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Lui & Lei

"Mery e il nettare giallo"


di Firstbig_Gift
12.02.2026    |    649    |    1 9.2
"E Tommaso seguiva, con la devozione di un discepolo e la curiosità di un esploratore..."

La prima volta che se ne accorse fu in un pomeriggio di maggio, nel giardino della sua villa di campagna. Mariagrazia – per tutti la Mery, con quella erre moscia che gli uomini del circolo trovavano irresistibile – era uscita da poco dal bagno e si era seduta sulla panchina di pietra sotto il glicine. Suo marito era morto da quattordici mesi, e quella casa, con le sue persiane verdi e il profumo di caprifoglio, era diventata il rifugio di una solitudine che indossava con eleganza.

Lui si chiamava Tommaso, ventisei anni, occhi color nocciola e una timidezza che sembrava voler chiedere scusa per la propria esistenza. Era stato il marito di Mery a prenderlo sotto la propria ala, un ragazzo sveglio ma senza padre, da avviare al mestiere di perito agrario. Quando il cuore del commendatore aveva smesso di battere, Tommaso non era scappato. Era rimasto. Per la tenuta, diceva. Per la Mery, pensava lei.

Quel pomeriggio, la donna indossava un abito di lino chiaro, leggermente stropicciato, che le cadeva appena sopra il ginocchio. I capelli, neri appena striati d'argento, erano ancora umidi. Si era seduta con le gambe leggermente divaricate, la stoffa tesa tra le cosce, e Tommaso, che stava sistemando le rose rampicanti a pochi passi, si era fermato.

Non fu lo sguardo a tradirlo. Fu il naso.

Dalla stoffa umida del vestito, là dove il corpo di Mery aveva premuto contro il tessuto dopo la doccia, saliva un profumo che non era più solo di sapone e crema corpo. Era un odore più basso, più segreto: una nota calda, salmastra, vagamente ammoniacale, che parlava di urine e di intimità femminile. Tommaso inspirò a fondo, senza rendersene conto. Poi arrossì violentemente e riprese a potare, le mani che tremavano sulle cesoie.

Mariagrazia non disse nulla. Ma aveva visto.

Nei giorni successivi, Tommaso scoprì di avere un talento nuovo, quasi animale: quello di riconoscere gli odori che Mery lasciava dietro di sé.

Quando lei usciva dal bagno al mattino, e l'anta della porta rimaneva socchiusa per qualche istante, una nube calda si riversava nel corridoio – vapori di doccia, talco, e quel fondo dolce-aspro di cui lui aveva imparato la mappa. Se lei tornava da una lunga camminata nei campi, e si sedeva sulla panca del portico con le guance arrossate e il respiro affannato, il suo odore diventava più denso, più penetrante. Non era sgradevole. Era intimo. Era lei, in una forma che nessuno, tranne forse suo marito, aveva mai conosciuto.

Tommaso non lo cercava, quell'odore. O forse sì, ma senza ammetterlo. Lo intercettava come si intercetta un segreto: con il batticuore di chi sa di non avere diritto a quel privilegio.

Mariagrazia, dal canto suo, non faceva nulla per nascondersi. Continuava a vivere con la naturalezza di chi è abituato a condividere gli spazi. Eppure, in certe mattine, indugiava un po' di più davanti alla finestra aperta della sua camera, lasciando che l'aria muovesse la vestaglia. O tornava dalle passeggiate con il lino del vestito macchiato di traspirazione, senza affrettarsi a cambiarsi.

Un gioco sottile, fatto di respiri e di sguardi che si incrociavano un secondo più del necessario.

Fu lei, alla fine, a rompere l'incantesimo.

Era agosto, una sera di afa e zanzare. Avevano cenato in giardino, sotto il glicine ormai sfiorito, e Tommaso stava sparecchiando. Mariagrazia si alzò, disse che aveva bisogno di una doccia prima che l'umidità la soffocasse.

Ma non entrò in casa.

Camminò fino al limitare del campo, dove cominciavano i girasoli secchi, e si fermò. Con una calma che a Tommaso parve eterna, si sfilò le scarpe, poi i pantaloni di lino che le erano rimasti appiccicati alle cosce per tutto il pasto.

Si accovacciò.

Il suono arrivò prima dell'immagine: un fruscio liquido, insistente, che bagnava la terra arsa. Poi l'odore – caldo, pungente, inebriante – salì nell'aria immobile della sera, mescolandosi al profumo dei tigli e dell'erba appena tagliata.

Tommaso rimase paralizzato, il vassoio delle tazze stretto tra le mani. Il suo naso lavorava a pieni ritmi, catturando ogni molecola di quel nettare segreto che Mariagrazia offriva, senza pudore, alla notte.

Quando lei si rialzò, si voltò lentamente. L'abito leggero le era scivolato da una spalla. Non sembrava imbarazzata.

"Lo senti?" chiese, la voce bassa, roca di caldo e di qualcos'altro. "È il profumo della vita, Tommaso. Quello che resta quando togli tutte le sovrastrutture."

Lui annuì, incapace di parlare. Il vassoio tremava visibilmente.

"Non aver paura," disse Mariagrazia, rimettendosi i pantaloni con gesti lenti, quasi cerimoniali. "A volte i desideri più strani sono quelli che ci ricordano chi siamo veramente."

Quella notte Tommaso non dormì. L'odore della terra bagnata gli era rimasto nelle narici, e ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la curva della sua schiena china, il bagliore della pelle chiara al chiaro di luna.

L'autunno portò la pioggia e le foglie morte, e con loro una nuova intimità.

Tommaso non si era più avvicinato a Mariagrazia con gli occhi bassi. La guardava, ora, con una franchezza che sapeva di desiderio, ma anche di rispetto. Era lei ad avergli dato il permesso, quella sera dei girasoli, e lui non intendeva tradire quella fiducia.

Cominciarono a esplorare, lentamente, quello spazio nuovo.

Lei tornava dalle sue camminate, a volte, e si sedeva accanto a lui sul divano di velluto verde, ancora accaldata, ancora umida. "Sono sudata," diceva, quasi scusandosi. Ma non si allontanava. E lui – con un coraggio che cresceva ogni volta – si chinava leggermente, appoggiando il viso vicino alla sua spalla, alla sua nuca, all'incavo del braccio.

Inspirava. Lei chiudeva gli occhi.

Non c'erano parole per descrivere quello che provava. Era un misto di vergogna e beatitudine, il senso di violare un confine e nello stesso tempo di esservi stato invitato. L'odore di Mery dopo una camminata era diverso da quello del bagno: più selvatico, più intenso, stratificato come un profumo complesso. C'era il sale della pelle, l'amaro dell'erba calpestata, e poi, in profondità, quella nota di urina che si insinuava come un basso continuo – l'eco di una sosta dietro un cespuglio, di una necessità soddisfatta all'aperto, in fretta, senza le costrizioni della casa.

Mariagrazia non parlava di quelle soste. Ma non le negava. Anzi, a volte, quando rientrava, il suo sguardo incrociava quello di Tommaso con una sfumatura di complicità.

"Oggi ho camminato fino al vecchio frantoio," diceva. "È così lontano. A volte non ce la faccio a tornare."

E Tommaso sapeva. Sapeva che quella frase era un dono, un frammento di verità intima che lei sceglieva di condividere con lui.

Una mattina di novembre, con la nebbia che avvolgeva la villa come un sudario, Mariagrazia lo chiamò in camera sua.

Era ancora a letto, le lenzuola di lino bianco arrotolate attorno al corpo nudo. I suoi capelli, sciolti, disegnavano un ventaglio scuro sul cuscino.

"Tommaso," disse, senza preamboli. "Voglio che tu mi guardi."

Non era una richiesta. Era una concessione.

Si alzò, nuda, e si diresse verso il bagno. La porta rimase aperta.

Lui la seguì con lo sguardo, immobile. Vide la schiena dritta, il movimento dei glutei mentre si chinava sulla tazza. Sentì il suono – quella volta più intimo, più vicino, senza la mediazione della terra o dei cespugli. E poi l'odore, che invase la stanza in ondate calde, mescolandosi al profumo della sua pelle e delle lenzuola appena lasciate.

Quando ebbe finito, Mariagrazia non si alzò subito. Rimasero così, lei china, lui in piedi sulla soglia, in un silenzio che conteneva più parole di qualsiasi discorso.

"Ti piace," disse lei. Non era una domanda.

"Sì," rispose lui. E quella singola sillaba gli costò uno sforzo immenso.

Mariagrazia si asciugò con lentezza, si avvolse in una vestaglia di seta color crema, e tornò a sedersi sul bordo del letto. I suoi occhi, neri e profondi, fissarono Tommaso.

"Da piccola," cominciò, "mia nonna mi portava nei campi a maggio. C'erano i papaveri, le margherite, ma io amavo soprattutto una cosa: fare pipì sull'erba. Mi accovacciavo e guardavo il terreno che si scuriva, la schiuma bianca che si formava. Mia nonna diceva che era il modo della terra per ringraziare. Io ci credevo."

Sorrise, un sorriso malinconico. "Poi sono cresciuta. Ho imparato che certe cose non si dicono, non si mostrano. Mio marito... lui non avrebbe capito. Era un uomo meraviglioso, ma aveva i suoi confini."

Poggiò una mano sulla guancia di Tommaso. La sua pelle era fresca, odorava di sapone e di quel segreto appena condiviso.

"Tu invece no. Tu non hai confini. O meglio, i tuoi confini sono diversi. Tu vedi la bellezza dove gli altri vedono solo imbarazzo."

Tommaso prese quella mano, la portò alle labbra. Non la baciò: la annusò, chiudendo gli occhi, catturando l'ultima traccia di quel nettare che ormai riconosceva tra mille.

"È come un vino," mormorò. "Ogni volta è diverso. A volte più dolce, a volte più aspro. Dipende da quello che hai bevuto, da quanto tempo è passato, da come ti senti."

Mariagrazia rise, una risata leggera, stupita. "Non ci avevo mai pensato. Un vino."

"Un nettare," corresse lui. "Il tuo nettare."

Fu così che cominciò l'esplorazione.

Non c'era fretta, né avidità. Mariagrazia stabiliva i tempi, i luoghi, le modalità. E Tommaso seguiva, con la devozione di un discepolo e la curiosità di un esploratore.

Lei scoprì che poteva bere più acqua la mattina, se sapeva che lui sarebbe venuto nel pomeriggio. Scoprì che il tè al gelsomino lasciava un profumo più floreale, mentre il caffè lo rendeva più amaro, quasi tostato. Scoprì che trattenersi a lungo rendeva il flusso più caldo, più intenso, quasi doloroso nella sua abbondanza.

Lui scoprì i rituali. Il modo in cui lei gli chiedeva di aspettare fuori dal bagno, la porta socchiusa, mentre il suono liquido lo faceva vibrare come una corda tesa. Il modo in cui, a volte, lo faceva inginocchiare accanto a sé – non per umiliarlo, ma per offrirgli una prospettiva più ravvicinata, più intima. Il modo in cui la sua mano cercava la sua, la stringeva, mentre il corpo si liberava.

Non c'era sesso, in quegli incontri. O meglio, il sesso era altrove, differito, sublimato in quella forma d'acqua e di sale. Mariagrazia non permetteva a Tommaso di toccarla in altri modi, e lui non chiedeva. Quello che avevano era sufficiente. Era, anzi, perfetto nella sua incompletezza.

Ma il desiderio cresceva, come una pianta rampicante, avvolgendo ogni altro aspetto della loro convivenza.

Tommaso cominciò a notare dettagli che prima gli sfuggivano: la curva del collo di Mery quando beveva, il modo in cui inumidiva le labbra prima di parlare, la leggera ansia nei suoi occhi quando il tè era troppo caldo e doveva aspettare. Ogni sorso era una promessa. Ogni bicchiere d'acqua, una preghiera.

Mariagrazia, dal canto suo, scoprì una nuova forma di potere. Non era il potere di sedurre o di negare: era il potere di offrire se stessa nella sua verità più elementare, di trasformare un bisogno fisiologico in un atto di intimità totale. Quando si sedeva sul water, con Tommaso inginocchiato accanto a lei, non si sentiva esposta o vulnerabile. Si sentiva vista. E in quello sguardo, finalmente, libera.

L'inverno portò il gelo e la neve, e con loro una nuova tappa del loro viaggio.

Era gennaio, e la villa era isolata dal mondo, circondata da un silenzio bianco e ovattato. Mariagrazia guardava fuori dalla finestra, il respiro che appannava il vetro.

"Voglio farlo nella neve," disse.

Tommaso la guardò, sorpreso. "Fuori? Con questo freddo?"

Lei sorrise, maliziosa. "Proprio per questo."

Uscirono insieme, avvolti nei cappotti, i piedi che affondavano nel manto candido. Mariagrazia si allontanò di qualche passo, si fermò sotto il grande cedro del Libano. Poi, con gesti lenti, si sfilò i pantaloni, si abbassò la biancheria.

Si accovacciò.

Il giallo brillante del suo nettare esplose sulla neve immacolata, scavando un cratere fumante, disegnando arabeschi che si allargavano come petali di un fiore alieno. Il vapore saliva nell'aria gelida, e con esso l'odore – più intenso che mai, amplificato dal freddo, quasi solido nella sua consistenza olfattiva.

Tommaso si inginocchiò nella neve accanto a lei, senza sentire il freddo. Guardò il giallo che si scioglieva nel bianco, il liquido caldo che corrodeva il ghiaccio. E poi guardò lei – il viso arrossato, gli occhi semichiusi, le labbra appena dischiuse in un sospiro di sollievo e piacere.

"È bellissimo," sussurrò.

Mariagrazia aprì gli occhi, lo guardò. Nella sua pupilla scura, riflessa, c'era la luna. O forse era solo la neve.

"Sì," disse. "Lo è."

E per la prima volta, quando ebbe finito, non si alzò subito. Rimase accovacciata, il corpo ancora aperto, e allungò una mano verso di lui.

"Senti," mormorò. "Metti la mano qui. Senti com'è caldo."

Tommaso obbedì. La sua mano affondò nella neve sciolta, nel liquido che stava già raffreddandosi. Era caldo, sì, e liscio, e in qualche modo vivo. Chiuse gli occhi, cercando di imprimere quella sensazione nella memoria.

"È la vita," disse Mariagrazia, riecheggiando le sue parole di mesi prima. "Quello che resta quando togli tutto il resto."

Tommaso non rispose. Si chinò, appoggiò il viso sulla neve bagnata. Inspirò a fondo, riempiendosi i polmoni di quel profumo che era ormai il suo respiro.

E capì, in quel momento, che non avrebbe mai più desiderato nient'altro.

Quella notte, per la prima volta, Mariagrazia lo fece salire nel suo letto.

Non ci fu amplesso, né penetrazione. Si sdraiarono uno accanto all'altra, vestiti, guardando il soffitto. Fuori la neve continuava a cadere, silenziosa e instancabile.

"Ho paura," disse Mariagrazia, dopo un lungo silenzio. "Che un giorno questo non ti basti più. Che tu voglia di più."

Tommaso voltò il capo verso di lei. Il suo profilo, contro il cuscino bianco, sembrava quello di una statua antica.

"Non voglio di più," disse. "Voglio solo questo. Voglio te, così come sei. Il tuo corpo, la tua acqua, il tuo odore. Non ho bisogno di altro."

Lei sorrise, senza voltarsi. "Sei strano, Tommaso."

"Lo so," rispose lui. "Ma tu mi hai scelto lo stesso."

Mariagrazia chiuse gli occhi. Sotto le palpebre, vide ancora il giallo sulla neve, il vapore che saliva verso il cielo nero. Vide se stessa, accovacciata come quando era bambina, che offriva alla terra il suo dono segreto.

E vide Tommaso, inginocchiato accanto a lei, che guardava quella scena con occhi pieni di meraviglia e devozione.

"Non ti lascerò mai andare," sussurrò, quasi addormentata. "Sei l'unico che mi ha veramente vista."

Tommaso non rispose. Prese la sua mano, la portò alle labbra, e la tenne lì fino a quando il respiro di lei divenne regolare e profondo.

Fuori, la neve continuava a cadere, seppellendo il mondo in un silenzio immacolato. Solo sotto il grande cedro, un cerchio giallo si allargava lentamente, scavando un cratere nella coltre bianca.

Un cratere caldo, vivo, profumato.

Il nettare di Mery.
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