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Le avventure di Chiara:Le uova rotte


di Membro VIP di Annunci69.it Adam82209
10.08.2026    |    346    |    5 9.6
"Approfitto delle tue spalle forti… Fai nuoto?» «Lo facevo… poi ho smesso quando sono andata a vivere da sola..."


Sembra passato un secolo da quando, quattro anni fa, fummo costretti a rimanere chiusi in casa. Non dimenticherò mai i camion carichi di cadaveri, i bollettini giornalieri sconfortanti, né gli amici e i conoscenti che non ce l’hanno fatta. Eppure, allo stesso tempo, rimpiango la tranquillità di quelle giornate: i vicini che venivano a scambiare due chiacchiere, il piacere delle piccole cose, come prendere il sole sul balcone o uscire a fare la spesa.
Fu proprio mentre andavo al supermercato che ebbi l’onore di conoscere una persona speciale: una di quelle che, nonostante i grandi problemi sul groppone, vive la vita con positività e serenità, e ha la capacità di trasmetterle agli altri. Sto parlando di Stefania, la mia ex vicina di casa.
Stefania aveva perso l’uso delle gambe a causa di un incidente stradale a sedici anni. Nonostante la sedia a rotelle e le difficoltà che essa comporta, viveva la sua vita al centodieci per cento. All’epoca aveva ventinove anni e, fino all’arrivo del Covid, i nostri rapporti si limitavano a un «ciao» quando ci incontravamo nel cortile del palazzo. Non sapevo neanche come si chiamasse, né se abitasse alla scala B o alla C; sapevo solo che ogni tanto la vedevo in compagnia di un ragazzo alto e magro.
Un pomeriggio d’aprile, nel pieno della pandemia, uscendo dal condominio per andare al supermercato la vidi rientrare. Per agevolarla le tenni aperto il cancelletto. Lei passò, ringraziò e ci salutammo con il solito «ciao». La guardai imboccare la piccola rampa che porta ai portoni, poi mi voltai e iniziai ad avviarmi. Dopo due passi sentii un tonfo seguito da un’imprecazione. Mi girai di scatto: Stefania era a terra su un lato, la sedia a rotelle sull’altro e la spesa sparsa sul selciato.
Corsi subito da lei, l’aiutai a risalire sulla sedia e le raccolsi la spesa. Nella caduta si era sbucciata un gomito e le ginocchia. Le chiesi se volesse salire da me per disinfettare le ferite, ma rifiutò.
«Lascia almeno che ti riaccompagni.»
Per non farla sentire a disagio, presi i sacchetti e aspettai che fosse lei a decidere se farsi spingere. Non ce ne fu bisogno: partì spedita. Arrivammo nel suo appartamento e, una volta dentro, le sistemai la spesa. La mezza dozzina di uova nel sacchetto era andata, ma per il resto sembrava tutto integro. Le disinfettai le ferite e, per ricambiare la cortesia, preparò il caffè. Chiacchierammo un po’, del più e del meno, poi andai a fare la mia spesa. Senza che me lo chiedesse, le presi altre sei uova e gliele portai. Non se lo aspettava: quando mi vide rimase a bocca aperta.
«Senti, Stefania… Io abito alla scala A e questo è il mio numero. Se dovessi avere bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, non farti problemi. Anche per la spesa.»
La salutai e andai via senza accettare i soldi delle uova che voleva darmi.
«Ti ho portato delle uova, mica un chilo di caviale…»
Per i due giorni successivi non ci vedemmo né ci sentimmo. La mattina del terzo giorno, però, suonò il citofono. Era lei, con una vaschetta di uova in mano.
«Ma non ti dovevi disturbare…»
Preparai un caffè e rimanemmo a chiacchierare per tutta la mattinata. La invitai a pranzo, ma lei sembrava indecisa.
«Non vorrei disturbare… e poi dovrei andare in bagno.»
La guardai e le dissi che non solo non disturbava, ma che poteva tranquillamente usare il bagno anche da me.
«La casa è simile alla tua, sai dove andare. Se ti serve qualcosa, dammi un fischio.»
Lei sorrise e, vedendola avviarsi verso il bagno, diedi per accettato l’invito. Passammo insieme anche il pomeriggio. Più la conoscevo, più apprezzavo la sua forza e la sua dignità. Il suo carattere solare metteva allegria: stare con lei era un vero piacere.
Alla fine, spinta dalla curiosità, le chiesi del suo problema e di come facesse a essere così indipendente. Non mi interessava il lato caratteriale o la volontà — quelli erano evidenti — ma il lato pratico: la doccia, il bagno, il mare, il sesso.
Lei sorrise, come se quello che stava per dirmi fosse ovvio.
«Tanto per cominciare, le mie lesioni non sono così gravi: l’unica cosa che non funziona correttamente sono le gambe. Potrei anche stare in piedi un po’ e fare qualche passo, ma non andrei lontano… quindi non chiamarmi per uno scippo. Ho conservato la sensibilità, e questo non è poco: è tutto, per me. La sbucciatura sul ginocchio, ad esempio, l’ho sentita eccome. Per il resto è solo abitudine e organizzazione.»
Quando, verso sera, rimasi sola, ripensai ancora a lei. E continuo a farlo tuttora, ogni volta che nelle mie piccole sfighe quotidiane vengo presa dallo sconforto. Verso le ventuno mi mandò un lungo messaggio in cui mi ringraziava per averla trattata come una persona normale. Chattammo ancora un po’ e, prima di salutarci, mi chiese se l’indomani fossi voluta andare a mangiare da lei. Accettai subito.
Mi presentai all’orario concordato con un dolce e una bottiglia di vino. Lei indossava una tuta bianca abbastanza attillata che metteva in evidenza il corpo ancora sudato.
«Ho appena finito di allenarmi. Intanto che vado a fare una doccia, tu metti la bottiglia in frigo.»
Si avviò verso il bagno e io andai in cucina. Quando la sentii canticchiare, allungai il collo verso la porta del bagno, lasciata aperta: era seduta nella vasca, intenta a lavarsi. Ebbi un nodo in gola nel notare le cicatrici sulla schiena. Quando finì si sollevò, si sedette sul bordo, si asciugò con cura, si vestì e si lasciò scivolare sulla sedia a rotelle.
Tornò qualche minuto dopo. Le porsi il calice e brindammo. Si creò un gioco di sguardi particolare: non era la classica attrazione sessuale, ma qualcosa di più sottile e intenso. Le sue labbra, il collo, le mani… tutto in lei aveva un fascino irresistibile. Lei, invece, non faceva altro che fissarmi le mani.
Iniziammo a preparare il pranzo. Presi il tagliere per affettare le cipolle e lei notò la vecchia cicatrice che ho tra il pollice e il palmo della mano.
«Te la sei fatta affettando cipolle.»
Mi fermai, posai il coltello e aprii la mano. Non volevo dirle che me l’ero fatta mentre cercavo di scappare da mia madre che voleva picchiarmi, quando avevo quattordici o quindici anni.
«No… sono caduta in bicicletta da piccola.»
Lei guardò meglio, sfiorando con un dito la cicatrice. Ebbi un brivido lungo la schiena.
«Sembra più un taglio… Punti?»
«Sedici. Ancora quattro e avrei vinto una bici nuova.»
Lei sorrise a quella battuta stupida.
«Allora a me avrebbero dovuto regalare un’astronave…»
Rimanemmo ferme a fissarci. Mi sentivo la testa leggera. In quel momento avrei voluto chinarmi e baciarla, sentire quelle labbra carnose sulle mie. Ripresi ad affettare le cipolle e lei si chinò di fianco a me per prendere la padella. Sentii il profumo dei suoi capelli e il calore del suo corpo: un’altra scarica. Posai di nuovo il coltello.
«Fatto… Io… arrivo subito, devo andare in bagno.»
Mi diedi una sciacquata guardandomi allo specchio. Non riuscivo a capire se lo facesse apposta o se fossi io a essere attratta dal suo fascino magnetico. Non volevo rovinare tutto con un gesto avventato.
Tornai in cucina e la trovai seduta su una sedia alta con braccioli: stava soffriggendo la cipolla, pronta a svuotare il barattolo di salsa. Era leggermente piegata in avanti e intravidi il perizoma azzurro. Le sfiorai il braccio.
«Eccomi… Ah, ma ti sei portata avanti… Metto su l’acqua. Dove trovo la pentola?»
Mi indicò l’anta vicino al suo piede. Mi chinai, ma non potevo aprirla senza spostarlo. Non sapevo come comportarmi. Lo presi in mano, spostandolo quel tanto che bastava. Quel piede morbido, delicato e insieme privo di vigore mi diede un’altra scarica.
«Oh, scusami… Potevi dirmelo, lo avrei spostato io.»
Diventai rossa di imbarazzo. Provai a dire qualcosa, ma non sapevo cosa. Rimasi lì come un’allocca, con una mano sul bordo della pentola e l’altra che teneva sollevato il suo piede per la pianta. Lei si spostò un poco; adagiai il piede sulla traversa della sedia come se fosse di cristallo. Sorrise, accarezzandosi i capelli. Diventai ancora più rossa.
Presi la pentola, la riempii e la misi sul fuoco. Avevo bisogno di bere: presi la bottiglia e versai del vino. Lei ne prese un calice, lo girò un attimo e bevve un lungo sorso.
«Buono, questo vino. Quando ci libereranno dalla prigionia andrò a prenderne dell’altro… Magari ci andiamo insieme. Lì vicino c’è anche un ristorante dove si mangia divinamente.»
Bevvi. Il vino fresco mi fece riprendere dalla vampata di calore. Era davvero buono: leggero e leggermente frizzante.
Quando l’acqua cominciò a bollire e lei si allungò per prendere il sale sulla mensola di fianco a me, il suo profumo e i suoi capelli mi sfiorarono il viso. Allungai la mano e le presi il barattolo; le nostre dita si toccarono e per poco non lo feci cadere.
«Hai un profumo stupendo… Che cosa usi?»
Lei, girando il sugo, si strinse nelle spalle.
«Boh, me l’hanno regalato. È uno di quelli artigianali, senza etichetta.»
«Fidanzato?»
Prese un po’ di sugo con il cucchiaio di legno, scosse la testa, soffiò e assaggiò. Lo fece in un modo talmente sensuale da lasciarmi senza fiato. Si voltò verso di me e sorrise. Avevo la bocca secca: bevvi un sorso di vino.
«Fai attenzione, Chiara. Quel vino è traditore.»
Buttai la pasta e le dissi di andare a sedersi, che ci avrei pensato io. Avvicinai la sedia a rotelle e lei, aggrappandosi al bordo della cucina, si lasciò scivolare delicatamente. Posai i calici, la bottiglia e il resto sul tavolo e tornai ai fornelli. La pasta fresca cuoceva in un attimo; dopo una breve saltata in padella preparai i piatti.
Quando arrivai al tavolo con i piatti fumanti, lei aveva già riempito i bicchieri. Iniziammo a mangiare e rimasi ferma a guardarla. Lei sollevò lo sguardo.
«Non mangi? Guarda che il conto dovrai pagarlo lo stesso.»
Di nuovo quel sorriso bellissimo. Mi sbloccai e cominciai a mangiare. Non ebbi altri mancamenti per tutto il pranzo, ma Stefania si era riservata il colpo di grazia per dopo.
Iniziammo a sparecchiare e, quando finimmo, preparai la moka. Io rimasi in piedi, lei sulla sedia a rotelle di fronte a me. Il caffè uscì e preparai le tazzine. Stavo per porgergliela quando, con una mano, si aggrappò al mio braccio e con l’altra fece leva sul bracciolo. Si tirò su e, aggrappandosi alla cucina, si puntellò in una posizione stabile, poggiandosi con la schiena.
«Voglio prenderlo in piedi. Approfitto delle tue spalle forti… Fai nuoto?»
«Lo facevo… poi ho smesso quando sono andata a vivere da sola. Troppi impegni e poco tempo.»
Bevemmo il caffè. Appoggiandosi alle mie spalle mi disse che voleva fare due passi fino al divano. Sentivo il suo seno contro la mia schiena: sodo, con i capezzoli ben dritti. Con passo malfermo, e con l’ansia che cadesse, arrivammo al divano. La presi per le ascelle e la feci sedere. Mi ritrovai a pochi centimetri dalle sue labbra. Sorrise e io ricambiai. Lei mi sfilò gli occhiali, mi sistemò una ciocca dietro l’orecchio e mi fissò un istante.
«Senza stai molto meglio.»
Diventai rossa e accennai un sorriso. Fu in quel momento che mi baciò.
Mi sciolsi come un ghiacciolo. Mi ero già ritrovata in situazioni del genere, ma di solito ero io a condurre il gioco, a prendere l’iniziativa. Pochissime volte mi ero sentita così impacciata: mi succede solo con le persone speciali, quelle che riescono a rovistarmi la testa più che l’intimità.
Stefania si aggrappò al mio collo e si tirò di nuovo su. Io la presi per i fianchi e la tenni stretta. Le baciai il collo e lei, inarcando la testa all’indietro, sospirò.
«Portami in camera da letto… Ti voglio.»
La presi saldamente e, con passo lento ma deciso, andammo in camera. Le sue gambe sembravano aver ritrovato un filo di forza, quasi impercettibile. Arrivammo sul letto e lei si buttò di peso, tirandomi giù con sé. Mi ritrovai a quattro zampe sopra di lei. Allungò le mani e mi accarezzò il viso; gliele baciai. Tirò giù la cerniera della mia felpa, mi sollevò un poco e me la sfilò, lasciandomi solo la canotta.
«Avevo visto bene: non porti il reggiseno…»
Le sfilai felpa, maglia e reggiseno. Aveva un seno pieno, con areole scure e capezzoli pronunciati. Mi chinai a baciarli, scesi con la bocca e la lingua fino al lembo dei pantaloni. Li tirai giù delicatamente, scoprendo il perizoma azzurro, semitrasparente sul davanti. Lo sfilai e le scoprii il pube liscio. Le accarezzai i piedi, li baciai, poi risalii accarezzandole le cosce con le mani.
«Spogliati, amore. Ti voglio.»
Mi alzai e mi spogliai in fretta. Mi posizionai sopra di lei; mi afferrò dalle natiche e mi avvicinò la figa alla bocca. Passò la lingua tra le mie grandi labbra, le sfiorò, baciò prima il labbro destro e poi il sinistro. Una scarica elettrica mi fece sussultare. Mi allargai le labbra con le dita e lei si avvicinò ancora di più, con un movimento lento. Affondò le labbra e iniziò a leccarmi. Il mio desiderio era così forte che mi bagnai all’inverosimile. Infilò il dito medio e lo mosse delicatamente, mentre con l’altra mano massaggiava il clitoride e, aiutandosi con la lingua, mi fece impazzire. Non cambiò mai ritmo, neanche quando mi fece venire.
Mi gettai tra le sue cosce, decisa a ricambiare quel ditalino superbo. Era bagnata e il suo odore mi fece sentire in paradiso. Poggiai la punta del naso sulle grandi labbra un paio di volte: volevo stuzzicarla, volevo che mi desiderasse più di ogni altra cosa. Le baciai il pube liscio come il velluto, lo percorsi a zigzag con la lingua. Allargai delicatamente le labbra e iniziai a baciarla e leccarla con la punta della lingua, come se la stessi sezionando: prepuzio e glande clitorideo, grandi labbra, piccole labbra, orifizio uretrale, orifizio vaginale. Scesi ancora verso il perineo e il suo buchetto, infilai un dito e ricominciai con più irruenza. A ogni giro lei sembrava godere sempre di più. Quando fu vicina al piacere estremo rallentai, poi ripresi da capo: volevo farla impazzire.
Stefania passava dal mugolio all’urlo. Quando ritenni che fosse arrivato il momento, iniziai a martellare il clitoride con colpetti decisi di lingua e dito. Lei provò a tirarsi su con le braccia, ma con un pizzicotto la feci desistere.
«Ohhhhhh mio Dio… sto venendo.»
Respirò sempre più forte e, dopo un «mamma», arrivò su di me. Lo zampillo mi investì il viso. Stefania si portò una mano tra le cosce: sembrava stesse piangendo, ma il fremito del suo corpo diceva che aveva raggiunto un orgasmo pazzesco. Ci vollero un paio di minuti prima che si calmasse.
«Scusami… scusami. Era un anno che non facevo sesso… mi sono lasciata andare troppo…»
Mi sollevai sopra di lei e, senza rispondere, le infilai la lingua in bocca. La baciai con voracità, tirandola di forza su di me, finché, staccandosi, mi guardò negli occhi come se fossi la sua dea. Quello sguardo dolcissimo mi riempì il cuore più dell’amplesso stesso: in quel momento era lei la mia dea.
Rimanemmo a letto per tutto il pomeriggio. Ora che l’ultimo muro tra di noi era stato abbattuto, avevamo molte più cose da dirci. La pandemia sarebbe stata meno dura e meno pesante per noi due. Solo il ritorno alla vita di tutti i giorni ci avrebbe allontanate.
Ma questa è un’altra storia…
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