos era in visibilio.
Per i primi giorni tutto andò bene. Marco si ambientava, Carlos era praticamente la sua ombra, gli mostrava la casa, lo aiutava coi compiti, lo accompagnava a casa in autobus dopo la scuola e soprattutto davanti a lui faceva il bravo. Poi, a volte, mi raggiungeva qui nello studio e si faceva scopare a dovere.
Io e Lucrezia proseguivamo la nostra vita, finchè una sera, mentre andavo a dormire, passando davanti alla camera di Marco sentii dei rumori sospetti. Aprii la porta senza esitare e rimasi paralizzato: Marco e Carlos erano nudi nel letto e sembravano la pubblicità dei Ringo Boys, l’uno esile e scuro, l’altro pallido e castano. Erano avvinghiati a sessantanove. Il cazzo di Carlos affondava nelle labbra del fratello che mugolava come una cagnetta in calore, mentre l’altro gli pompava l’uccello e con due dita gli ravanava il buchetto.
Quando entrai si separarono sorpresi. Chiesi subito spiegazioni. Marco era mortificato mentre Carlos, come sempre, aveva la risposta pronta. Il fratello gli aveva chiesto cosa fosse la masturbazione, perché aveva sentito degli amici parlarne a scuola e naturalmente glielo aveva spiegato e Marco aveva voluto provare. Avevano iniziato segandosi insieme e poi a vicenda, ma naturalmente il piccolo demonio non aveva resistito di fronte al giovane cazzo del ragazzino. Va detto che era un bel pisello, grosso alla base e più sottile in punta, tozzo, di una bella circonferenza. Un giorno, mentre si toccavano, Carlos aveva chiesto al fratello se volesse provare qualcosa di speciale e gli aveva fatto il primo pompino. E così era continuata la scoperta dei reciproci corpi. Presto Marco aveva voluto assaggiare il cazzo e il sessantanove era diventata una pratica normale. Finchè, chiaramente, il demonietto non si era impalato sul fratello. “Hai visto come è grosso papi?” mi domandò stringendo quel pezzo di carne mentre mi raccontava delle loro esperienze e Marco aveva almeno il buon gusto di arrossire “Voleva provare e ho pensato fosse meglio che facesse certe esperienze con me, piuttosto che con qualche sconosciuto… Adesso vorrebbe provare a prendere anche lui il pisello nel culetto, e quindi sto iniziando ad allargaglielo come mi insegnò mio padre…”
Io ero basito, non sapevo cosa dire. Era oggettivo che non c’era violenza, che i due si stavano divertendo e che, a dispetto delle formalità, non c’erano legami di sangue, non si poteva chiamare incesto. E se pensavo alla mia adolescenza, dovevo ammettere che avevo fatto lo stesso con un compagno di scuola, col quale avevamo esplorato i nostri corpi per scoprire il piacere che potevano dare.
Alla fine non potei rimproverarli, annuii e ingiunsi a Carlos di non usare ortaggi per giocare col fratello, ma di prendere direttamente dai giochini miei e di Lucrezia. Li abbiamo sempre tenuti in un cassetto in camera che lui conosceva bene, visto che spesso li avevamo usati per giocare con lui.
Da quel giorno, una volta scoperti, i due adolescenti non provarono più a nascondersi. Giravano per casa mezzi nudi, si scambiavano bacetti affettuosi, avevano sempre le mani l’uno nelle mutande dell’altro. A cena dovemmo metterli uno di fronte all’altro, per evitare che passassero la sera a segarsi sotto il tavolo. Quado guardavamo la tv sembravano due serpenti avvinghiati, sotto le coperte e tutto quell’ormone, naturalmente non faceva altro che scaldare anche me e mamma.
Una sera, mentre Lucrezia era da una delle sue amiche per un festino tra donne, io stavo guardando la tv, quando Carlos e Marco comparvero accanto al divano: “Papi, marco vorrebbe chiederti una cosa” mi sussurrò con quel suo viso d’angelo. E Marco si mise davanti a me, si inginocchiò e mi posò una mano sulla patta: “Anche io vorrei giocare col tuo pisello, come Carlos!” Io mi voltai di scatto verso quel demonio. Ero furioso, doveva essere un segreto! Il nostro segreto! Ma quello iniziò con le sue moine, dicendo che non voleva avere segreti col fratello, che non c’era nulla di male e che era egoista da parte sua non condividere quel piacere. E mentre lui parlava, Marco mi stava già abbassando i pantaloni della tuta e strusciando il visetto sulle mie mutande, già gonfie per l’eccitazione… un po’ come te…»
Alec arrossì, mentre il padre gli stringeva il pisello duro e col pollice prendeva a massaggiargli l’uretra, complice una grossa goccia di pre sperma che ne era appena spuntata, strappandogli un gemito roco: «Bhe, puoi immaginare il seguito. Nel giro di poco eravamo tutti nudi, Carlos mi baciava, mi impugnava il cazzo e dirigeva il fratello che pareva gustarsi il suo dolce preferito. Me li trovai a rincorrersi con le lingue lungo tutta la mia asta, a succhiarmi un capezzolo a testa mentre con le manine mi accarezzavano dovunque. Presto non capii più nulla. Agguantai le chiappette di Carlos e ci infilai due dita facendolo guaire. Quando accarezzai il buchino di Marco, invece, lo trovai occupato. Dalla rosellina dilatata spuntava la fine di un dildo realistico col quale io e mamma avevamo giocato spesso. Fu Carlos che iniziò a lappare quel buchetto, mentre il fratello continuava a succhiarmi il cazzo e a estrarre l’oggetto, rivelando una voragine oscenamente aperta: “Hai visto come l’ho preparato bene, papi?” mormorò orgoglioso gettandosi su quel foro e riempiendolo di lingua e saliva, mentre Marco guaiva tra le mie gambe. Infine lo fece alzare e lo diresse verso di me: “Sei pronto, fratellino, ora puoi salire sul braccio di papà, vedrai come ti piacerà! Molto più del mio!” Così capii che quel satiro si era già scopato il fratello e ora. quasi fosse una iniziazione, lo offriva a me. Marco si mise a cavalcioni, tramante e diresse il mio cazzo verso il buchino umido e dilatato. Poi si calò su di lui. Fu più difficile di quanto pensasse e io lo lasciai fare, mirabilmente diretto da Carlos, che alle sue spalle lo stringeva, gli baciava il collo, lo incitava pizzicandogli i capezzoli, finchè il mio cazzo non forzò la poca resistenza scivolandogli dentro. Il ragazzino sgranò gli occhi con un gemito, poi Carlos scomparve e io sentii che con la linguetta lappava il punto in cui i nostri corpi si congiungevano. Presi Marco per i fianchi e iniziai a muoverlo piano, lui mi gettò le braccia al collo sospirando e gemendo. Quando iniziò a baciarmi persi ogni ritegno e iniziai a stantuffarlo. Sentivo quel corpicino vibrare mentre si stringeva bollente a me, finchè un cazzo non si frappose tra le nostre bocche: Carlos voleva partecipare. Lo succhiammo per un po’, quanto meno io, perché Marco era sconvolto dall’inculata e sbavava e gemeva, più che altro. Nonostante tutto, il suo cazzo tozzo sbatteva duro sulla mia pancia. Ad un certo punto il demonietto si sfilò dalle nostre bocche, si stese a gambe larghe sul divano e iniziò a masturbarsi il buchino con due dita, così mi venne un’idea. Mi alzai sfilandomi da Marco, che protestò sorpreso. Ma l’altro aveva capito, gli fece un cenno, si sputò su una mano insalivandogli il cazzo e poi lo guidò dentro di sé. Presero subito a baciarsi, avvinghiati e Carlos mosse le mani sul suo culo, inizialmente per tirarlo dentro di sé, ma poi per allargarlo. Gli entrai dentro in un colpo solo, strappandogli un gemito più forte e poi iniziammo a scopare. Carlos era scenico come sempre: guaiva, incitava, implorava. Marco era più silenzioso, preso tra l’ano pulsante del fratello e il mio cazzone che lo sfondava. Fu il primo a venire. Ad un tratto lo sentii grugnire, poi avvertii le contrazioni del buchetto e vidi Carlos spingere forte contro di lui limonandolo. Quando il cazzo gli scivolò fuori dal buco del fratello, questi si sfilò da sotto, lo scostò gentilmente e mi offrì il buchetto lubrificato dallo sperma di Marco. Gli entrai dentro in una unica spinta, facendolo inarcare. Lui mi mise le braccia attorno al collo e io finii a scoparlo così, in ginocchio sul divano, mentre il suo stesso peso lo faceva impalare su di me. La sua espressione era felice, estasiata di quella scopata, di aver condiviso col fratello il nostro segreto. Mi tolsi da lui, lo misi a pecora e gli tornai dentro, tirandolo a me, scopandolo come una cagnetta. E vidi Marco strisciare verso di lui e prendergli il pisello semimoscio in bocca. Ci mise poco a farglielo venire duro e poi a farlo sborrare. La cosa gli causò un orgasmo che fece stringere i muscoletti del culo e finalmente lo innondai anche io. Poi ci stendemmo stremati e io mi trovai i due puledrini appoggiati uno per spalla, che mi accarezzavano il corpo e mi ringraziavano dicendomi quanto mi volessero bene… Da allora non abbiamo mai smesso di scopare, né di adottare nuovi sfortunati. In questa casa il sesso non è un tabù, ma un piacere che rafforza inostri legami. Non c’è nulla di male, capisci?»
Alec scosse il capo, nonostante il cazzo stretto tra le cosce e la pesa del padre.
Giorgio gli rivolse un sorriso furbo: «Ti faccio una proposta. È quasi mezzogiorno, l’ora del mio martini speciale. Facciamo una scommessa. Facciamo un gioco, noi lo chiamiamo la fattoria. Per i principianti dura dieci minuti. Se in questo tempo non ti faccio godere, quindi non sborri, vinci tu e potrai chiedere ciò che vuoi, anche di tornare all’istituto o che nessuno ti tocchi più. Se vinco io però, resti, non protesti e io potrò chiederti un pompino.»
Alec sussultò, abbassando istintivamente lo sguardo sulla cappella viola e possente che spuntava tra le sue gambe, chiedendosi se gli stesse in bocca. Ci pensò un momento. Era già da un po’ che l’uomo gli toccava il pisello senza che lui venisse. Tutto questo era sbagliato e dunque l’idea della sfida gli parve buona. Dieci minuti senza sborrare e avrebbe potuto decidere di sé. Annuì convinto.
Giorgio sorrise e schiacciò un pulsante sul banco della scrivania. Dopo pochi istanti Hamed entrò nella stanza: «Signore?»
«Hamed, oggi sarà Alec a prepararmi il martini… Avvisa gli altri e portami i necessario», sentenziò Giorgio gioviale.
E allora Alec si chiese se non avesse fatto una cazzata.
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