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Gay & Bisex

03 Famiglia perversa Giorgio Racconta 1


di xsea3
06.10.2026    |    69    |    0 8.0
"Finché una sera, che Lucrezia era al lavoro, mentre facevo la doccia non si infilò in bagno..."
Nota doverosa: questo è un racconto di fantasia, in cui sono inventate cose disdicevoli. Voglio sia chiaro che non le avvallo in nessun modo e che sono solo funzionali alla storia. La fantasia è tale. Nella realtà ci sono cose inammissibili!


Corse in corridoio, sbattendo la porta inseguito dai gemiti strozzati di Alberto che mugolava e dalle parole confuse di Andreas che pareva preoccupato per lui.
Imboccò le scale e a mezza strada incrociò Giorgio che saliva. Sgranò gli occhi spaventato, voleva stare solo, riordinare le idee, forse pensare ad un piano di fuga. Ma l’uomo lo vide sconvolto e lo afferrò prima che potesse cercare di evitarlo: «Hey, hey, pulcino, che succede?» domandò stringendolo a sé senza fatica, nonostante tentasse di dimenarsi.
Alec era in preda ad una crisi isterica: «Voglio andare via! Voglio andare via!» gemeva, mentre l’uomo, completamente nudo, lo stringeva nel suo abbraccio premendogli i pettorali sul viso. Lo sollevò senza fatica, praticamente trascinandolo per le scale, imboccando il corridoio da cui era fuggito ed entrando in una stanza. Poi lo lasciò: «Si può sapere che ti prende?» chiese con tono tra il preoccupato e il severo.
Alec si trovò al centro di uno studio: le pareti coperte di librerie colme di libri, una enorme scrivania in legno scuro con davanti due sedie e dietro una enorme poltrona. La finestra dava sul giardino da cui salivano gli schiamazzi degli altri abitanti della casa, incuranti del suo turbamento.
Giorgio avanzò e lui retrocedette: «Alec, vedi di calmarti, qui nessuno vuol farti male, spiegami cosa è successo! Se qualcuno ti ha maltrattato ci penso io a metterlo a posto!»
Quando sentì il bordo della scrivania battergli sulla schiena, come un animale in trappola prese a tremare e l’uomo lo riavvolse nel suo caldo abbraccio. Lui cercò per un attimo di scappare, ma poi le bollenti braccia dell’uomo ebbero la meglio. Tremò leggermente e scoppiò a piangere.
Il padre putativo lo strinse forte a sé, avvolgendolo col suo calore, accarezzandogli i capelli e portandolo con sé oltre la scrivania. Lo prese in braccio come un fuscello, se lo adagiò sulle gambe nude e lo coccolò finché non si calmò.
Alec si ritrovò sulle sue ginocchia, col viso bagnato di lacrime affondato nel collo e le braccia sulle spalle. Quando i singhiozzi si calmarono, divenne improvvisamente cosciente di tutto: l’odore di dopobarba di Giorgio, il suo corpo nudo che premeva contro il proprio, le sue grandi mani che gli accarezzavano la schiena e il collo, qualcosa di morbido, adagiato tra le cosce dell’uomo e le sue natiche lisce. Fece per scostarsi, ma lui lo tenne su di sé: «Allora, cucciolo, ora che ti sei sfogato, vuoi dire a papà cosa è successo?»
Lui tirò su col naso e si scostò per guardarlo in faccia: «Andreas mi ha portato in camera sua per farci una sega…» iniziò incerto.
Giorgio annuì: «Immaginavo, quando l’ho visto prenderti per mano in piscina, ma se non volevi bastava diglielo, qui nessuno osa essere violento! O ti ha costretto?» un lampo passò negli occhi grigi dell’uomo.
Alec scosse il capo imbarazzato: «Non è questo… poi è arrivato Alberto…»
«E dunque? Una bella sega di gruppo?» chiese l’uomo.
Il ragazzo era smarrito da quella naturalezza, sarebbe bastata quell’idea a mandarlo ai pazzi! Eppure l’uomo sembrava rasserenato dal racconto.
«No, cioè sì, ma poi… Alberto… si è… seduto su Andreas!» lo disse tutto d’un fiato, un po’ sentendosi colpevole di tradire i due ragazzi, un po’ ancora sotto shock.
L’uomo scoppiò a ridere: «Ed è questo che ti ha tanto spaventato? Ma che sciocchino sei? Col culetto si può provare tanto piacere, Alberto in particolare è molto sensibile ed elastico, prende calibri anche grossi quasi senza un gemito! E comunque con quel suo bel pisello fa godere tutti i tuoi fratelli, quando è in vena!»
Alec si alzò scioccato, non senza notare che a quella confessione il pisello di Giorgio si stava allungando tra le sue gambe: «Ma cosa dici!?! È una cosa da froci! E poi tra fratelli? Ma siete tutti matti qui?»
L’uomo si alzò, era imponente rispetto all’adolescente, gli puntò un dito contro con ferocia: «Hey, attento a come parli dei miei figli! Intanto essere gay non è un delitto, e non ti permetto di usare quel termine in casa mia! Poi Alberto e Andreas non stavano facendo nulla di male! Si vogliono bene, sono giovani e gli piace il sesso! Immagino i tabù che ti hanno inculcato in quel postaccio, ma se non badi bene a come ti comporti, ti ci riporto io immediatamente!»
Alec era basito, com’era che improvvisamente era lui quello cattivo? I due fratelli scopavano insieme e quell’uomo non aveva nulla da dire?
Giorgio ammorbidì l’espressione con un sospiro: «Dai, Alec, vieni qui, parliamo un attimo seriamente!» gli disse tendendogli la mano.
Il ragazzo era confuso, si avvicinò, lasciando che le lunghe dita dell’uomo avvolgessero la sua manina e lo tirassero di nuovo in braccio.
«Il sesso non è una cosa brutta, fa bene, rilassa, aiuta a sfogarsi e rafforza i rapporti. In questa casa tutti scopano tra di loro. Non è un obbligo, ma un piacere al quale puoi prendere parte o meno, secondo le tue preferenze. Tutti i tuoi fratelli adottivi hanno imparato a godere sia col pisello che con il culetto e questo perché noi maschi, fisiologicamente, possiamo provare piacere con entrambi! Questo non li rende gay. Andreas ha avuto una ragazza per tutto il liceo, l’abbiamo anche conosciuta. Purtroppo si sono lasciati lo scorso anno. Molti dei ragazzi che abbiamo cresciuto, oggi sono sposati. Alcuni invece sono gay, ma questo è irrilevante: ciò che conta è che sono felici!» Gli occhi grigi dell’uomo lo fissavano gentili, mentre, accarezzandogli la schiena spiegava il suo punto di vista.
«Ma siete una famiglia!» protestò il ragazzo.
Giorgio rise: «Certo! Ma adottiva! Non c’è un vero legame di sangue! È per questo che facciamo sesso liberamente tra di noi, crea una intesa maggiore, rafforza i nostri rapporti! Ascolta, ti racconterò come è iniziato tutto! Circa vent’anni fa, io Lucrezia eravamo due giovani sposi fortunati: non solo la mia e la sua famiglia sono ricche, ma entrambi avevamo un bel lavoro e ci amavamo. Inoltre, ci eravamo trovati anche nei nostri gusti sessuali particolari: siamo entrambi bisessuali, molto a nostro agio col corpo e col sesso. Abbiamo organizzato di quei festini in questa casa… Ci mancavano solo dei figli e abbiamo scoperto di non poterne avere. Avevamo pensato di adottare, ma la procedura era lenta, finchè un nostro amico non ci propose l’affido. Sapevamo dell’istituto per orfani da cui vieni, così un giorno avviammo le pratiche e nel giro di poco ottenemmo il primo ragazzo. All’inizio doveva essere solo un’esperienza, mentre le pratiche per l’adozione di un bimbo venivano avviate. Hai presente Carlos Sánchez Colonna?»
Alec, preso da quel racconto e non meno dalla naturalezza con cui l’uomo gli accarezzava la schiena gentilmente, sgranò gli occhi: parlava di quel Carlos? Uno dei più famosi imprenditori d’Italia, spesso sui giornali ed in tv, perché di recente si era messo in politica.
L’uomo sorrise, vedendo che sapeva di chi parlava: «Lui fu il nostro primo ragazzo! Quando lo accogliemmo in casa aveva solo quindici anni. Sembrava un pulcino smarrito come te, di origini peruviane, una specie di Mowgli del Libro della giungla, tutto occhi neri e lisci capelli scuri tagliati a caschetto. Facemmo del nostro meglio per accoglierlo e lui si trovò subito a suo agio. Ma quello era un diavoletto travestito da angelo. Una sera, mentre io e Lucrezia stavamo trombando, lo sorpresi a spiarci dalla porta socchiusa, mentre si tirava una sega.
Il giorno dopo andai a parlargli, convinto, come te, che fosse un problema. Mi scusai per aver lasciato la porta aperta e cercai di parlargli del sesso, e quello mi sorprese mettendosi a piangere e abbracciandomi stretto, dicendo che mi voleva bene e che gli dispiaceva aver spiato, ma che io e mamma eravamo troppo belli quando scopavamo. Disse proprio così “scopavamo”. Io ero basito, ma lui prese a strusciarsi su di me. Quel corpicino esile, seduto sulle mie ginocchia come te, che si stringeva a me, nonostante i miei buoni propositi, non poteva lasciarmi indifferente. E quel demonietto iniziò a strusciare il nasino sul mio collo, dicendomi che avevo un buon profumo, che si sentiva al sicuro tra le mie braccia e altre smancerie. Io ero impreparato a quel comportamento e, inevitabilmente, il mio pisello iniziò ad intostarsi, come ora, mentre te lo racconto.»
Alec ripiombò nella realtà, realizzando che il biscione del padre stava premendo caldo e semiduro sulle sue gambe, mentre la mano era scivolata piano piano, arrivando al suo culetto che accarezzava a pieno palmo. Arrossì violentemente, ma l’umo continuò come nulla fosse, con gli occhi carichi di libido: «Allora, naturalmente, nessuno girava nudo per casa, eravamo entrambi vestiti, ma quel demonietto, sentendo i miei pantaloni gonfiarsi, iniziò ad oscillare il culetto e ad accarezzarmi attraverso la camicia, sussurrando che mi voleva bene, che ero il suo papà adorato e che voleva farmi stare bene. La sua manina scura si infilò tra i bottoni e iniziò ad accarezzarmi il petto e prima che me ne accorgessi mi trovai quelle labbra carnose a premere sulle mie. Le ditina serpeggiavano sul mio petto e arrivarono a tittillarmi un capezzolo. Smarrito dalla situazione schiusi le labbra in un gemito sorpreso e quel maialino mi infilò la linguetta guizzante in bocca. Ero come paralizzato, mentre lui, con l’altra mano, affondava nei miei capelli, tirandomi a sé e muovendo il culetto sul mio pacco gonfio da scoppiare.
Quando si staccò per riprendere fiato ero completamente sotto shock: “Carlos, ma che diavolo ti è preso?” gli mormorai. E lui, con il candore di un pulcino, mi rispose che mi voleva bene, ma che era invidioso della mamma che poteva fare l’amore con me. Ora, devi sapere che lui era arrivato all’istituto da poco più di un anno. Ci avevano detto che era stato portato via dal Perù dalla madre che poi era morta. Quello che nessuno sapeva, e che lui mi rivelò, era il perché: il padre era un contadino, non amava la madre e l’aveva sposata solo perché rimasta incinta di lui. Non era un uomo fedele, talvolta la picchiava, ma lei sopportava per far crescere il figlio… finché non scoprì che il padre si divertiva anche con lui…»
Alec sobbalzò, non solo perché il pisello del padre aveva dato un sussulto a quella frase, sfiorandogli le gambe e lasciando una piccola traccia umida, ma soprattutto per il terribile racconto.
Giorgio annuì comprensivo della sua espressione sorpresa e proseguì: «Me lo raccontò quel giorno, mentre la sua manina esperta scendeva lungo la camicia e si posava sul mio pacco. Quando aveva dieci anni e la madre era al lavoro, era entrato in salotto e aveva trovato il padre in mutande sul divano che guardava la tv. Gli si era seduto accanto e il pervertito lo aveva abbracciato. Era sempre stato gentile con lui. Faceva caldo, erano entrambi in slip e il contatto con la tenera pelle del ragazzino aveva fatto dare di matto a quel porco. Il cazzo gli si era indurito e vedendo che il figlioletto lo fissava, gli aveva chiesto se voleva vederlo. Carlos aveva annuito e il padre lo aveva accontentato: “Il pisello di papà mi piacque subito! Era così grande rispetto al mio!” mi disse quella troietta, strusciandosi su di me e stringendo la mia erezione. Poi scivolò giù dal mio braccio. Sapevo di dover fare qualcosa, di dover fermare tutto, ma quella sgualdrina, a soli quindici anni, ci sapeva fare. Senza che potessi fiatare, iniziò a sbottonarmi i pantaloni, poi infilò le ditina sotto le mutande e mi tirò fuori il cazzo. Io sussultai, ma non potei dire nulla, perché il ragazzino aveva una espressione di tale ammirazione che ne restai smarrito: “O Dios! È molto più grande di quello di papà!” mormorò avvicinando il viso e scappellandolo: “Ha un odore così buono” chiocciò e poi se lo cacciò in bocca!»
Alec sussultò perché il padre adottivo, mentre raccontava quell’avventura da galera, notando che il suo cazzo si era indurito, glielo aveva afferrato e iniziato a segare: «Hey, che fai?» protestò.
L’uomo alzò gli occhi al cielo, poi gli aprì le gambe, lasciando che il suo pisellone spuntasse in mezzo.
Alec rimase imbambolato, credendo di capire Carlos: il cazzo che spuntava tra le sue cosce pallide faceva impressione: poteva arrivare a poco meno di trenta centimetri, con una circonferenza che lui non credeva avrebbe potuto circondare con la mano. Era dritto, come quello di Alberto, ma con una cappella a fungo simile a quella di Andreas, grossa, tesa e lucida di pre sperma. Gli pareva di sentirne l’odore, qualcosa di intenso, muschiato, simile al pesce, ma con una punta di acidulo. Le vene pulsavano al ritmo del sangue, facendolo sembrare più grosso, vivo. L’uomo attese qualche istante, poi gli chiuse le cosce, in modo che avvolgessero quel tronco possente, la cui sommità spuntava tra esse, sfiorandogli le palle. Quel contatto liscio e bollente lo fece tremare, si sarebbe dovuto scostare, ma l’uomo si muoveva piano, ondeggiando il pisello tra le sue gambe, in una lenta sega che faceva sgorgare liquido pre spermatico, imbrattando sulle sue palle tese. La manona dell’uomo aveva ripreso ad accarezzargli l’uccello, duro contro ogni buon senso e il ragazzo si sentiva come paralizzato, incapace di fare la cosa giusta.
«Rilassati, Alec, non è bello? Hai le gambe bollenti e sudate, mi stai facendo stare proprio bene, quasi come Carlos, e senti qui come sei duro! Bravo il mio ragazzo! Vedrai, con le pillole del mattino, sarai ancora più tosto! Non vogliamo che i nostri bimbi siano mosci! Comunque, finisco di raccontarti, così capisci! Come ti dicevo, quel diavoletto di ragazzo era tutto tranne che ingenuo. Svezzato dal padre quando era ancora un bambino, ci sapeva fare. La sua boccuccia si attaccò al mio cazzo e iniziò a succhiarlo come un’idrovora. Cercai di fermarlo, si scostarlo, di parlarci, ma lui mi rivolse uno sguardo implorante e mi disse: “Ti prego papi, dammi il latte!” e io non capii più nulla. Ci mise pochi minuti a fari venire. Era esperto! Succhiava con forza, con la lingua toccava i punti più sensibili, il frenulo, l’uretra, il glande! Poi prendeva un gran respiro e se lo infilava in bocca! Certo non tutto, ma io sentivo la sua gola contrarsi contro la cappella, mentre con quelle manine mi segava e mi accarezzava i coglioni. Venni senza ritegno, cercando di non urlare e quello accolse ogni schizzo. Poi si staccò, aprì la bocca per farmi vedere la mia cremina bianca sulla lingua e ingoiò tutto. Non potei riprendermi dallo shock, perché si rigettò subito sul mio manganello, per succhiare ancora, mungere ogni goccia, ripulire alla perfezione. Quando ormai quel trattamento mi faceva quasi male lo scostai e lui mi risalì in braccio, mi mise le mani attorno al collo e mi baciò, ancora col mio sapore in bocca! Mentre io cercavo di riprendere fiato, mi raccontò che quel giorno aveva segato il padre e poi si era ritrovato il suo pisello in bocca. Ci tenne a sottolineare che non era bello come il mio, ma che gli era piaciuto e che quando l’uomo aveva sborrato, aveva trovato quel latte il più buono del mondo: fino a che non aveva assaggiato il mio. Quel ragazzo era un demonio, e quei racconti, anziché farmi rinsavire, dopo essere venuto, mi facevano girare la testa. Il pompino era diventato un segreto tra padre e figlio e Carlos si era specializzato, finché il padre non aveva iniziato a puntare al suo culetto. Quel porco doveva volere bene, a modo suo, al figlio, perché, contrariamente a ciò che immaginavo, non lo violentò. Invece iniziò a toccarlo, poi ad infilarci un dito e poi due. Carlos mi disse che il padre era stato chiaro, voleva il suo buchetto, ma non voleva fargli male, dunque pretendeva che si allenasse. All’inizio che si sditalinasse come gli aveva mostrato lui, poi che prima di andare a dormire si infilasse qualcosa. Prima una matita, poi delle carote, infine dei cetrioli. Quando si faceva spompinrae, voleva controllare i suoi progressi, finché il bimbo, dopo qualche settimana, era abituato a succhiare il padre con un grosso cetriolo ben affondato nel culetto. Fu a quel punto che fu sverginato. “Vedi papi? Il mio vero papà mi ha insegnato tutto! Per questo l’altra sera guardavo te e mamma, ed ero così invidioso che il tuo pisellone entrasse a fondo dentro di lei! Lo voglio tanto anche io!” miagolò con la testa poggiata sul mio petto. A quel punto io ero tornato in me, mi vergognavo come un cane e non sapevo che pesci prendere! Mi alzai e lo lasciai solo nella sua cameretta e corsi da Lucrezia a cui raccontai tutto. Bhe, la parte imbarazzante è che mentre lo facevo, il mio cazzo tornò duro come l’acciaio e finimmo con il fare una delle nostre migliori scopate della vita. Quando finimmo, io venendole come una fontana nel culo, mentre lei tremava in preda ad uno dei suoi orgasmi spettacolari, schizzando come una matta dalla fica, alzammo entrambi gli occhi e, sulla porta, vedemmo Carlos che sborrava come un cavallo senza alcun ritegno… Capisci? Quel ragazzino era un diavolo! O almeno così pensavo. Da quel giorno, nonostante cercassi di controllarmi, non faceva che tentare di sedurmi. Mi si sedeva in braccio strusciandosi, girava per casa mezzo nudo, si appoggiava a me ogni volta che poteva. Finché una sera, che Lucrezia era al lavoro, mentre facevo la doccia non si infilò in bagno. Il box era tutto coperto di vapore e non mi accorsi di lui finché la porta non si aprì e lui non si infilò sotto l’acqua con me. Cercai di mandarlo via, ma lui mi abbracciò con quel suo corpicino esile quanto il tuo, tutto fremente e stringendomi forte, quasi singhiozzando mi chiese “Perché non ti piaccio papi?” Io non sapevo cosa rispondere, mentre le sue manine mi accarezzavano la schiena. Bagnato come un pulcino, con quegli occhioni scuri e vogliosi era di una bellezza inaudita. Inutile dire che il mio pisello divenne d’acciaio. Lui, sempre piangendo si inginocchiò, strusciandoselo sul viso, mentre l’acqua calda continuava a scivolarci addosso e lo imboccò con decisione. Io cercai di fermarlo, certo, ma lui non si fermò, e vidi che con la mano libera si stava toccando il buchino. Poi, con lo sguardo più mortificato del mondo, si tolse il cazzo di bocca e, guardandomi. nonostante l’acqua della doccia che gli colpiva il viso, quasi gridò: “Perché non mi vuoi? Perché non mi vuoi?”
Io ero senza parole, avrei voluto spiegargli che non era quella la questione, ma lui si alzò, arrabbiato: “Sei cattivo! Voglio tornare all’istituto!” urlò uscendo dalla doccia. E io ammetto che non capii più nulla: il sangue mi defluì dal cervello e confluì tutto tra le gambe. Uscii dalla doccia, lo raggiunsi sulla porta. Ricordo che era spaventato dalla mia espressione, ma non mi importava. Lo spinsi contro il lavandino, vidi la sua espressione prima spaventata e poi sorpresa nello specchio, mentre puntavo la cappella. Quel buchetto era già dilatato, credo dalle sue dita. Sputai e spinsi. La resistenza era minima. La punta superò l’anello e, diversamente dai vari uomini o ragazzi con cui ero stato, la sua espressione, anziché contrarsi, si aprì in un sorriso soddisfatto “Oy, sì, papi” mormorò. Non so perché la cosa mi fece più incazzare e con una spinta secca gli entrai dentro per metà. Quel budellino era proprio aperto. Il cazzo affondò senza difficoltà, sentii le sue mucose umide stringersi attorno a me, quel pertugio allenato contrarsi. Lui guaì, finalmente. Pareve perdere il fiato, sgranò gli occhi sorpreso e io spinsi ancora. Sentii il secondo anello fare poca resistenza e poi il cazzo affondargli dentro fino alle palle.
Le sue gambette tremarono mentre lui lanciava un ululato e gli si inumidivano gli occhi. Vedevo tutto nello specchio: il mio corpo enorme rispetto al suo che avanzava, quelle spalle magre che si inarcavano, le gambe che si alzavano in punta di piedi, i capelli neri scompigliati e bagnati e l’espressione di dolore e desiderio in volto. “Volevi il cazzo? Eccotelo!” ringhiai iniziando a muovermi. E lui lo prese. All’inizio gemendo parole in spagnolo che non capivo, cercando di fermarmi con la manina, implorando, tentando perfino di sfuggire alla mia presa sui suoi fianchi, poi, lentamente, iniziando a gemere roco, tirandomi a sé con una mano sulla chiappa, spingendo verso di me. Finché, infine, non alzò la testa sgranando gli occhi e spalancando la bocca in un gemito profondo. Il suo corpo prese a tremare e il culo a contrarsi ritmicamente, mungendo il mio cazzo. Non avevo mai visto nessuno avere un orgasmo anale, né mai provato la sensazione dell’interno del culo che si sconquassa, stringendo il cazzo in quel modo. Esplosi dentro di lui immediatamente, farcendolo col mio sperma!»
La stretta sul suo cazzo era diventata decisa e i movimenti del palo di carne tra le sue cosce altrettanto. Ma Alec si sforzò di essere lucido: «Ma è una cosa terribile!» disse, credendo di poter risultare credibile. Invece la frase gli uscì in un sussurro roco ed eccitato.
Giorgio fermò la sua mano e smise di strusciare il cazzo: «Lo pensavo anche io. Eppure godetti come un matto e lui non di meno. Lo raccontai a Lucrezia e concludemmo che avevamo scelto a caso un porcellino. Pensammo di riportarlo all’istituto, ma dopo quello che era successo, eravamo in sua balia. Così lo tenemmo e accaddero due cose. Da un lato ci tenne in scacco. Non ti dirò i dettagli, ma non solo io lo scopai in ogni angolo della casa, ma spesso si unì a me e mamma nei nostri giochi. Dall’altro, al di fuori di ciò, Carlos ci diede enormi soddisfazioni: divenne bravo e responsabile a scuola, imparò a vestirsi, a gestirsi e tutti erano sorpresi del bravo ragazzo che era diventato. Sfogare i suoi istinti sessuali con noi, derivati sicuramente da un trauma, lo aveva fatto sentire accettato e amato: quando la sua vera madre aveva sorpreso lui e il padre a letto, era scaturita, lo aveva trascinato in Italia nonostante le sue proteste e lo aveva sempre umiliato dandogli della puttanella. Che fosse morta, per lui era stata una liberazione. Con noi aveva una famiglia e poteva dare sfogo alle sue voglie…»
Alec strinse le gambe, non volendo ammettere che il fatto che il padre avesse smesso di strusciarsi in mezzo ad esse e di toccargli il cazzo lo infastidiva: «Ma in tv Carlos compare sempre con bellissime ragazze!» protestò.
Il padre annuì: «Temo sia colpa nostra. Allora eravamo ancora così confusi… lo abbiamo spinto noi a creare una copertura da etero, temendo che qualcuno scoprisse la troia che è. Non che non abbia avuto delle donne eh, ma lui preferisce decisamente i cazzoni che lo trapanano. E quando è uscito di casa, bhe, gli avevamo insegnato a nascondersi. Oggi non facciamo simili cazzate. Se prendi per esempio Cristopher, un altro dei nostri bimbi, è dichiaratamente gay, felicemente sposato con Tiziano… è per questo che ti sto raccontando la nostra storia! All’inizio anche io e Lucrezia eravamo come te, bigotti e spaventati… invece Carlos ci ha aperto gli occhi. Soprattutto quando ci ha chiesto un fratellino…»
Il ragazzo si voltò verso Giorgio, che aveva ripreso a carezzargli una natica e a sfiorargli il pisello: «Un fratellino?»
L’uomo annuì: «Come ti ho detto, si deve a Carlos ogni nostra scoperta su come fare di giovani orfanelli dei veri uomini, ma soprattutto una famiglia. Sei più tranquillo ora? Vuoi sentire il resto?»
Alec era allibito, non solo dal racconto, ma anche di sé stesso: quell’uomo stava narrando eventi da galera, cose indicibili come se fossero una favola, e lo faceva toccandolo e strusciando quel palo enorme tra le sue cosce. Ogni fibra del suo cervello si dimenava, diceva che era sbagliato, che doveva fuggire. Ma un’altra parte di sé, che non conosceva, aveva stretto le cose per sentire meglio quel calore duro e liscio che gli sfiorava le palle. Sempre quella parte, su cui non aveva controllo, ondeggiava anche leggermente, per favorire il contatto e la lenta sega che l’uomo faceva al suo cazzo sempre duro. Alla fine annuì, nella speranza che il padre affidatario riuscisse a far incontrare quelle due parti di sé, facendolo sentire finalmente intero.
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