06 famiglia perversa. Il primo pompino
Alec sgranò gli occhi: si, era proprio così. Ricordava la carezza e il bacio in fronte del padre, poi più nulla. Si sollevò di scatto sul bracciolo, pensando al pranzo, a non fare tardi e il fratello adottivo balzò indietro colto di sorpresa: «Hey! Hey, succede dopo una mungitura, soprattutto delle prime! Quando l’ho provata io credevo di essere morto! Marcus dice che sono svenuto, ma a lui piace esagerare… Ti sei assopito solo un momento. Ti credo, con quello che hai sborrato… e lo squirt! L’ho visto fare solo a Chang e mamma! Sarai stremato! Vuoi che resto un po’ con te finché non ti sei ripreso?»
Alec si lasciò ricadere sul bracciolo su cui era stato martoriato come un vitellino, incapace di ragionare, di accogliere la simpatia con cui il ragazzo russo gli parlava di quelle esperienze.
Si prese due minuti per guardarlo, era alto più di quanto avesse pensato. Forse vederlo accanto ai fratelli così fisicati lo aveva fatto sembrare piccolo, ma la sua pelle diafana si tendeva su muscoletti ben disegnati: braccia con bei bicipiti, pettorali appena pronunciati ma ben delineati, tartaruga di tutto rispetto, cosce non grosse, ma definite… Era un bel ragazzo, con quelle labbra carnose, lucide e rosse da far quasi pensare che avesse del trucco addosso.
Alec si sentiva svuotato, svuotato fisicamente e mentalmente. L’eco di ciò che era accaduto pareva lontano nel suo cervello, ma tornò improvvisamente vivido nel suo corpo. Il buchino era ancora umido, sudato, allentato, ma soprattutto, la sensazione di quelle dita che lo violavano gli era rimasta dentro. Sentiva il retto pulsare ancora, la prostata, ormai tranquilla, un punto localizzato con precisione dentro di sé, le palle quasi dolorose per lo sperma prodotto, il cazzetto moscio.
Si sollevò piano, con la testa che gli girava. Le gambe erano indolenzite, tenute larghe da quei lacci. Certo, erano imbottiti, ma vide sulle caviglie dei segni leggeri. E poi lui si era dimenato. Si osservò i polsi arrossati dalla presa di Hamed: l’incrollabile maggiordomo gli aveva premuto il pacco in faccia senza ritegno, pur non abbandonando mai il suo ruolo. Se il cazzo che aveva visto al padre era enorme, cosa nascondeva quel bellissimo uomo di colore? Scosse la testa, come per tornare in sé.
Nicolaj lo sorprese, abbracciandolo alle spalle. Non strinse, lo avvolse solo con le braccia, posando il mento sulla sua spalla: «Sei tutto sudato… devi fare una doccia e mettere gli slip. Tra poco si pranza e ho sentito un profumino dalla cucina… secondo me abbiamo il pollo allo spiedo, io lo adoro!»
Alec era confuso, mentre si lasciava aiutare a mettersi in piedi e poi permetteva al ragazzo di dirigerlo fuori dallo studio. Sì, si era sbagliato, non era così mingherlino. Gli cingeva il fianco con un braccio e sembrava quasi sorreggerlo.
Lo condusse alla sua stanza e aprì la porta.
Alec si scostò: «Com’è?» chiese d’istinto. Qualcosa nel fratello lo tranquillizzava.
Quello sgranò gli occhi perplesso: «Cosa?»
Tossicchiò: «Succhiare… fare un…»
Nicolaj fece un sorriso sghembo e gli scompigliò i capelli: «Sei preoccupato per il premio di papà? Ascolta, qui hai visto qualcuno triste? È tutto un po’ strano, un po’ morboso, lo so. Io sono qui da tre anni, dalla seconda… All’inizio tutti siamo un po’ straniti… e chi se le aspetta ste cose? E poi ti chiedi: diventerò frocio? Cosa mi faranno? E sai la verità? Nulla, nessuno ti fa nulla. Vivi in una casa magnifica, magi bene e poi ci sono le serate, le uscite, i viaggi. Mamma e papà ci amano davvero, a modo loro. E anche noi… stranamente il sesso risolve tante cose: rivalità, incomprensioni… Poi come in tutte le famiglie ci sono i preferiti, quelli più presenti e quelli più distaccati. Io, ad esempio non è che sono sto fuoco di sessualità. Mi interessa finire il liceo e poi andare all’università, a Firenze, a studiare lettere. Però non nego che tutto questo mi fa stare bene. Certo, a volte ci sono le punizioni… Non fare quella faccia, nessuno viene frustato o picchiato, papà è fantasioso. Ma non sono mai gratuite. Qui nessuno ti obbliga, ma ogni cosa ha una conseguenza. Come le pasticche del mattino che ti sei preso come supposta. Vanno prese, in un modo o nell’altro…»
Alec si sentiva stracciato davanti a quelle parole: «Ma io non riesco!»
Nicolaj lo sorprese stringendolo a sé, i petti nudi premettero l’uno contro l’altro e così gli inguini, dove Alec sentì qualcosa di duro premere sulla pancia. Il fratello adottivo gli baciò una guancia: «Sei così tenero! A papà non si dice no! Si spiega il problema e si chiede aiuto. Oggi è stato un po’ brusco, perché sei nuovo e lui e mamma credono sia meglio chiarire subito le cose, ma sono sempre aperti ai nostri problemi. Ti aiuteremo! La Maca Nera è un ricostituente, certo, aumenta anche la libido e l’erezione, ma soprattutto concentrazione ed energia…»
Alec restò in quell’abbraccio, sorpreso lui stesso di quanto ne avesse bisogno: «Ma com’è succhiare un…» insistette, tornando alla sua domanda.
Il pisello di Nicolaj ora quasi spuntava dalle mutande per quanto era teso. Fu lui a separarsi: «Santo cielo Alec, scusami, è che mi fai proprio eccitare con questo tuo modo di fare! Non ti preoccupare! È una cosa bella. Ad alcuni piace da matti, ad altri meno, ma non è sicuro peggio delle bacchettate delle suore. Poi non è solo questione di fare qualcosa, ma di come lo si fa.»
Voleva replicare, chiedere, il ragazzo pareva così disponibile, ma quello gli mise l’indice sulle labbra in modo gentile: «Basta domande! Doccia, mutande e pranzo! Non vorrai perderti il pollo allo spiedo!» lo rimbrottò.
Alec non aveva mai mangiato un pollo allo spiedo, sentì un sorriso scappargli, si voltò e si diresse alla doccia.
Il pranzo fu qualcosa di surreale per lui. Tutti erano allegri, scapparono battute sul milk martini del padre, a cui tutti risero complimentandosi in qualche modo con il nuovo vitellino. Poi arrivarono i polli. Alec era incredulo, non aveva mai mangiato nulla di simile, carne bianca e sugosa, pelle croccane e salata, patate al forno scricchiolanti e saporite. E quella baraonda: i fratelli che parlavano tra loro ridendo, mamma e papà che si mandavano baci ai due estremi del tavolo. Una famiglia felice, mezza nuda, attorno ad un tavolo imbandito. Hamed stava in piedi in un angolo della sala, se un bicchiere si svuotava, compariva accanto al commensale, riempiendolo. Certo, spesso lo faceva appoggiando il suo corpo a colui o colei cui riempiva il calice. Una mano sulla spalla, il pacco avvolto di rosso contro la schiena, a Chang lo premette praticamente in faccia. Mamma, mentre le versava del vino bianco, glielo accarezzò distrattamente, come fosse un gesto gentile. E poi a volte c’erano sguardi strani tra i ragazzi, mani che guizzavano a pizzicare capezzoli o sotto il tavolo, ma tutto sembrava così normale…
«Allora, pisolino post prediale per tutti, direi», dichiarò Lucrezia alzandosi e stiracchiandosi nel suo completo in pizzo blu che lasciava molto poco all’immaginazione: «Poi chi ha bisogno di fare compere con me, al centro commerciale, gli altri restano con te, tesoro…» dichiarò ammiccando verso il marito.
«Io ho bisogno di quaderni per la scuola!» dichiarò Alberto.
«Io dovrei comprare un vestito per il party di mercoledì!» si intromise Marcus.
«Io resto a casa, devo fare ancora un po’ di compiti», dichiarò sereno Nicolaj.
«Anche io! So che papà deve riscuotere una scommessa, ma poi vorrei passare un po’ di tempo con Alec, magari lo aiuto per prepararsi per la scuola di domani…» disse Chang.
Alec sussultò a quelle parole, sembrava a tutti così normale che lui dovesse spompinare il padre? E Chang, cosa voleva?
«Mmm, io dovrei prendere delle nuove scarpe da calcio…» proseguì Andreas.
Giorgio si voltò verso il ragazzo di colore, coetaneo di Alec: «E tu, Diego?»
Il ragazzo si strinse nelle spalle con aria noncurante: «Io a posto, farei un po’ di palestra e poi un po’ di playstation».
Lucrezia sfoggiò un sorriso: «Bhe, questa settimana sei stato bravo, bei voti a scuola, puoi avere un’ora extra di playstation direi, che dici Giorgio?»
L’uomo sorrise: «Hai recuperato quel mediocre sei in biologia. Un otto secondo me merita un premio! Hamed, un ora extra di videogiochi per il ragazzo!»
Il maggiordomo annuì, mentre Alec ascoltava quella parola magica: “playstation”. Ne aveva tanto sentito parlare che gli sembrava una cosa mitologica. I suoi compagni di scuola ne andavano matti, ma lui non aveva idea di cosa fosse. Evidentemente, in quella casa, forse, lo avrebbe scoperto.
«Io ho delle cose di lavoro da fare. Sono quasi le due e mezza. Per chi resta, direi… riposino. Io alle quattro massimo mi metto al computer… Alec, vengo nella tua stanza alle cinque…»
Il ragazzo deglutì, mentre la madre, come fosse nulla, si agganciava: «Allora, per chi vuole fare compere, alle sedici nell’atrio. Chi arriva tardi resta a casa. Avete tutti cose diverse, dobbiamo sbrigarci se vogliamo prendere ogni cosa che serve. Buon divertimento a tutti!» così dicendo, superò il tavolo, arrivò vicino ad Alec, gli scompigliò i capelli chinandosi e gli sussurrò: «A te, in particolare, goditela!» e gli leccò scherzosamente l’orecchio, facendolo tremare.
Non fece in tempo a pensare, che si ritrovò solo nel salotto.
«Il signorino ha bisogno di qualcosa?» Hamed lo fissava sorridente, mentre raccoglieva i piatti.
Alec scosse il capo e si avviò verso la sua stanza ancora più confuso.
Si era steso nel letto, fissando il soffitto tra le coperte morbide come mai ne aveva provate. Aveva pensato che era tutto assurdo, confuso, difficile... Che il pisolino pomeridiano non lo voleva fare.
Così si era svegliato sentendo bussare. Fuori la luce era più bassa, e lui si sentiva impastato dal sonno.
Mentre la porta si apriva, si girò verso il comodino, su cui campeggiava una radiosveglia: le 17.00! Si era addormentato dopo pranzo ed aveva dormito come un ghiro.
Giorgio fece capolino nella stanza.
Lui sbiancò. Poi fece un respiro profondo, come un uomo che va al patibolo e, senza pensare, scese dal letto.
L’uomo avanzò fino a raggiungerlo: «Ciao dormiglione!» lo salutò con un sorriso gentile.
Alec deglutì, abbassando gli occhi sulle mutande nere del padre adottivo, già piene di cazzo. Poi, senza lasciare che i pensieri e le paure lo invadessero, si inginocchiò piano, arrivando con la faccia all’altezza del pacco. Deglutì di nuovo: aveva perso la scommessa. Non c’era molto da fare, meglio chiuderla subito.
L’uomo lo soprese facendo un passo indietro: «Che fai?»
Alzò gli occhi umidi, smarrito, pensando di aver già sbagliato: «Devo farti un… cioè… pensavo si facesse così…»
L’uomo lo guardò sorpreso per un attimo, poi scoppiò a ridere e si avvicinò, prendendogli il mento tra le dita: «Che sciocchino che sei! Così è una roba squallida! Noi non dobbiamo fare cose brutte, né forzarti, noi ora ci facciamo le coccole, tra le quali ci sarà anche il mio pompino. Al momento giusto e se accadrà!»
Alec era smarrito, mentre quello lo tirava in piedi e poi si dirigeva verso il letto, scostava le coperte, vi si infilava e poi allagava le braccia: «Avanti, cucciolo, vieni da papà che ti insegna a fare le coccole!»
Alec era confuso, smarrito, ma gli pareva di avvertire il calore di quell’uomo che lo attirava a sé come le sirene coi marinai. Si mosse piano, salì sul letto, si lasciò tirare su quel corpo bollente e poi avvolgere dalle coperte. Mentre appoggiava la guancia sulla sua spalla, sentendo il corpo pulsante avvolgerlo, gli parve che gli occhi si inumidissero di nuovo. Quell’abbraccio era solido, avvolgente, denso d’amore. Sentì dita corrergli lungo la schiena, si trovò ad accoccolarsi a cavallo di quella lunga e solida gamba pelosa, a poggiare la mano sul pettorale ancora sodo. Le labbra del padre si posarono sui suoi capelli e per un po’ fu solo questo. Dita che gli carezzavano la schiena, dal collo fino alle chiappe, pelle del petto sudata contro pelle asciutta di un torace rasato, il suo inguine a cavallo della gambona, il pisello del padre semiduro che premeva sulla pancia, l’altra mano che gli carezzava la testa, labbra bollenti che imprimevano a fuoco baci sulla sua fronte, facendolo sciogliere come neve al sole.
Poi sentì l’indice dell’uomo scorrere sulla spalla, sul collo, sul mento e sollevarglielo: «Hai mai dato un bacio?»
Alec sentì improvvisamente la salivazione crescergli. La risposta istintiva era no, ma la verità era che quell’uomo lo aveva baciato la sera prima, a tradimento, dopo avergli insegnato cos’è masturbarsi. Ma era chiaro che quello non contava. Non sentiva la forza di parlare, scosse la testa e Giorgio si chinò.
Sentì le labbra asciutte posare sulle sue un bacio leggero. Tremò impercettibilmente. Era bello. E l’uomo ne posò un altro, premendo di più. E poi un altro, più lungo, bocca asciutta, morbida, gentile. Il terzo fu più umido. Alec si sorprese a spostare la testa, per incontrarsi meglio. Scoprire quelle labbra socchiuse, sentire un po’ di saliva che avvolgeva le sue mandò una scossa al suo cervello, al centro. Poi una lingua gentile gli accarezzò l’ingresso. Fu naturale schiudersi. La punta della lingua lo leccò e si staccò gentilmente. Lui si protese senza volerlo. La mano sulla schiena continuava ad accarezzarlo e al contempo pareva tirarlo a sé. L’altra gli prese il volto, fermandogli la testa nella posa perfetta perché quella lingua grossa, adulta, gli leccasse la bocca e poi scivolasse in essa.
La testa del ragazzo pareva piena di nuvole. Troppi input: il corpo solido, grande, caldo e avvolgente sotto di sé, quella manona con dita lunghe che percorreva la sua schiena, scendeva, gli avvolgeva una natica sopra gli slip, l’altra, che gentilmente gli accarezzava la guancia, dirigendolo nell’angolatura giusta.
Quando la sua lingua sfiorò la propria, Alec parve rinvenire. Non lo aveva mai fatto! Come si faceva? Eppure, quella lingua non era insistente, ma delicata, gentile, pareva solleticare la sua, incitarla ad esplorare. La mano strinse il gluteo gentilmente, l’altra gli accarezzò il viso. Un brivido lo percorse, mentre si arrendeva, smetteva di cercare di fare la cosa giusta, esplorava l’esperienza. Iniziò a muovere anche la sua lingua, a cercare di capire cosa gli piacesse.
Giorgio sorrise, sentendolo sciogliersi, spinse di più, sfiorò la sua lingua, esplorò la sua bocca, lo lasciò giocare, timidamente allungandosi tra le sue labbra, lottando quasi, nell’assaporarsi, poi si scostò, godendo del suo sospiro: «Capisci? Non c’è fretta, non c’è obbligo, cucciolo, solo amore…» gli sussurrò.
Alec si irrigidì, ma il padre riprese a baciarlo, a giocare con la sua lingua, mentre le sue mani si infilavano sotto gli slip, accarezzando le lisce natiche nude, stringendole e scivolando nel solco sudato.
Il ragazzo parve tendersi, ma lui non smise di esplorarne la bocca con la lingua e, quando le sue lunghe dita iniziarono a strusciargli la rosellina con calma, gli prese una manina, adagiata sul suo pettorale e la spinse tra le gambe, dove il tessuto teso pareva esplodere sotto la pressione del suo cazzo.
Alec sussultò nella bocca dell’uomo, sentendosi spingere verso quel cotone teso, mentre le dita accarezzavano il suo buchino, direttamente, bollenti, scoprendolo umido, contro ogni sua intenzione.
Seguì l’istinto, strinse tra le dita quella verga dura e di nuovo ansimò in quel bacio lungo, che toglieva il fiato. Lasciò che il padre lo tirasse a sé, le gambe posate sulle sue, un braccio che gli teneva la schiena. Il bacio oscillava tra momenti famelici e sfiorate leggere in punta di lingua. Le dita continuavano a massaggiare l’ano sudato.
Non resistette, forzò gli slip e impugnò l’arnese. Gemette, senza volere, sentendo quel cazzo grosso, duro, pulsante nel palmo della mano. Era teso all’inverosimile, con vene imponenti, eppure liscio, vellutato. Strinse le dita attorno, cercando di segarlo.
Una falange lo violò strappandogli un gemito.
«Mi fermo?» sussurrò l’uomo sulle sue labbra, mezzo dito dentro di lui
Alec strinse quell’enorme pisello e scosse il capo, sciolto, incredulo dalla sensazione che provava: di essere accolto, amato, voluto, posseduto.
Il dito scivolò dentro di lui senza difficoltà e lui continuò a massaggiare quel cazzo, la lingua che esplorava la bocca dell’uomo, avvolto nel suo abbraccio di fuoco.
Era sul suo braccio, una mano gli reggeva la schiena, l’altra passava sotto le ginocchia per arrivare al culetto, muovendosi piano, delicato, al ritmo della lingua.
Poi il dito scivolò fuori, percorse il solco verso l’inguine, si fermò a massaggiare il perineo, mentre lil palmo premeva sulle palle e poi si infilò tra le cosce, accarezzando un cazzo duro. Il ragazzo sussultò, quando il polpastrello raggiunse il buchino bagnato, vi si soffermò. Poi l’uomo portò il dito alla bocca, separandosi da lui, posando la goccia di pre sperma teatralmente sulla lingua e rituffandosi a baciarlo.
Alec gemette, l’uomo si scostò, gli mise due dita sulle labbra. E lui le succhiò obbediente, desideroso. Poi Giorgio riprese a baciarlo, le dita corsero al suo solco, si posarono sul suo buchino pulsante e lui mosse il bacino, senza volerlo e le dita vi affondarono.
Fu il bacio a soffocare il gemito che accoglieva quella violazione, quelle lunghe falangi che una ad una scivolavano dentro di lui, lo aprivano, accarezzavano le pareti umide del suo interno, su, sempre più su, mentre lui si stringeva al cazzo.
L’uomo si staccò dalle sue labbra sorridendo: «Vuoi provare?»
Aleca abbassò istintivamente lo sguardo verso la sua mano avvolta su quel cazzone imperiale. La cappella era umida e gocciolante, credette di percepirne l’odore di pesce, di ormoni, di sesso.
Non disse nulla, mentre l’uomo sfilava piano le dita da lui, lo lasciava.
Si sentì attirato da quella verga. Scivolò su di lui, che apriva le gambe. Si trovò davanti a quel totem di carne, con gli occhi sgranati, mentre ne avvolgeva la base con entrambe le mani, per circondarlo.
«Annusalo… gli odori sono importanti. La pulizia è importante. Un vero cazzo sa di sesso, non di sporco», gli sussurrò accarezzandogli i capelli.
Alec era come ipnotizzato, si sporse verso il corpo pulsane di quell’arnese, vi posò il nasino, ispirò, percepì bagnoschiuma, sudore leggero, nulla più. Risalì con le narici, come attirato da qualcosa. Man mano che andava verso la vetta, l’odore si faceva più intenso. Qualcosa di sconosciuto e folle. Alla base della cappella violacea e tesa inspirò con tutto sé stesso. Lì c’era un odore indescrivibile, non forte e per questo più prezioso, umido, salato, con una punta di acidulo e di ormonale. Si sorprese a strusciare in naso come un drogato.
L’uomo sorrise e con la mano che gli accarezzava i capelli spinse giù: «I coglioni, senti quelli!»
Il ragazzo era un automa, ridiscese piano, mal volentieri, ma le grosse palle avvolte da quella pelle tesa e rasata erano più sudate, vi infilò il naso in mezzo, inalando, poi istintivamente si spostò, tra le palle e l’inguine. Lì l’odore di uomo era più forte, ma, soprattutto, strappò un gemito a Giorgio, indagando quel punto sensibile, così tornò alle palle e poi andò sull’altro lato, strusciando la punta del nasino con convinzione, aspirando e premendo, facendolo sussultare. E poi, qualcosa scattò dentro di lui: senza lasciare la base di quella verga pulsante, guizzò con la linguetta sull’inguine, sfiorando la coscia e le palle.
«Oh cazzo!» scappò all’uomo e Alec, senza esitazioni, ripeté dall’altro lato, stringendo la base del grosso cazzo mentre lo faceva.
«Le palle, ti prego, leccami anche le palle!» la voce di Giorgio era rotta, il piacere che ne trasse il ragazzo era indescrivibile, mentre eseguiva, triando fuori la lingua piena e cospargendo lo scroto di saliva.
L’uomo tremava e lui ne godeva, si sentiva di tenerlo in pugno, si sentiva gratificato come non mai.
Poi la mano sui capelli lo scostò. Il padre pareva aver ripreso il controllo di sé: «Baciami il cazzo! Baciamelo tutto!» disse. Non era chiaro se fosse un ordine o una richiesta.
Alec baciò le palle al centro, poi risalì verso la radice del pisello, e poi lo percorse di baci. C’era qualcosa di bello in questo, qualcosa di legato a restituire le coccole di prima, perfino le due dita in culo. Baciò calmo, godendo del calore pulsante sotto quella pelle tesa, finché non arrivò in cima. Là c’era ancora quell’odore, quell’afrore sconosciuto, intenso, sensuale. Baciò il frenulo, poi la cappella tutto attorno, cercando di assorbire sulla bocca l’umidità che custodiva quel profumo inebriante. Salì fino alla punta, di nuovo bagnata e qui il bacio non fu a fior di labbra. Fu quasi avvolgente. Sentì del salato insinuarsi sulla lingua: il sapore perfetto per quell’odore. E senza accorgersene schiuse la bocca. La punta della cappella gli scivolò dentro, grossa, piena, pulsante.
Giorgio gli asciò la testa e gorgogliò un suono di gusto mai sentito. E lui scese, avvolgendo tutta la punta di quel cazzo. Era grossa, ma aprendo bene poteva infilarla tutta, senza graffiarla coi denti. E gli piaceva! Pulsava, era tesa, continuava a stillare gocce salate sulla sua lingua. La succhiò piano, come una cannuccia, come un ghiacciolo, cercando di solleticare il filetto con la lingua, strusciando il resto sul palato.
Il padre pareva stranito, quasi tremante.
Istintivamente, mentre una mano segava il resto del palo, con l’altra iniziò a massaggiare le palle. Trovava così bello sentire il palmo della mano pieno di quei coglioni possenti. Spinse di più, la cappella arrivò a riempirgli la bocca, accarezzò con le labbra la parte finale dell’asta. Oltre non sarebbe andato. La sputò, poi a piene labbra cominciò a succhiare l’asta: non a leccare, a succhiare! L’avvolgeva tra le labbra, con la lingua l’accarezzava e nel mentre succhiava, come volesse fare un succhiotto. La percorse tutta da un lato, dall’altro, sbattendo il resto sulla faccia e poi al centro, fino a risalire e imboccare nuovamente la cappella.
«Oddio Alec, così amorose mio, così cucciolo, stai … facendo… impazzire… papà!»
Il ragazzo si sorprese, non aveva mai fatto nulla del genere, non aveva tecnica, solo… gli piaceva quella enormità pulsante in bocca, odorosa, salta e sugosa. Nicolaj aveva ragione, nulla di terribile, qualcosa di bello, si sorprese a pensare. Vedere il padre putativo, così sicuro di sé, smarrito per il suo fare, non di esperienza, ma di piacere, lo faceva impazzire.
Sentì che la verga iniziava a pulsare, qualcosa di atavico gli spiegò cosa volesse dire. Succhiò la cappella più forte, stringendo la manina sul tronco e accarezzando le palle.
«Cazzo! Cucciolo! Mi fai venire! Oddio, ti prego, se non vuoi bere, lasciala colare, ma non fermarti! Succhiami, succhiami fino in fondo, succhiai l’anima!» Giorgio pareva aver perso il controllo.
Questo eccitò di più in ragazzo, mosse la mano più forte, stringendo di più, accarezzò le palle, succhiò convinto e prese una decisione avventata: non si sarebbe staccato, avrebbe assaggiato quello sperma che il padre pareva tanto gradire da mescolarselo al martini.
Il cazzo pulsava ad un ritmo sempre più elevato, il pre sperma aumentava, bagnandogli la lingua, succhiò ancora, e un liquido denso gli innondò la bocca. Cercò di contenerlo, ma dopo il primo fiotto ne seguì un secondo, poi un terzo. Era troppo, lasciò che gli colasse dalle labbra, che scivolasse su quella lunga asta e gli impiastricciasse le dita con la sua saliva.
L’uomo gemeva contratto e muoveva il bacino a scatti, rendendo difficile gestire quel cazzone che continuava a pompare seme, ma lui non desistette, anzi, lo strinse più forte e continuò a succhiare, finché le pulsazioni diminuirono, e il bacino dell’uomo non si rilassò.
«O mio dio Alec!» gli mormorò Giorgio facendolo sentire davvero bravo. Il sapore che aveva in bocca era strano, acidulo, salato, ma non era questo a turbarlo… sembrava vivo, pizzicante. Non era disgustoso come temeva, nemmeno prelibato come sperava… eppure era... godurioso. Quando i fiotti finirono succhiò bene quanto riusciva, poi scese a leccare il resto. Il cazzo del padre ansimante era ancora duro e lui lo leccò, poi arrivò alle mani, impiastricciate e si leccò anche quelle. La sborra, mista alla saliva era più delicata, eppure continuava a pizzicare in gola come certe caramelle frizzanti che un giorno aveva provato a scuola, ma meno dolci, più salate, viscose, goduriose. Mentre ripuliva tutti i genitali di Giorgio, una lampadina si accese dentro di lui. Aveva il cazzo duro! Lo afferrò, ma fu preso per le ascelle e tirato su. Sorpreso si ritrovò la lingua del padre in bocca. Un gemito gli sfuggì, mentre lo rovesciava sul materasso. L’uomo incombeva su di lui. Sentì un dito violarlo a fondo, quasi brutalmente.
«Segati!» ordinò iniziando a baciarlo.
Alec obbedì travolto. Il sapore dello sperma che si mescolava sulle lingue, il dito che gli ravanava il culo, la propria mano che correva sul cazzo, lo sconvolgevano. Poi l’uomo gli torse un capezzolo con la mano libera. Gemette nelle sue labbra. Il dito affondò sfiorando la prostata. Puntò le gambe sul letto, si inarcò, gridò nella bocca di Giorgio ed eruttò tre fotti di sperma così potenti da bagnargli il mento.
L’uomo estrasse piano il dito, passò la mano sul pancino imbrattato, la portò alla bocca assaporandolo e poi lo baciò.
Alec era sconvolto, ma Giorgio rallentò il bacio, prese a carezzarlo, lo tirò su di sé. Finirono a cucchiaio.
L’uomo gli strofinò il viso sulla nuca: «Ti amo, bambino mio, spero resterai con noi…» gli sussurrò avvolgendolo nel suo più tenero abbraccio.
Pochi secondi dopo, il suo respiro profondo trascinò anche Alec nel sonno, ancora con in bocca il sapore del padre misto al suo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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