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Lui & Lei

Andrea e una ripetizione di matematica ..


di Firstbig_Gift
23.02.2026    |    2.758    |    1 9.7
"«Rosaria, » le chiese un giorno, con finta noncuranza, «chi è quel ragazzo che vedo sempre con te?» «Un mio studente, » rispose lei..."
Capitolo 1: Il teorema del desiderio
Viterbo, inizio giugno. Il sole del pomeriggio picchiava sulle mura etrusche e si rifletteva nel lago di Bolsena, lontano, come una promessa di frescura. Andrea, vent'anni, fissava il foglio davanti a sé con l'espressione di chi guarda un nemico giurato. Le derivate parziali ballavano davanti ai suoi occhi come minuscoli demoni.

«Non ci capisco niente,» mormorò, passandosi una mano tra i capelli scuri.

«Forse oggi hai bisogno di una pausa.»

La voce era calma, con quella cadenza siciliana che ormai conosceva bene. Rosaria chiuse il libro di testo e si alzò dalla sedia. Aveva trentotto anni, i capelli raccolti in uno chignon disordinato da cui sfuggivano riccioli ribelli. Indossava uno dei suoi soliti vestitini: oggi era un leggero abito estivo di lino color pesca, scollato, che lasciava intravedere la pelle ambrata delle spalle.

Andrea alzò lo sguardo e rimase incantato. Il pomeriggio era caldo, afoso, e un velo di sudore le bagnava la pelle, facendola brillare come se fosse cosparsa d'olio. Lei lo guardò, e nei suoi occhi scuri c'era qualcosa di diverso dal solito. Una luce nuova, una decisione presa.

«Sai, Andrea,» disse con voce bassa, quasi ipnotica, «nella vita ci sono lezioni più importanti della matematica.»

Lui la guardò, confuso. «Cioè?»

Rosaria non rispose. Gli si avvicinò lentamente, con passo felpato, e quando fu abbastanza vicina sollevò una gamba, facendo scivolare la coscia nuda contro la sua. La pelle era calda, leggermente umida di sudore, e quel contatto fulminò Andrea come una scossa.

«Rosaria, che...»

«Shh,» sussurrò lei, portandogli un dito alle labbra. «Lasciami fare. Per una volta, lasciami guidare io.»

La gamba premette più decisa contro la sua, e Andrea sentì il membro tendersi immediatamente sotto i pantaloni leggeri. Lei se ne accorse, e un sorriso lento le increspò le labra piene.

«Vedo che la lezione ti piace,» mormorò.

Poi, con un gesto che gli mozzò il respiro, Rosaria fece scivolare la mano giù, prima sul suo petto, poi sullo stomaco, fino ad arrivare dove lui era già duro e teso. Lo strinse attraverso il tessuto, valutandone la consistenza, e un piccolo gemito le sfuggì.

«Sei... così imponente, Andrea. Lo sento. Sei eccitatissimo, vero?»

Lui annuì, senza fiato. Il profumo di lei gli entrava nelle narici profondo, inebriante: un misto di sudore leggero, di profumo dolce, di qualcosa di più intimo, femminile, che gli fece girare la testa.

«Vieni,» disse Rosaria, prendendolo per mano.

Lo condusse verso la cattedra, quella stessa dove per settimane aveva spiegato teoremi e funzioni. Ora era lì, in quel luogo che sapeva di studio e di regole, a stare per infrangere tutte le regole.

Lei si sedette sul bordo, aprì le gambe, e con un gesto lento, teatrale, si sollevò leggermente il vestito scoprendo le cosce scure e lucide di sudore. Poi lo guardò negli occhi.

«Voglio che tu sappia una cosa, Andrea. Io... non mi sono mai concessa così. Mai. Ma tu... tu mi fai sentire qualcosa che credevo morto. E oggi ho deciso: voglio essere tua. Qui. Adesso.»

«Sulla cattedra?» mormorò lui, incredulo.

«Sulla cattedra,» confermò lei, con un sorriso che era insieme sfida e abbandono. «Come un oggetto di piacere. Il tuo oggetto di piacere. Prendimi, Andrea. Fammi sentire che esisto.»

E lui, quel ragazzo che era venuto lì per imparare la matematica, capì che la lezione più importante era appena cominciata.

Capitolo 2: La prima volta sulla cattedra
Andrea si avvicinò come si avvicina a un altare. Rosaria era lì, seduta sul legno scuro della cattedra, con il vestito sollevato sulle cosce, gli occhi che bruciavano di desiderio e di qualcos'altro: una resa, una consegna, un'abbandono totale che lo sconvolse.

«Ti ho guardato per settimane,» sussurrò lei, mentre lui le si piantava tra le gambe. «Ti ho visto concentrarti, aggrottare la fronte, morderti le labbra. E ogni volta sentivo qualcosa sciogliersi qui dentro.»

Prese la mano di lui e se la portò al petto, sopra il cuore che batteva forte.

«Senti? Batte per te. Batte per quello che sto per fare. Perché io, Andrea, voglio essere il tuo giocattolo. Solo per oggi. Solo per questo momento. Usami.»

Le parole gli entrarono nel sangue come fuoco. Le afferrò i fianchi, sentendo la pelle calda sotto le dita, e la attirò a sé. Lei gemette, gettando indietro la testa, e i riccioli le piovvero sulle spalle come una cascata scura.

«Rosaria...»

«Chiamami prof,» ansimò lei con un sorriso malizioso. «Chiamami prof mentre mi prendi sulla cattedra dove ti ho insegnato le derivate.»

Lui rise, una risata roca, e poi la baciò. Un bacio profondo, affamato, mentre le mani le esploravano il corpo sotto il vestito, scoprendo che sotto non c'era niente, assolutamente niente.

«Sei già pronta,» mormorò lui, stupito.

«Da quando ti ho visto entrare, oggi,» confessò lei. «Da quando ho sentito il tuo odore mescolarsi a questo caldo. Sono bagnata solo per te, Andrea. Solo per te.»

Non ci fu bisogno di altro. In un movimento fluido, lui la sollevò leggermente, e lei lo avvolse con le gambe, aggrappandosi alle sue spalle. Quando lui entrò in lei, Rosaria morse il labbro per trattenere un grido, ma un gemito profondo le sfuggì comunque, riempiendo la stanza di un suono antico, primordiale.

«Così,» ansimò lei, «così, proprio così. Non fermarti. Usami. Fammi sentire che esisto solo per te, in questo momento.»

E lui la prese, su quella cattedra, con un misto di tenerezza e furore che non sapeva di possedere. Lei si muoveva con lui, accompagnandolo, spingendosi incontro, e intanto mormorava parole senza senso, frasi rotte, sospiri.

«Bravo, così, più forte, sì, prendi la tua prof, prendila come hai sempre voluto...»

L'aria intorno a loro sapeva di sudore e di sesso, di finestre chiuse contro il caldo e di respiri affannati. E quando lui venne, dentro di lei, con un gemito che sembrò strappargli l'anima, Rosaria lo strinse forte, forte, e rimase lì, immobile, a sentire ogni stilla, ogni pulsazione.

Poi, lentamente, si staccarono. Lei ricompose il vestito con mani tremanti, si passò una mano tra i capelli scompigliati, e lo guardò con occhi lucidi.

«Grazie,» sussurrò.

«Grazie?» rise lui, incredulo.

«Grazie per avermi concesso questo. Per avermi presa come volevo essere presa. Per avermi fatto sentire... viva.»

Andrea la strinse a sé, confuso, felice, stordito.

«E adesso?» chiese.

Lei sorrise, appoggiando la testa sul suo petto. «Adesso si torna alla lezione. Le derivate non si imparano da sole.»

E rise, una risata leggera, mentre fuori il sole di Viterbo continuava a picchiare sulle mura etrusche, ignaro di ciò che era appena successo in quella stanza.

Capitolo 3: La scoperta del lago
Le settimane successive furono un turbine. Le lezioni di matematica continuavano, ma erano solo un pretesto. Il vero programma era un altro: esplorarsi, conoscersi, scoprire i limiti del proprio corpo e del desiderio.

Rosaria, quella donna che si era offerta come "oggetto di piacere", rivelò una profondità inaspettata. Non era solo sesso: era voglia di imparare, di mettersi in gioco, di riscoprirsi attraverso gli occhi di un ragazzo di vent'anni che la guardava come se fosse la cosa più preziosa del mondo.

«Non l'avevo mai fatto,» confessò un giorno, mentre erano distesi sul letto di lei dopo l'ennesimo pomeriggio di "studio". «Mai consegnata così a qualcuno. Con te è diverso. Mi fido. Mi fido ciecamente.»

Andrea le accarezzò i capelli. «E io non avevo mai incontrato una donna come te. Così sicura, così... libera.»

Lei rise. «Libera? Io che passo la vita a preoccuparmi di cosa pensa mia madre a Catania, di cosa dicono i colleghi, di cosa penserà la gente se scopre che esco con un ragazzo di vent'anni?»

«E allora perché lo fai?»

Rosaria lo guardò, e nei suoi occhi c'era una luce nuova. «Perché con te dimentico tutto. Perché con te posso essere me stessa. Quella vera. Quella che non ha paura di desiderare.»

Fu così che decisero di scoprire il lago. Il lago di Bolsena, che avevano sempre visto da lontano, diventò il loro rifugio segreto. Una caletta appartata, nascosta tra gli alberi, dove l'acqua era trasparente e si vedevano i sassi sul fondo.

Lì, lontano da sguardi indiscreti, Rosaria tornò a essere la ragazza che non era mai stata. Correva sulla riva, rideva, si tuffava. E quando usciva dall'acqua, con il vestito bagnato che le si appiccicava addosso mostrando ogni curva, Andrea la guardava come il primo giorno.

«Sei così bella,» sussurrava.

E lei si avvicinava, lo baciava, e mormorava: «E tu sei la mia seconda occasione.»

Capitolo 4: Il segreto
Ma i segreti, a Viterbo, hanno le ali corte. Fu una collega di Rosaria, la professoressa Marini, a notare qualcosa. La vide entrare nello studio con Andrea, e uscire molto tempo dopo, con i capelli umidi e un'aria diversa. Poi li vide insieme, al supermercato, vicino al lago, in posti dove il caso non poteva giustificare tutto.

«Rosaria,» le chiese un giorno, con finta noncuranza, «chi è quel ragazzo che vedo sempre con te?»

«Un mio studente,» rispose lei. «Ripetizioni di matematica.»

«Ah. Giovane, eh.»

«Vent'anni. Perché?»

«Niente, niente. Chiedevo così.»

Ma il dubbio era piantato. E a Viterbo, i dubbi sono semi che germogliano in fretta.

Rosaria cominciò a sentire il peso dello sguardo altrui. Telefonate della madre, sempre più insistenti. «Quando ti sistemi, figlia mia? Quando trovi un uomo serio?»

E lei pensava ad Andrea, a come la guardava, a come la faceva sentire, e non riusciva a rispondere.

Andrea, dal canto suo, doveva inventare scuse sempre più elaborate con i suoi genitori. Amici, calcetto, studio in biblioteca. Ma sua madre cominciava a insospettirsi. «Esci troppo, ultimamente. E torni sempre con quest'aria... diversa.»

Non sapeva che quell'aria diversa era il profumo di Rosaria addosso, era il ricordo delle sue mani, delle sue labbra, della sua voce che diceva: «Prendimi, Andrea. Ancora. Non fermarti mai.»

Capitolo 5: Lo scontro
Tutto precipitò a fine agosto. La professoressa Marini, con la scusa di un confronto didattico, si presentò a casa di Rosaria proprio mentre Andrea usciva. Lo vide. Lo riconobbe. E il giorno dopo, in sala insegnanti, fece cadere la notizia come una goccia di veleno.

«Sai quella Rosaria, la supplente di matematica? Ecco, pare che si sia messa con un ragazzo di vent'anni. Uno dei suoi studenti. Roba da non credere.»

La notizia fece il giro della scuola, e da lì, inesorabile, arrivò alle famiglie.

Andrea trovò sua madre in cucina, con un'espressione che conosceva fin troppo bene.

«Sappiamo tutto,» disse. «Di te e quella donna. Quella... prof.»

Andrea la guardò, e per la prima volta non abbassò lo sguardo. «Si chiama Rosaria, mamma. E io la amo.»

«Ha quasi vent'anni più di te!»

«E allora? Mi fa sentire vivo. Mi fa sentire uomo. Mi ha insegnato più lei in due mesi che tutti i libri di testo messi insieme.»

Sua madre tacque, sorpresa da quella fermezza. Poi, lentamente, si sedette.

«E cosa pensi di fare?»

«Vivere. Con lei. Se lei vorrà.»

A Catania, la madre di Rosaria ricevette una telefonata simile. E dopo un lungo silenzio, chiese solo: «Sei felice, figlia mia?»

«Sì, mamma. Come non lo sono mai stata.»

«Allora va bene così. E se qualcuno parla, mandali da me.»

Epilogo: L'estate infinita
Non fu facile. Ci furono sguardi di traverso, porte chiuse, amici persi. Ma trovarono anche alleati inaspettati: colleghi che fecero finta di niente, genitori che alla fine accettarono, la gente del lago che li vedeva passare e sorrideva, forse ricordando i propri amori giovani.

Continuarono a incontrarsi nello studio, ma ormai la cattedra era diventata un'altra cosa: un altare, un campo di battaglia, un luogo di pace. E ogni volta che Rosaria ci si sedeva sopra, guardava Andrea e sorrideva.

«Ricordi la prima volta?»

«Come dimenticarlo,» rispondeva lui. «Eri così... determinata.»

«Ero terrorizzata,» confessò lei. «Ma volevo di più. Volevo te. E ho capito che per averti dovevo buttarmi. Senza rete.»

Lui la baciava, dolcemente. «E io ho capito che la matematica non serve a capire i numeri. Serve a capire le persone. A capire che a volte, la lezione più importante è quella che non sta sui libri.»

L'estate finì, ma per loro non finì mai. Ogni volta che potevano, scendevano al lago, in quella caletta nascosta dove l'acqua era così trasparente che si vedevano i sassi sul fondo. E lì, mentre il sole tingeva il Bolsena d'oro, lei appoggiava la testa sulla sua spalla e mormorava:

«Grazie per aver accettato la mia lezione più difficile.»

E lui rispondeva, con un sorriso:

«Grazie a te, prof. Per avermi insegnato che certe equazioni si risolvono solo con il cuore.»

Fine

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