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trio

"Il dono di Abdul"


di Firstbig_Gift
12.02.2026    |    2.333    |    3 9.8
"Il profumo di sandalo e sudore era ancora nell'aria, mescolato a quello della loro pelle e delle lenzuola..."
Il dono di Abdul
L'alba del loro quinto anniversario sorse su Firenze avvolta in una nebbia leggera, quella che sale dall'Arno nelle mattine d'autunno e impregna la pietra serena di un riflesso perlaceo. Matilde si svegliò per prima, come sempre, e rimase a guardare il profilo di Lorenzo addormentato accanto a lei – la mascella forte, le ciglia che fremevano nei sogni, il braccio abbandonato sul cuscino nella posizione di chi ha amato e si è addormentato sazio.

Cinque anni. Era così giovane quando l'aveva incontrato, ventitré anni appena, e lui ventisette. Ora, a ventotto e trentadue, erano diventati adulti insieme, avevano imparato a fare l'amore come si impara una lingua straniera: dapprima con incertezza e dizionario, poi con fluidità, infine con quella scioltezza che permette di parlare senza pensare alle parole. Ma in ogni lingua, Matilde lo sapeva, esistono espressioni che non si possono tradurre. E quel mattino, mentre la luce velata filtrava attraverso le persiane, decise che era ora di impararne una nuova.

«Buon anniversario», sussurrò, baciando la spalla di Lorenzo.

Lui aprì gli occhi lentamente, quel suo modo felino di emergere dal sonno. Sorrise, attirandola a sé. «Buon anniversario, amore mio.»

Restarono abbracciati in silenzio, ascoltando il gorgoglio del vecchio termosifone e il canto dei piccioni sulla grondaia. Poi Matilde parlò, e le sue parole caddero nella stanza come gocce d'acqua in una vasca piena.

«Ho pensato a un regalo. Per tutti e due.»

Lorenzo la guardò, incuriosito.

«Vorrei...» esitò, poi si lanciò. «Vorrei che facessimo l'amore con un'altra persona. Un uomo. Stasera.»

Il silenzio che seguì fu diverso. Non era imbarazzo, né sorpresa. Era il silenzio di chi riceve un dono così inaspettato e prezioso da non sapere dove posarlo.

«Ne sei sicura?» chiese Lorenzo, dopo un lungo respiro. Non c'era gelosia nella sua voce. Solo attenzione.

«Sicurissima», rispose Matilde. «Non per sostituirti. Per aggiungere. Per vedere come siamo, noi, quando c'è anche qualcun altro. Per scoprire parti di me che neanche io conosco.»

Lorenzo la strinse più forte. «Lo sai che non posso negarti niente, vero?»

«Lo so», sorrise lei. «È per questo che ti amo.»

La scelta cadde su Abdul quasi per caso, eppure con la precisione di un destino annunciato.

Ventisettenne, originario di Dakar, arrivato a Firenze per studiare ingegneria e rimasto per amore della luce e del calcio. Frequentava la stessa palestra di Lorenzo, e nei mesi si erano scambiati chiacchiere da spogliatoio, partite di calcetto, qualche birra dopo l'allenamento. Era bello Abdul, di una bellezza che non chiedeva permesso: alto, asciutto, la pelle color mogano che nelle pieghe assumeva riflessi ramati, gli occhi a mandorla che sembravano custodire segreti antichi. Portava i capelli rasati e un piccolo anello d'argento al lobo sinistro. Quando rideva, mostrava denti perfetti e una generosità che rassicurava.

Lorenzo gli parlò una sera, dopo l'allenamento, mentre il sudore si asciugava sulle loro schiene e l'aria sapeva di cuoio e detersivo.

«Mia moglie e io...» cominciò, poi si corresse. «Matilde. Abbiamo un anniversario, domani. E lei ha espresso un desiderio.»

Abdul ascoltò senza interrompere, i gomiti appoggiati alle ginocchia, il volto impassibile. Quando Lorenzo finì di parlare, rimase in silenzio per un lungo momento. Poi sorrise.

«È un onore», disse, la voce grave come un contrabbasso. «Ma devo conoscerla. Devo guardarla negli occhi. Solo dopo potrò rispondere.»

Quella stessa sera, Abdul venne a cena da loro. Matilde indossò un abito di lana color tortora, accollato, maniche lunghe, ma la stoffa morbidissima disegnava il suo corpo come acqua che scorre sui sassi. I capelli castani, solitamente raccolti in una coda pratica, le cadevano liberi sulle spalle. Non si era truccata, se non un velo di burro di karité sulle labbra.

Abdul portò un vassoio di datteri farciti e tè alla menta, preparato secondo la tradizione senegalese. Il profumo invase la cucina – menta fresca, zucchero bruciato, chiodi di garofano – e si mescolò all'odore del pane appena sfornato e della cera d'api dei candelabri.

Cenarono parlando di viaggi, di musica, del modo in cui la luce cambia a Dakar e a Firenze. Abdul raccontò di sua madre, che vendeva tessuti al mercato di Sandaga, e del sogno di portarla un giorno in Italia. Matilde ascoltava con la testa appoggiata alla spalla di Lorenzo, e ogni tanto incrociava lo sguardo di Abdul. Non c'era imbarazzo in quegli incontri. Solo una lenta, reciproca esplorazione.

Fu quando Abdul versò il terzo giro di tè che Matilde parlò.

«Lorenzo mi ha detto che hai accettato di incontrarmi prima di rispondere. Per guardarmi negli occhi, ha detto.»

Abdul annuì.

«Allora guardami», disse Matilde. «Cosa vedi?»

Lui posò la teiera, lentamente. I suoi occhi – neri, profondi, con quel taglio che sembrava allungarli verso le tempie – percorsero il viso di Matilde, le spalle, le mani appoggiate sul tavolo.

«Vedo una donna che sa quello che vuole», rispose. «E che ha un uomo che la ama abbastanza da darle il permesso di prenderlo.»

«Non è un permesso», intervenne Lorenzo, dolcemente. «È un regalo. Per entrambi.»

Abdul annuì di nuovo, più lentamente. Poi, rivolto a Matilde: «E tu, cosa vuoi esattamente?»

Matilde inspirò. Sotto il tavolo, la mano di Lorenzo strinse la sua.

«Voglio scoprire», disse. «Voglio che tu mi insegni quello che non so. Voglio che Lorenzo mi guardi mentre imparo. E voglio che dopo, quando saremo soli, lui possa usare quello che ho imparato.»

Il silenzio che seguì non era più un silenzio. Era un respiro collettivo, trattenuto, che cercava la forma per espandersi.

Abdul si alzò, raccolse i bicchieri vuoti. Quando parlò, la sua voce aveva una vibrazione nuova.

«Allora stasera. Se volete.»

«Stasera», confermò Matilde.

La camera da letto era stata preparata con cura, anche se nessuno ne aveva parlato. Le lenzuola erano quelle di lino bianco, comprate a Funchal durante la luna di miele, che sapevano ancora di sole e di salmastro. Le candele – tre, disposte a triangolo sulla cassettiera – diffondevano un profumo di ambra e vaniglia. Dalla finestra socchiusa entrava l'odore della notte fiorentina: pietra bagnata, glicine, lontano traffico.

Matilde si spogliò per prima, con gesti lenti, cerimoniali. Lasciò cadere il vestito color tortora in una pozza sul pavimento, sganciò il reggiseno, si sfilò le mutandine. Rimase nuda al centro della stanza, la pelle d'oca che le fioriva sulle braccia, i capezzoli già tesi.

Lorenzo la guardava come se la vedesse per la prima volta. E in un certo senso, era così.

Abdul si avvicinò senza fretta. Non la toccò subito. Si fermò a un passo da lei, e la guardò – tutta intera, dai capelli alle dita dei piedi, con un'attenzione che non era possesso ma riconoscimento.

«Sei bellissima», disse. La sua voce era scesa di un'ottava, diventata più scura, più densa. «E hai un profumo...»

Inspirò lentamente, chiudendo gli occhi.

«C'è il sapone, la pelle pulita. C'è il sale, appena. E sotto...» aprì gli occhi, la fissò. «C'è desiderio. Tanto desiderio.»

Matilde sentì un calore salirle dalle viscere, inondarle il ventre, sciogliersi tra le cosce. Era desiderio, sì. Ma era anche altro: era sentirsi vista, finalmente, in una completezza che neppure Lorenzo era riuscito a raggiungere.

«Posso?» chiese Abdul, la mano sospesa a pochi centimetri dal suo seno.

Matilde annuì. Non riusciva più a parlare.

La mano di Abdul era calda, asciutta, il palmo leggermente calloso. Quando toccò il suo capezzolo – prima uno, poi l'altro – il contatto fu come una scossa elettrica che partiva dal petto e scendeva fino all'inguine. Lei gemette, un suono che non sapeva di poter produrre.

Lorenzo, seduto sulla poltrona nell'angolo, guardava. Le sue mani stringevano i braccioli di velluto, le nocche bianche. Sul suo grembo, l'erezione era evidente, quasi dolorosa. Ma non si mosse. Non ancora.

Abdul continuò la sua esplorazione. Le mani scorrevano sul corpo di Matilde come acqua: le spalle, la curva della schiena, i fianchi. Si inginocchiò davanti a lei, e con una lentezza che la fece impazzire, aprì le sue cosce con i palmi aperti.

«Anche qui», mormorò, avvicinando il viso al suo sesso. «Anche qui profumi di desiderio.»

La sua lingua – morbida, calda, incredibilmente agile – si posò sulle sue labbra inferiori. Matilde inarcò la schiena, affondò le dita nei capelli di Abdul. Accanto a loro, Lorenzo si era alzato, si era sfilato i pantaloni. La sua mano, ora, scorreva sul proprio sesso con lo stesso ritmo con cui la lingua di Abdul esplorava Matilde.

Fu Matilde a chiederlo.

«Voglio», ansimò. «Voglio entrambi. Voglio sentirvi... insieme.»

Lorenzo si avvicinò, nudo. Il suo profumo – quello familiare, di pulito e di lui – si mescolò a quello speziato di Abdul. Per un attimo si guardarono, sopra il corpo di Matilde. Non c'era sfida in quello sguardo. C'era complicità, meraviglia, gratitudine.

«Tu davanti», disse Abdul a Lorenzo. «Io dietro. Così lei può guardarti mentre ti prende, e sentire me che la prendo.»

Lorenzo si sdraiò sul letto, Matilde si mise sopra di lui, cavalcandolo. Quando lui entrò in lei, fu come tornare a casa – quel riempimento familiare, quella connessione che avevano costruito in cinque anni di amore e pazienza. Ma subito dopo, la sensazione cambiò.

Abdul si era posizionato dietro di lei, le sue mani che le aprivano delicatamente i glutei. Matilde sentì qualcosa di nuovo – una pressione, un allargamento – e trattenne il respiro.

«Rilassati», sussurrò Abdul, la voce calda contro la sua nuca. «Respira. È come un'onda, devi accoglierla, non combatterla.»

Lei obbedì. Inspirò profondamente, sentendo il profumo della pelle di Abdul – legno di sandalo, sudore, qualcosa di bruciato e dolce – e quando espirò, lui entrò.

Fu come spaccarsi e ricomporsi nello stesso istante. La sensazione era doppia, stratificata: Lorenzo dentro di lei davanti, Abdul dentro di lei dietro. Il suo corpo non era più un confine, ma un ponte. Lei era il punto in cui due uomini si incontravano, si sfioravano attraverso la sua carne, comunicavano in una lingua che non conosceva parole.

Cominciarono a muoversi. Lorenzo lento, profondo, Abdul più veloce, più incalzante. I loro ritmi si inseguivano, si scontravano, si armonizzavano. Matilde era sospesa in uno spazio senza tempo, fatta solo di sensazioni: il profumo della pelle scura di Abdul, il sapore della bocca di Lorenzo, il suono dei loro respiri che diventavano gemiti, la vista del viso di suo marito che la guardava mentre veniva posseduta da un altro uomo.

«Guardami», ansimò Lorenzo. «Guardami mentre lo prendi dentro di te.»

Lei obbedì. I loro occhi si incontrarono, e in quello sguardo passò tutto: la paura, il desiderio, l'amore, la scoperta. E poi l'orgasmo, che la colse di sorpresa, salendo dal punto in cui i due corpi maschili si incontravano dentro di lei e propagandosi in onde concentriche, come un sasso gettato in uno stagno.

Venne urlando, il corpo scosso da spasmi che non riusciva a controllare. E mentre veniva, sentì Abdul irrigidirsi dietro di lei, un gemito profondo che sembrava venire dalle radici della terra, e subito dopo Lorenzo che la riempiva con il suo calore, il suo viso contratto in una smorfia di piacere e stupore.

Poi il silenzio, rotto solo dai loro respiri affannati.

Abdul si ritrasse per primo. Lasciò un bacio leggero sulla spalla di Matilde, un altro sulla fronte di Lorenzo. Poi si alzò, recuperò i suoi vestiti.

«Grazie», disse semplicemente. «Per la fiducia. Per il dono.»

Quando uscì, il profumo di sandalo rimase nella stanza, mescolato a quello del sesso e delle candele.

Lorenzo e Matilde rimasero abbracciati, nudi, appiccicosi, felici.

«Come ti senti?» chiese lui, dopo un lungo silenzio.

Lei ci pensò un attimo. «Come se avessi imparato una parola nuova. E ora non so più come facevo a parlare senza.»

Lorenzo sorrise, baciandole i capelli. «Quale parola?»

«Dentro», rispose lei. «Prima sapevo cosa voleva dire. Ora lo sento.»

Si addormentarono così, avvinghiati, mentre la notte di Firenze continuava il suo corso silenzioso.

Nei giorni successivi, scoprirono che Abdul non era stato un regalo una tantum. Era diventato un ospite regolare, atteso, desiderato. Ogni volta era diverso: a volte facevano l'amore tutti e tre insieme, a volte Matilde stava con Abdul mentre Lorenzo guardava, a volte erano Lorenzo e Abdul a esplorarsi l'un l'altro, guidati da lei.

Matilde scoprì che il sesso anale, che prima le sembrava un territorio ostile e doloroso, era invece una geografia tutta da cartografare, con i suoi sentieri nascosti e le sue vette insospettate. Imparò a riconoscere i segnali del suo corpo, a chiedere quello che voleva, a guidare gli uomini dentro di sé con parole precise e dolci.

E scoprì, soprattutto, che il dono più grande che Lorenzo le aveva fatto non era stato Abdul. Era stato il permesso di desiderare senza colpa.

«Ti piace, vero?» le chiese una sera Lorenzo, mentre Abdul dormiva accanto a loro, esausto, la pelle scura che brillava nella penombra come onice bagnato.

«Sì», rispose Matilde. «Ma non è solo il sesso. È che quando sei lì che mi guardi, mi sento... completa. Come se il tuo sguardo fosse la cornice di un quadro. Senza di te, sarebbe solo un dipinto. Con te, diventa arte.»

Lorenzo non rispose a parole. Si chinò su di lei, la baciò dolcemente, e poi, con una lentezza che era diventata il loro nuovo linguaggio, entrò in lei da dietro, esattamente dove Abdul era stato poco prima.

Il profumo di sandalo e sudore era ancora nell'aria, mescolato a quello della loro pelle e delle lenzuola. Matilde chiuse gli occhi, sentì il corpo di Lorenzo muoversi dentro di lei, e pensò che la felicità, a volte, ha il sapore di un addio e di un ritorno.

«Buon anniversario», sussurrò Lorenzo, molto tempo dopo.

Matilde rise, una risata leggera, stupita. «Sono passati tre mesi.»

«Lo so», rispose lui. «Ma ho deciso che celebreremo ogni giorno come un anniversario. Ogni giorno in cui mi sveglio accanto a te, ogni giorno in cui ti guardo e scopro che c'è ancora una parte di te che non conosco.»

Matilde aprì gli occhi. Sulla pelle scura di Abdul, nel punto in cui la luce della luna disegnava una striscia argentea, c'erano le impronte delle sue dita, dei suoi baci, del suo desiderio. Sulla pelle chiara di Lorenzo, le stesse tracce.

«Non finirà mai, vero?» chiese. «Questa scoperta.»

Lorenzo scosse il capo. «Non finirà mai. E io non smetterò mai di ringraziarti per avermi insegnato che l'amore non è un possesso. È un'esplorazione.»

Fuori, l'alba tingeva l'Arno di rosa. Abdul si mosse nel sonno, attirò Matilde a sé in un gesto inconscio. Lorenzo si accostò dall'altro lato, il suo respiro che si mescolava a quello dell'altro uomo sul corpo di lei.

Matilde rimase sveglia, sospesa tra loro due, ascoltando i loro cuori battere a ritmi diversi. E pensò che la parola che aveva imparato quella prima notte – dentro – non era abbastanza. Ce ne voleva un'altra, per descrivere quella sensazione di essere contemporaneamente contenuta e contenitore, di essere il luogo dove due mondi si incontravano.

Ma forse, pensò, chiudendo gli occhi, quella parola non esisteva ancora.

Forse toccava a lei inventarla.

Fine

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