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Gay & Bisex

0 Famiglia perversa - Alec


di xsea3
10.09.2026    |    170    |    0 9.0
"Andreas sembrava uscito da un college americano: alto pelle chiara, fisico da giocatore di rugby, capelli biondi pettinati con la riga in mezzo..."
Alec doveva andare nell’ufficio del direttore. Glielo aveva detto una suora e lui obbediva, con quel vago senso di inquietudine che gli davano tutte le novità: non ricordava di essere mai stato nell’ufficio al primo piano. Conosceva il direttore solo perché lo vedeva nelle occasioni ufficiali. Di solito non era un buon segno essere convocati, ma lui non aveva fatto nulla di male, che sapesse.
Alec non si sentiva particolarmente fortunato, ma nemmeno troppo sfigato: viaggiava in una grigia via di mezzo. Era orfano. Genitori mai conosciuti. Qualche anno in un orfanotrofio all’estero, il tempo necessario per capire che nessuno voleva adottarlo. Poi era venuto il tempo dell’affido. Una prima famiglia italiana lo aveva accolto. Era durato due mesi: la coppia lo aveva preso come salva-matrimonio, ma erano talmente in crisi che nemmeno un santo li avrebbe salvati. Aveva sperimentato così per pochi giorni una casa, una camera sua, la cena assieme… e non gli era piaciuto, visto che i due non facevano altro che litigare. Così era finito in quell’istituto. Una specie di grande casa famiglia, gestita dalle suore e da quel direttore. Le giornate erano tutte uguali: sveglia, colazione in refettorio, messa, via a scuola, pranzo, studio, lavoretti tipo pulizie od orto, messa, cena, letto… A quasi sedici anni gli sembrava di vivere in un mondo in bianco e nero. Studiava in un liceo senza grande entusiasmo, dormiva in una camerata con altri 15 ragazzi di varie età con cui parlava poco, sorvegliati di giorno dalle suore e di notte da un prete severo che russava parecchio. Parlava poco in generale, non si sentiva di avere nulla da dire. E quindi non capiva cosa volesse il direttore da lui.
L’ufficio era spoglio, come tutto, nell’istituto. Dopo aver bussato la voce poderosa dell’direttore gli aveva dato il permesso di entrare ed ora sedeva su una sedia scomoda e osservava l’omone dietro la scrivania.
«Alec, grandi notizie!» esordì mentre il ragazzo sentiva sciogliersi dentro un nodo: non era lì per qualche problema, a quanto pareva. «Tra qualche giorno compi gli anni e il destino ti ha fatto un regalo!»
Alec cercava di restare neutro perché non osava credere a quelle parole: non aveva praticamente mai ricevuto regali dagli umani, figuriamoci dal Destino!
«Sei stato richiesto in affidamento!»
Deglutì smarrito: l’unica esperienza avuta era stata disastrosa. Ormai era abituato alla routine dell’istituto, non che gli piacesse, ma almeno era certa. E ora doveva cambiare tutto? D’altronde il direttore aveva ragione, in teoria era una buona notizia: tra pochi giorni avrebbe compiuto 16 anni, significava che gliene restavano 2, poi ai 18 si sarebbe dovuto inventare un modo per sopravvivere, il che, studiando in un liceo, non sarebbe stato facile. Una famiglia affidataria, se si fossero trovati bene, avrebbe potuto sostenerlo: per una volta non sarebbe stato solo. E se invece fosse stato un altro disastro?
Ma il direttore era incurante dei suoi pensieri ed entusiasta: «I signori Colonna sono il meglio che potesse capitarti! Sono ricchissimi e non solo ogni anno vengono qui a scegliere un ragazzo in affidamento, ma soprattutto, tutti quelli passati da loro finiscono con il diventare adulti realizzati! Ormai sono anni che li conosciamo: è il loro modo di “sdebitarsi” col destino per ciò che hanno avuto, dicono. Prendono i ragazzi orfani dell’istituto e ne fanno degli uomini di valore. È una occasione unica e dovrai impegnarti per coglierla! Devi essere gentile con loro, obbediente ed ascoltarli. Ma non preoccuparti: nessun ragazzo è mai tornato indietro e, come ti ho detto, tutti sono diventati persone felici!»
Alec deglutì davanti a quella presentazione del suo futuro: gli pareva troppo bello per essere vero. C’erano poche formalità, gli spiegò il direttore: una visita medica per assicurarsi che stesse bene e poi doveva solo raccogliere le sue poche cose e la sua avventura sarebbe iniziata.
Tornò nella camerata in stato confusionale, si stese al centro del letto e rimase immobile a guardare il soffitto incredulo.

Non capiva bene il senso della visita medica. La notizia del suo affido era diventata pubblica e tutti lo invidiavano. Giravano praticamente leggende sulla famiglia Colonna: chi era passato da loro aveva cambiato vita. Sceglievano solo ragazzi intelligenti e prestanti, quindi poi i risultati che conseguivano questi erano un po’ frutto di doti di base, valorizzate dai genitori affidatari. I ragazzi passati da quella famiglia restavano molto legati tra loro e si ritrovavano spesso. Alec si chiedeva se questa volta si fossero sbagliati. A scuola lui portava a casa la sufficienza e niente più. L’anno prima aveva partecipato ad una gara interna del liceo (costretto dal prof di matematica); era una specie di test di logica ed effettivamente aveva avuto uno dei punteggi più alti: era stata la sua maledizione, da lì i prof non facevano che dire che aveva potenziale, ma non si applicava. Quanto alla bellezza… lui si sentiva una specie di straccio slavato: non era alto, non era muscoloso, non era… un sacco di cose. Aveva i suoi capelli biondi, la carnagione chiara, gli occhi azzurri, un viso regolare, ma era tutto lì. Riteneva di passare molto inosservato: a scuola o all’istituto, a volte, pensava che se si fosse messo contro una parete ad occhi chiusi sarebbe diventato invisibile. Quindi la visita lo preoccupava: se fosse venuta fuori anche qualche malattia latente il suo futuro si sarebbe infranto prima di iniziare.
L’iter era cominciato il pomeriggio dopo l’annuncio: Suor Costanza lo aveva portato in auto in un ambulatorio privato dove gli avevano fatto il prelievo del sangue. Il giorno dopo, secondo round per un check up completo: elettro cardiogramma, raggi, controllo dei nei…
Aveva fatto avanti e indietro per tre giorni. L’ultimo si era beccato pure un controllo urologico e della prostata. Non ci poteva credere: si era dovuto fare un clistere per essere bello pulito e poi, steso sul fianco sul lettino, un vecchietto gentile gli aveva infilato una sonda di dietro, con una telecamera per verificare lo stato della sua prostata. Era stato imbarazzante e strano, soprattutto quando, verso la fine della visita, il fastidio di quell’intrusione e di quella cosa che premeva dentro di lui su un punto che non sapeva di avere, aveva iniziato a farlo sentire… eccitato. Si era irrigidito, sentendo il suo pisello farsi semiduro, mentre il dottore continuava a muovere la sonda dentro di lui. Per fortuna proprio allora l’aveva estratta, gli aveva dato un fazzoletto per pulirsi il sedere dal gel e lo aveva congedato. Alec non sapeva granché del sesso: nessuno gliene aveva parlato e all’istituto la questione era un tabù e lui, come già detto non aveva amici. A volte si svegliava col birillo duro e non sapeva cosa farne, per cui pensava alla giornata monotona che lo attendeva e quello perdeva ogni entusiasmo velocemente, consentendogli di alzarsi e andare in bagno.
Comunque la notizia buona era che dai vari esami risultava in perfetta forma.
Così, il lunedì seguente, seppe, sarebbero venuti a prenderlo.

Il signor Colonna aveva una età indefinibile, alto, spallato, in completo, capello brizzolato, sguardo serio, sorriso gentile. Lo conobbe nell’ufficio del preside. Lui era già lì, seduto sulla sedia scomoda. L’uomo entrò con passo fermo, gli sorrise e gli porse la grande mano con cui gli diede una stretta decisa e asciutta. Per lo più parlarono lui e il preside, mentre Alec, quasi non fosse presente, lo guardava di sottecchi. Infine l’uomo firmò delle carte, diede la mano al preside e raccolse lo zaino in cui il ragazzo aveva raccolto le sue poche cose, come fosse vuoto, gli posò la mano calda sulla spalla e gli disse: «Andiamo!»

Alec era smarrito: il viaggio in macchina era stato breve, su un suv che a lui sembrava enorme. Il suo nuovo affidatario gli aveva parlato con serenità e autorità: «Bene ragazzo, le cose stanno così, voglio essere subito chiaro: ci saranno delle fasi. Il primo mese per ambientarci tutti. Tra trenta giorni verrà un’assistente sociale a casa e parlerà con noi e con te. Se qualcosa non va, torni all’istituto. Poi dovranno passare sei mesi. Poi ultimo controllo tra un anno. A casa ci sono, oltre a mia moglie, altri sei ragazzi, tutti più grandi di te: Marcus, il più vecchio ha 22 anni, è ancora con noi perché ha deciso di studiare medicina qui, anziché in un'altra città. Come ti avranno detto, ogni anno prendiamo un ragazzo nuovo. Lo facciamo da otre 20. Nessuno è mai tornato in istituto, non credo sarai tu il primo. La casa è grande e vedrai che ti piacerà, ma le regole vanno tutte rispettate, la disciplina è il primo requisito per una vita appagante. Ti insegneremo piano piano come fare. Ho visto la tua pagella, dovremo lavorarci: i nostri ragazzi sono sempre eccellenti, ma ti daremo una mano, non preoccuparti. Ora la prima regola: io sono Giorgio, mia moglie Lucrezia, ma vogliamo essere chiamati mamma e papà! D’accordo?»
Alec non sapeva che dire, di fronte a quel sorriso bonario, mentre l’auto imboccava un viale in una strada di campagna, dirigendo verso una enorme villa che lui non poteva credere fosse la sua nuova casa, così aveva solo annuito, ma l’uomo l’aveva redarguito: «Hai una bella voce, usala! Hai capito?»
E lui aveva risposto esitante: «Sì… papà» guadagnandosi un sorriso e una scompigliata di capelli.
Erano scesi, avevano salito dei gradini all’ingresso e un uomo alto e di colore, che pareva uscito da un film per quanto era impeccabile, aveva aperto la porta. “Papà” lo aveva presentato come Hamed, il maggiordomo. Nel salone d’ingresso Alec si era trovato schierati Lucrezia coi suoi sei ragazzi.
Anche la donna era molto bella, in tailleur scuro, tacchi alti, fisico longilineo e viso perfetto, pareva una trentenne anche se chiaramente doveva essere molto più vecchia. I ragazzi erano invece praticamente dei fotomodelli. Marcus, il più vecchio, doveva avere origini latine: pelle scura, fisico snello, folti capelli neri e occhi scuri, gli diede una stretta di mano evidentemente appresa dal padre putativo. Poi c’erano gli altri. Andreas sembrava uscito da un college americano: alto pelle chiara, fisico da giocatore di rugby, capelli biondi pettinati con la riga in mezzo. Nicolaj aveva origini russe, era piccoletto, capelli fini biondo cenere, occhi chiari, ma la camicia che indossava, perfettamente aderente al corpo magro faceva intuire che comunque fosse scolpito. Anche Alberto, sicuramente italiano, non era altissimo: capelli scuri e ricchi, sorriso gentile e aperto. Chang era orientale, coi tipici tratti, ma sembrava uno di quegli idoli di cui parlavano tanto le ragazze a scuola: viso perfetto, occhi a mandorla, capelli scuri pettinati alla perfezione. L’ultimo ero Diego, un ragazzo di colore, che nonostante avesse solo 16 anni, come lui, pareva molto più grande: il più alto di tutti, muscoloso e con un sorriso di denti candidi che parevano disegnati.
Le presentazioni erano state veloci, “mamma” gli aveva dato un bacio in fronte dandogli il benvenuto e poi Nicolaj era stato incaricato di accompagnarlo in camera sua. Camera sua, sì aveva una stanza tutta per sé e neanche tanto piccola. Ora era lì, al centro che si guardava attorno mentre il fratello acquisito gli poggiava a terra lo zaino: «Vedrai che tri troverai bene, mamma e papà ci sanno fare! Il primo periodo è difficile abituarsi a tutto, ma poi vedrai che sarai entusiasta!»
Alec non sapeva cosa dire ma proprio allora arrivò Lucrezia: «Bene Alec, intanto, di nuovo ben arrivato. Questa sarà la tua camera…» buttò un occhio distratto al suo zaino poi sorrise comprensiva: «Quello lo facciamo sparire nella cabina – e indicò un enorme armadio a parete. – Dietro quella porta c’è il bagnetto, ogni stanza ne ha uno. Non voglio sapere nemmeno che cosa c’è in quello zaino. Ti do mezzora per fare la doccia, poi andiamo a fare compere, non puoi andare in giro vestito così! Immagino che nessuno ti abbia mai insegnato a vestirti. Passeremo anche dal barbiere, già chiamato: hai dei bellissimi capelli ma tagliati così ti fanno sembrare un mocio per lavare i pavimenti…» lo disse in modo bonario e lui si limitò ad annuire.
Aprì la porta indicata e si trovò in un bagnetto piccolo ma a cui non mancava nulla: doccia, bidet, lavabo, specchio e water. Si spogliò e si mise sotto la doccia restando perplesso: a parte il soffione in alto, c’erano anche due tubi flessibili, uno terminava con una doccia normale, ma l’altro con un doccino stranissimo, lungo e sottile.
«Sai a che serve quello?»
Alec sussultò e per poco non scivolò nella doccia, mentre sulla porta del bagnetto lo fissava Chang coi suoi occhi a mandorla e il viso perfetto animato da un’espressione gentile. Cercò di coprirsi imbarazzato, ma il ragazzo pareva indifferente davanti alla sua espressione scandalizzata: «Siam tutti maschi, non ti imbarazzare. Non temere, so che la vita con le suore ci mette in testa tante cazzate, ma qui non ci sono stupidi tabù. Immagino che quello tu non sappia cos’è, sono venuto apposta a dirtelo, quando mamma mi ha detto che ti stavi docciando…»
Alec era senza parole, mentre Chang apriva la porta scorrevole della doccia, gli prendeva il doccino di mano e sorridendo gli faceva vedere come girare la manopola per farne uscire uno spruzzo di acqua: «Così si apre, vedi? Ha una forma ergonomica per essere comodamente impugnato con una mano ed è sottile e liscio di qua, così te lo puoi infilare nel buchetto per pulirti dentro.»
Finalmente Alec ebbe una reazione afferrando il polso del ragazzo mentre si dirigeva verso le sue chiappette sode: «Che cazzo fai?»
«Oh, vuoi fare da solo? Pensavo che per la prima volta ti servisse una mano. Scusa. Comunque te lo infili dentro, apri il rubinetto, conti fino a dieci. Trattieni e poi espelli. Almeno tre o quattro volte, finché l’acqua non esce pulita. Come dice una certa pubblicità: puliti dentro e belli fuori! Mamma e papà ci tengono un sacco, mi raccomando! Le prime volte è strano e può essere fastidioso, magari ci vuole un po’ per l’acqua pulita, ma poi diventa una buona abitudine.» gli lasciò il doccino in mano guardando l’orologio e continuò: «Mi sa che per una buona pulizia, se non lo hai mai fatto, non hai tempo, tra venti minuti mamma ti spetta giù. Bhè prova, così se hai dubbi sono qui per aiutarti e poi farai con calma», concluse passandogli il doccino.
Alec era incredulo, lo sguardo del fratello era inequivocabile, si aspettava di vederlo infilare quel tubicino nel suo buchetto. Gli tornò in mente la visita alla prostata: non aveva fatto male. Gli pareva una idea assurda, ma la casa aveva delle regole, fondamentali per restare lì anziché finire di nuovo in istituto. Per un attimo ci pensò: poteva mandare l’asiatico a quel paese, rivestirsi e tornare alla sua vita ordinaria. Ma cosa sarebbe stato? Il primo a rifiutare i Colonna, a fuggire da quella occasione. In fondo gli stavano suggerendo solo di pulirsi bene. Sospirò e portò la punta del doccino sull’ano. «Rilassati e spingi come se dovessi andare in bagno: lo aiuta ad entrare» lo incitò benevolo il fratellastro.
Alec obbedì, notando che il ragazzo parlava un italiano perfetto. Sentì il tubicino scivolare dentro di lui senza infamia e senza lode.
«Apri piano, così regoli il getto!» continuò il ragazzo sorridendo.
Obbedì e sentì l’acqua tiepida invaderlo e immediato l’istinto di espellere tutto. Fece per rimuovere l’intruso, ma la mano dell’asiatico si posò ferma sulla sua: «No, resisti! Conta fino a dieci, fallo con me! Uno.. due…»
Alec era paralizzato dalla situazione, quella mano ferma sulla sua, mentre faceva una cosa così imbarazzante, quel contare lento, quell’acqua che gli riempiva la pancia. Sentì una resistenza e poi il liquido correre dentro di lui, più su. Si spaventò, ma Chang sorrise: «Sette… non aver paura, è solo acqua!»
Quel viso perfetto e rassicurante lo smarriva; e poi, finalmente arrivò il dieci. Il fratellastro guidò il suo pollice a chiudere il rubinetto, poi delicatamente lo aiutò ad estrarre il tubo. Infine, lo scioccò posandogli due dita sul buchetto: «Non sbagliare, non buttare fuori subito. Fai respiri profondi, trattieni più che puoi, lascia andare solo quando ti pare impossibile resistere!»
A lui pareva già impossibile, ma quelle due dita posate nel suo punto più privato con gentilezza, ma fermezza, lo facevano esitare. Cercò di respirare, sentì la pancia muoversi, l’ano contrarsi, tentò di resistere appoggiandosi alla parete, poi finalmente Chang tolse le dita. E lui spruzzò l’acqua dal culo. E si sentì morire quando dopo il primo spruzzo uscì altro.
Si prese il viso tra le mani, pieno di vergogna e cercò di trattenersi. L’asiatico invece gli prese le mani e le scostò, prendendogli il volto tra le sue: «Non ti preoccupare, è normale per tutti, soprattutto all’inizio, non ti devi vergognare, è una cosa naturale e ora sai perché è bene lavarsi anche dentro. Stasera o domani mattina lo fai con calma, finché non sei pulito, d’accordo?»
Alec era smarrito, aveva annuito davanti a quella gentilezza e Chang lo aveva sorpreso posandogli un gentile bacio sulle labbra: «Bravo fratellino!» aveva mormorato prima di lasciarlo solo in bagno a pulirsi per uscire con “mamma”.


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