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Gay & Bisex

05 Famiglia perversa, la fattoria


di xsea3
08.10.2026    |    104    |    0 9.2
"Il padre parve notarlo, perché, senza fermare le dita che gli ravanavano la rosellina ormai spampanata, con un gesto fluido, tirò il laccio che gli cingeva le palle sciogliendolo..."
Alec sentì il nervosismo aumentare quando Hamed ricomparve con un carrellino da bar sul quale campeggiavano una bottiglia di vermut, del ghiaccio, dei bicchieri, ma anche altri strani oggetti. Il padre putativo, che fino ad allora lo aveva continuato ad accarezzare in attesa dell’arrivo del maggiordomo, si alzò, facendolo scendere dalle sue ginocchia e raggiungendo l’uomo di colore, apparentemente indifferente all’enorme cazzo che ballonzolava tra le gambe del padrone. Gli passò invece degli slip scuri, che indossò serenamente, poi si rivolse ad Alec, afferrando una fascia di tela bianca pezzata di nero e facendogli cenno di avvicinarsi: «Il gioco è semplice, consiste nel mungere il latte della mucca per preparare il nostro speciale Milk martini! Chiaramente tu sarai la mucca!» gli disse sorridendo.
Alec stentava a credere a ciò che sentiva. La scommessa era chiara, lui doveva resistere dieci minuti senza venire e si era aspettato quindi una sega; a quanto pareva la questione era più articolata. L’uomo gli si avvicinò e fece per mettergli la benda sugli occhi e lui si scostò: «Perché quella?» chiese preoccupato.
«Fa parte del gioco, in questo modo non sarai distratto da ciò che accade attorno, ricordi? Devi resistere dieci minuti, se vinci tu, io non avrò il mio martini e tu potrai chiedere ciò che vuoi. Se vinco io, mi gusterò il mio cocktail prima di pranzo e poi potrò avere il mio lavoretto di bocca!» terminò la frase accarezzando col pollice le labbra morbide del ragazzo.
Alec non sapeva cosa dire e dunque lasciò che l’uomo gli coprisse gli occhi con la fascia e poi si lasciò condurre alla cieca.
Nello studio c’era un divano, dove Giorgio lo portò, aiutandolo a stendersi a cavalcioni di un voluminoso bracciolo imbottito. Poi, con gentilezza, gli prese il pisello, tirandolo oltre il bordo, in modo che sporgesse. Nel mentre Hamed si avvicinava col carrello.
Sussultò, sentendo le mani del patrigno accarezzargli piano le palle, poi prenderle, tirarle gentilmente strappandogli un gemito: «Non aver paura, ora ti metterò un piccolo ring attorno allo scroto e uno alla base del pisello. Serve ad aiutarti a non venire subito.»
Il ragazzo era inerme, mentre sentiva un laccio stringersi attorno alle sue palle. Non fece male, probabilmente era di stoffa morbida, ma la sensazione era strana. Quando il secondo laccio gli fu stretto attorno alla base del pisello guaì di nuovo, sentendo il proprio organo pulsare e gonfiarsi a causa della costrizione.
«Molto bene, mio piccolo vitellino, Hamed terrà il tempo e ti informerà col conto alla rovescia di minuto in minuto. Ora, poiché sotto al tuo pisello devo mettere un bicchiere da vermuth e non lo devi fare cadere, ti metterò delle polsiere alle caviglie che ti faranno tenere ferme le gambe.»
Alec non poté ribattere, perché sentì qualcosa in pelle e velcro avvolgergli una caviglia e poi l’altra, poi le mani gentili del padre divaricargli le gambe. Finì con tutto il peso sul bracciolo, perchè l’uomo agganciò a qualcosa quegli oggetti, costringendolo a stare a gambe spalancate; quasi quasi non toccava il pavimento. Sentì uno sgabello muoversi e immaginò lo posizionasse contro il divano per reggere il bicchiere. Si immaginò, prono sul bracciolo, completamente esposto, col pisello rosso per i lacci che spuntava sotto di lui, dirigendo la punta verso il bicchiere. Quel pervertito intendeva davvero bersi il suo seme? Era certo che non sarebbe stato un problema resistere, doveva assolutamente porre fine a quella assurdità, era finito in una gabbia di matti.
«Stiamo per iniziare. Hamed ti prenderà per i polsi, solo per evitare che tu ti faccia male, se ti agiti, magari cadendo dal bracciolo. Se qualcosa non va, basta dirlo. Chiaramente se vorrai fermarci lo faremo subito, ma la scommessa sarà considerata persa… Pronto?»
Il ragazzo sentì grandi mani cingergli i polsi e tirarli otre la spalliera. Strinse i pugni, mentre avvertiva il calore del corpo scuro vicino al viso. Inutile tirarla per le lunghe, annuì.
Si aspettava un assalto al suo pisello, ma Giorgio lo sorprese, con calma fece scivolare qualcosa di viscoso sulle sue natiche esposte e poi iniziò a spalmarlo. Era una specie di olio o di lubrificante che scivolava fresco sulla sua pelle, impiastricciandola tutta e rendendola viscida. L’uomo accarezzò e impastò gentilmente i suoi glutei, sfiorò con insistenza il solco e vi fece colare la sostanza, spingendola sulle palle tese. Alec gemette sorpreso di quanto fossero diventate sensibili. Poi il suo aguzzino iniziò a stendere la sostanza sul pisello, le cui vene pulsavano come non mai, producendo una sensazione tra il solletico e il piacere. Si muoveva con calma, rendendolo unto e sensibile, poi iniziò a passare col dito lungo tutto il tronco del cazzo, fino alla punta. Qui, con l’indice gli picchiettò l’uretra: «Mmm il sughetto comincia già a spuntare», commentò.
«Meno nove.» La voce di Hamed gli arrivò dall’alto.
La mano del padre si chiuse sulla cappella viscida ed iniziò a massaggiarla col palmo, strappandogli un gridolino. Poi, pollice e indice chiusi a cerchio, iniziarono a percorrergli tutta l’asta senza stringere troppo, eppure sollecitandolo. Alec cominciò a pensare che la vittoria non fosse così facile. Non vedere cosa accadeva, essere immobilizzato, in balia dell’uomo e del maggiordomo, acuiva tutti i suoi sensi.
Arrivato alla base del pene l’uomo avvolse le palle, massaggiando anche quelle col palmo, mentre col pollice raggiungeva il perineo, gonfio d’eccitazione, iniziando a premervi contro delicatamente e strappandogli un nuovo gemito: «Bravo il mio vitellino, senti quanto latte sta montando».
Alec cercò di distrarsi, di pensare ad altro, alle suore, alla scuola, al compito di matematica, ma Giorgio gli strinse improvvisamente il cazzo con la mano libera, iniziando una sega veloce, mentre con l’altra mano continuava a toccargli palle e perineo. Il ragazzo sentì il piacere travolgerlo: «Piano, piano!» implorò e quello accelerò.
«Meno otto!» sentenziò Hamed, stringendogli i polsi e tirandolo a sé, visto che aveva iniziato ad agitarsi.
Alec lottò, si concentrò e si ritrovò trascinato ad un punto di rottura in cui la sua mente diceva che doveva resistere e il suo corpo assecondava i movimenti dell’uomo per venire subito. Sentì l’orgasmo montare, il cazzo pulsare e…
L’uomo lo lasciò proprio mentre stava per esplodere: «Non ancora, vitellino, voglio che godi come non mai, che capisci il bello del sesso, che fai tanto, tanto latte per il mio drink!» sussurrò, prendendo ad accarezzargli le natiche in attesa che le sue gambe smettessero di tremare.
Alec era sotto shock. Poi l’uomo riprese a carezzargli piano piano l’asta, mentre con un dito gli solleticava il buchino. Il ragazzo si irrigidì subito.
«Mmm guarda come è già sudato questo buchetto, come pulsa voglioso… forse dovremmo raffreddarlo…» e mentre diceva questo, prese un ghiacciolo e iniziò a strusciarlo nel solco, strappando al ragazzo un gemito. Quando il cubetto si fu praticamente sciolto, ne prese un altro, con cui iniziò a percorrere tutta la verga bollente della vittima. Alec gemeva, travolto dalle sensazioni, da quel gelido contatto che sfiorava la sua uretra, il frenulo, la corona del glande, le sue vene e poi le palle, avanti e indietro, finché non fu sciolto e lui completamente fradicio.
«Meno sette!» la voce di Hamed era strana, meno neutra del solito. Il ragazzo voltò il viso e si trovò a sbattere contro un tessuto teso e morbido. Capì che il maggiordomo era in piedi, all’altezza del suo viso e che dunque gli era finito sul pacco. Si voltò di scatto, senza poter cancellare l’impressione di quella durezza, dell’odore di costoso bagnoschiuma mescolato a qualcosa di più selvaggio e sudato.
Ma non poté pensare ad altro perché, con suo orrore, il dito di Giorgio era tornato al suo buchetto, che ora accarezzava gentilmente, mentre con l’altra mano aveva ripreso a strofinargli la cappella. Il lubrificate aveva reso quella zona scivolosa e quando sentì premere gemette un “No” disperato.
«La mungitura passa da dentro, te l’ho già spiegato, Alec. O Vuoi rinunciare?» Era una domanda retorica, perché il dito dell’uomo era già tutto dentro di lui, piantato a fondo nel budello. Il cazzo diede un sussulto e quello iniziò a muoverlo piano su e giù e poi a ruotarlo: «Senti come sei bollente, un vero culetto voglioso!»
«Non è vero!» protestò Alec.
«Non si dicono le bugie!» lo rimproverò Giorgio e poi posò un cubetto sul pertugio.
«No, che fai?» Alec si dimenò, finendo di nuovo con la faccia sul pacco di Hamed. Questa volta affondò il viso nel suo inguine, sentendo distinto l’odore leggero di sudore e una protuberanza grossa e dura tendere gli slip.
Il cubetto scivolò dentro di lui, facendolo gridare e inalare ancora di quell’odore. La presa del domestico era salda sui suoi polsi. Il dito del padre spinse fino in fondo mentre la mano stringeva di nuovo il cazzo.
«Meno sei!» La voce del maggiordomo era roca e stava impercettibilmente strusciando il suo pacco contro la testa di Alec, che si era di nuovo voltato.
Sei minuti. Quella era una tortura si disse. Ce l’avrebbe fatta e sarebbe tornato all’istituto dimenticandosi di quei pazzi!
Il padre tolse il dito: «Ok, ora facciamo sul serio!» sentenziò.
Alec sentì altro liquido viscoso colargli sul solco, poi due dita puntare. Strinse i denti e si contrasse e l’uomo gli circondò le palle con il palmo della mano libera. Lo shock lo distrasse e le dita entrarono. Fu una cosa lenta, misurata con una angolazione specifica verso il basso. Credeva di capire dove fossero dirette. Gli tornò in mente la visita medica e poi il massaggio della sera prima, con il vibratore.
Ma questa volta l’uomo aveva il pieno controllo. I polpastrelli si mossero lenti dentro di lui, facilitati da tutto quel lubrificante, finchè non sfiorarono quel punto.
Alec gemette e il padre iniziò un lento movimento rotatorio, mentre con pollice e anulare sfregava contro le sue chiappe e sul perineo. Allo stesso momento ricominciò a segarlo.
Alec iniziò a dimenarsi, sopraffatto dalle sensazioni, sentì di nuovo l’orgasmo montare, il cazzo gonfiarsi, l’ano contrarsi, diede un grido e Giorgio lo lasciò estraendo le dita.
Il ragazzo tremava. «Meno cinque», sentenziò Hamed.
«Ti sta piacendo il gioco?» chiese la voce calda del padre.
«No!» gemette Alec.
«Bugiardo!» il commento spazientito fu sottolineato dalle dita che affondarono di nuovo dentro di lui colpendo la prostata. Ora l’uomo accarezzava solo la punta del pisello e con le dita disegnava cerchietti sulla ghiandolina, talvolta premendo un po’ più forte, altre muovendole alternate, come facesse segno a qualcuno di avvicinarsi.
Alec cominciò a non capire più nulla: tutto questo era sbagliato, vergognoso, terribile… ma anche incredibile. Sentiva di non avere più il controllo sul suo corpo, la sensazione quasi dolorosa era indescrivibile, intensa.
«Ti sta piacendo?» chiese ancora Giorgio.
Alec scosse la testa, finendo di nuovo sul pacco del domestico che questa volta lo premette deciso sul suo viso, strusciandolo e aumentando la sua confusione.
«I bravi bambini non dicono bugie! Vuoi sborrare?»
Alec diede un grido per un affondo più deciso: «No!» rantolò, sorpreso della propria tenacia, mentre il padre aumentava la stretta sul pene.
«Meno quattro!» Hamed ora non fingeva più indifferenza, lo serrava con forza, bloccandolo e gli premeva il cazzo teso attraverso gli slip sul viso o sulla nuca, a seconda della sua posizione.
Quattro minuti, si disse, ce la poteva fare. Le dita del padre premettero più forte sulla prostata, mentre iniziava a strusciargli col pollice il frenulo, l’istinto di eiaculare parve percorrere tutto il pisello, attraversargli le palle e l’ano e risalire fino al centro della testa: «Vengo!» gemette. Ma l’uomo tolse di botto le dita e gli serrò con decisione la radice del cazzo, bloccando le sue pulsazioni.
Alec si sorprese ad avere gli occhi umidi mentre tremava: «Oh mio dio, oh mio dio!» si sorprese a muovere il bacino, per arrivare all’orgasmo, per porre fine a quella folle agonia che lo stava catapultando in una realtà perversa mai immaginata.
«Vuoi godere?» la voce di Giorgio era gentile mentre gi accarezzava la schiena.
«Sì, ti prego!» gemette. Una parte di lui sapeva di non doverlo fare, ma il suo corpo tremava ancora.
«Così perderai…» l’uomo riprese ad accarezzargli il pisello. Le sensazioni crebbero immediatamente, andandogli alla testa annebbiandola completamente: «Non mi importa!»
«Allora ti sta piacendo?» le dita affondarono nel culetto ormai aperto, colpirono la prostata, iniziarono una pressione delicata, costante, crescente.
«Si, mi piace, mi piace!» Alec sentì una voce sbrodolante sgorgagli dalla gola, col sottofondo umido del suo buchetto ormai dilatato ed eccitato, una voce che non riconosceva come sua, che segnava la sua resa. Godeva e voleva di più, non gli importava del resto.
«E dopo avermi dato il latte, mi farai un pompino con gratitudine?»
«Meno tre» la voce di Hamed pareva arrivare da un altro mondo. Tre minuti erano troppi, troppi! Se non fosse venuto subito sarebbe morto, o impazzito, questo gridava il suo corpicino tremante: Alec non capiva più nulla, si era inarcato tutto. Il padre mollò il pisello facendolo gridare terrorizzato che non lo facessero arrivare in fondo: «Farò tutto! Farò tutto quello che vuoi, ma ti prego, fammi venire!» pianse.
E l’uomo non gli toccò il cazzo, invece si concentrò sul suo culetto, che ormai era un umido pertugio pulsante, premendo gentilmente e vibrando le dita.
Alec iniziò a gemere come un vero vitellino, contraendo l’ano attorno a quelle dita, cercando di andare loro incontro nonostante le polsiere che gli tenevano divaricate le gambe e la presa del domestico.
«Meno due.» Hamed aveva preso a strusciare il pacco con più forza sul suo viso. Alec non riusciva più a sottrarsi, muoveva il nasino contro quel tessuto morbido, bollente, pieno di cazzo, quasi lo aiutasse a soffocare i suoi gemiti incontrollati, che quel calore, quell’odore lo rassicurassero o, forse, aiutassero il suo cervello ad andare completamente in pappa.
Il padre gli accarezzava gentilmente l’interno delle cosce tremanti, solo sfiorando il cazzo teso all’inverosimile, quasi cercando di calmarlo, mentre, in palese contrasto, con le dita dell’altra mano gli martoriava la prostata con precisione, disegnando cerchi, premendo, vibrando e poi ricominciando da capo, ma più veloce.
Alec sentì qualcosa spandersi nel suo pancino, una sorta di calore. Una parte di sé pensò di aver superato una soglia, di essere arrivato troppo in là col piacere. Mentre il suo corpo vibrava, lui si sentì rilassato. Percepì un sottile filo di saliva colargli dall’angolo della bocca, andando ad imbrattare gli slip del maggiordomo. Il calore iniziò ad espandersi alle gambe, alla schiena. Il padre parve notarlo, perché, senza fermare le dita che gli ravanavano la rosellina ormai spampanata, con un gesto fluido, tirò il laccio che gli cingeva le palle sciogliendolo. Il sangue che riaffluiva gli strappò un altro grido. Subito dopo sparì quello alla base del cazzo.
Un’onda lo attraversò, spingendo quel calore in tutto il corpo, facendogli pulsare il pisello e contrarre il buchino come volesse succhiare le dita che lo violavano.
L’uomo gli afferrò la verga, dura come la roccia e la tirò indietro, per indirizzarlo al bicchiere. Poi spinse con decisione sulla prostata facendo vibrare le due dita in un massaggio folle.
Alec emise un grido gutturale, sentì una scossa percorrergli il culo, risalire il cazzo ed eruttare. Un fiotto di liquido trasparente spruzzò dal pisello, lungo, duraturo, potente: temette di essersi pisciato addosso, ma la cosa lo lasciò indifferente, perché un onda di piacere lo stava facendo tremare tutto, percorrendolo dalla punta dei piedi a quella dei capelli, così intensa da fargli temere che sarebbe svenuto, se solo avesse cercato di opporsi.
«Wow, hai squirtato!» si congratulò l’uomo meravigliato e fiero, estraendo di colpo le dita.
Alec era un terremoto, l’orgasmo prostatico lo aveva trascinato in paradiso, la presa decisa dell’uomo, tornata sul suo cazzo lo faceva impazzire, riportando lì la sua attenzione.
Giorgio strinse la nerchia, mosse la mano, diede quattro colpi decisi, indirizzando la cappella verso il bicchiere già bagnato dal liquido prostatico. Non servì altro. Il ragazzo si irrigidì, tendendo le gambe, oscillò il bacino per facilitarlo e con un gemito scomposto eruttò un fiume di sperma.
Alec non aveva mai provato nulla del genere: ancora stravolto dall’orgasmo interno, sentì le palle pulsargli fino quasi a fargli male, il cazzo tremare mentre pompava la sborra, facendo contrarre l’ano sensibile come un matto. Poi, finalmente, il seme sgorgò dalla cappella, attraversando il suo cazzo con scosse ritmiche. Un fiotto potente, un secondo e poi via via più deboli, mentre lui si lasciava cadere sul bracciolo, svuotato. Aveva goduto come non credeva possibile.
Giorgio continuò a segarlo, al ritmo dei suoi schizzi, e poi lo spremette con cura, per essere certo di mungere ogni goccia.
Alec avvertiva il freddo bordo del bicchiere sfiorargli la cappella, qualcosa di sé ricordava che quella era una perversione, ma il suo corpicino esausto reclamava solo il piacere di quell’esperienza.
«Uno…» mormorò Hamed, allentando la presa sui suoi polsi e facendo un passo indietro, lasciandolo di nuovo libero di respirare aria pura: «Martini pronto e scommessa vinta, signore.»
Sentì una mano grande e calda accarezzargli i capelli e scostargli la benda. Ci mise un attimo a mettere a fuoco il corpo statuario del domestico, con gli slip rossi gonfi da paura sul davanti e macchiati, forse di pre sperma o forse della sua saliva. Probabilmente di entrambi. Il padre putativo era accanto al domestico, un calice triangolare in mano sul cui fondo oscillava una sostanza bianca e densa entro la quale stava versando cubetti di ghiaccio e vermuth bianco. Gli occhi dell’uomo erano piantati nei suoi, mentre mescolava con calma e dava il primo sorso: «Magnifico!» mormorò estasiato.
Alec era distrutto, poi un applauso lo sorprese. Si voltò e vide, seduti contro la parete dello studio, almeno tre dei suoi fratelli addottivi che lo guardavano con invidia mentre si toccavano vicendevolmente i pacchi.
Chiuse gli occhi: aveva perso la scommessa, ma non tanto col padre, quanto con sé stesso. Quell’orgasmo aveva messo in discussione ogni cosa. Ora che era venuto, strane sensazioni lo percorrevano. Disgusto, svuotatezza, estasi.
Il padre lo accarezzò, mentre qualcuno gli liberava le caviglie: «Come stai?»
Quella gentilezza era smarrente: «Devo… succhiarti?» gemette arreso.
L’uomo rise, dando un altro sorso di liquore: «Non ora, sei stremato! Faremo con calma. Adesso riprenditi, vai a farti una doccetta, metti degli slip e poi scendi: tra mezzora si pranza!» poi si chinò e gli posò un bacio in fronte e una carezza sulla guancia.
Alec restò basito dalla gratitudine che provò per quei gesti.
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