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¨Il nano e la valchiria¨
03.03.2026 |
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"La punta del suo cazzo premette contro la sua fica già bagnata, e lentamente, cominciò a entrare..."
Capitolo 1: L'incontro in piscina
La piscina comunale di Padova, il giovedì sera, era un luogo di silenzio e cloro. Le vasche deserte, l'eco dei passi sulle piastrelle, l'odore acre che si mescolava al sudore degli atleti. Oreste amava quell'ora, quando poteva allenarsi senza sguardi addosso, senza quelle occhiate di commiserazione o curiosità che lo seguivano dappertutto.
Centoquaranta centimetri di altezza, eppure un corpo scolpito dalla ginnastica artistica, spalle larghe, braccia possenti, gambe tozze ma potenti. Umbi, come lo chiamavano gli amici, era un nano, sì, ma un nano che sollevava pesi doppi dei suoi, che nuotava come un delfino, che sulle parallele faceva cose che atleti normodotati potevano solo sognare.
Quella sera, però, non era solo.
Silvia era lì, sulla tribuna, con gli occhi azzurri che lo seguivano in ogni movimento. Suo marito Oreste, accanto a lei, le aveva parlato di Umbi per settimane, mostrandole foto, video, raccontandole delle sue imprese in palestra. Lei era incuriosita, certo, ma quando lo vide dal vivo, qualcosa dentro di lei cambiò.
Umbi uscì dall'acqua, il costume aderente che lasciava poco all'immaginazione. L'acqua gli colava giù per il petto scolpito, per quegli addominali che sembravano disegnati, per le braccia possenti. Silvia notò il suo sguardo, fiero, sicuro, senza traccia di quell'imbarazzo che tanti nani mostravano in pubblico. Lui si muoveva come un re nel suo regno.
«È incredibile,» mormorò Silvia, senza rendersi conto di parlare ad alta voce.
Oreste le strinse la mano. «Aspetta di vederlo sulle parallele.»
Umbi si avvicinò agli attrezzi, si issò con una facilità sconcertante, e cominciò la sua routine. I muscoli guizzavano sotto la pelle, la concentrazione era totale. Silvia lo guardava rapita, e intanto sentiva qualcosa crescere dentro di sé, una curiosità che non aveva mai provato.
Quando finì, Umbi si avvicinò a loro, asciugandosi con un telo.
«Oreste!» lo salutò, con una voce profonda, inaspettata per la sua statura. «Da quanto tempo! E questa è...»
«Mia moglie, Silvia,» disse Oreste. «Te ne avevo parlato.»
Gli occhi di Umbi incontrarono quelli di Silvia. Lei sentì un brivido percorrerle la schiena.
«Piacere, Silvia,» disse lui, tendendole la mano. La sua stretta era forte, sicura. «Oreste mi ha detto che sei curiosa di vedere i miei allenamenti.»
«Sì,» rispose lei, con voce un po' roca. «Sei... impressionante.»
Lui sorrise, un sorriso che le fece battere il cuore. «Torno in spogliatoio a cambiarmi. Se volete, dopo possiamo prenderci qualcosa al bar, tutti e tre.»
Oreste annuì, e Silvia sentì la mano del marito che le stringeva la coscia, complice, eccitato.
Capitolo 2: La proposta
Il bar della piscina era deserto a quell'ora. Un vecchio bancone, qualche tavolino di formica, macchinette del caffè che ronzavano nell'angolo. Umbi si sedette di fronte a loro, e per la prima volta Silvia lo osservò da vicino.
Il suo corpo era perfetto, nelle proporzioni ridotte. Le braccia erano quelle di un pugile, i pettorali definiti, le gambe massicce. Indossava una maglietta attillata che lasciava intravedere ogni muscolo, e pantaloni della tuta che non riuscivano a nascondere completamente quello che stava sotto.
«Allora,» disse Umbi, «Oreste mi ha parlato di voi. Delle vostre... esplorazioni.»
Silvia arrossì leggermente, ma Oreste le prese la mano, rassicurandola.
«Sì,» disse Oreste. «Cerchiamo esperienze nuove. Persone nuove. E quando ti ho visto in palestra, quando ho visto come ti alleni, come usi il tuo corpo... ho pensato a te.»
Umbi sorrise, appoggiò i gomiti sul tavolo. «E cosa avresti in mente, esattamente?»
Oreste guardò Silvia, poi tornò a guardare Umbi. «Vorrei che tu facessi l'amore con mia moglie. Con me che guardo. Con me che, forse, partecipo.»
Il silenzio calò tra di loro. Umbi guardò Silvia, i suoi occhi azzurri, i suoi lunghi capelli biondi, quel corpo da valchiria, alta, slanciata, con seni pieni e gambe che sembravano non finire mai.
«E tu, Silvia?» chiese Umbi. «Cosa ne pensi?»
Lei lo guardò, e sentì il calore salirle dentro. «Sono qui, no?»
Umbi annuì lentamente. Poi, con un sorriso che prometteva cose, disse: «Allora, quando cominciamo?»
Capitolo 3: La palestra di notte
Tre sere dopo, la palestra era chiusa al pubblico, ma Umbi aveva le chiavi. In un angolo, tra i pesi e le panche, aveva preparato un materassone, qualche asciugamano, una luce soffusa.
Silvia entrò per prima, seguita da Oreste. Indossava un vestitino leggero, niente sotto, come aveva deciso con il marito. Umbi era già lì, in pantaloncini corti, il torso nudo che scintillava leggermente di sudore.
«Benvenuti nel mio regno,» disse, con un sorriso.
Silvia si guardò intorno. I macchinari, gli specchi, l'odore di ferro e gomma. Un posto insolito per l'amore, ma forse proprio per questo eccitante.
«Allora,» disse Umbi, avvicinandosi a lei, «cominciamo con calma. Voglio vederti. Voglio sapere cosa piace a te, non solo a lui.»
Silvia sentiva il cuore battere forte. Umbi era così vicino che poteva sentire il suo odore, un misto di deodorante e qualcosa di più muschiato, più primordiale.
«Toccami,» sussurrò.
Umbi allungò una mano, le sfiorò il collo, poi scese lungo la scollatura del vestito. Le sue dita erano ruvide, callose, e quando toccarono la pelle di Silvia, lei rabbrividì.
«Sei così alta,» mormorò lui, sorridendo. «Mi farò perdonare con altro.»
Con un gesto rapido, le sollevò il vestito, scoprendola completamente. Lei era nuda sotto, come promesso. I suoi seni pieni emersero alla luce, i capezzoli già duri, il pube rasato, le cosce lunghe e perfette.
«Cristo,» mormorò Umbi. «Sei perfetta. Sembri una dea. Una valchiria.»
«E tu un gladiatore,» rispose lei, guardando il suo corpo scolpito.
Umbi sorrise, poi si chinò su di lei. La sua bocca trovò un capezzolo, cominciò a succhiarlo con una lentezza che fece impazzire Silvia. La lingua girava intorno, i denti lo sfioravano appena, e intanto le mani le accarezzavano i fianchi, le cosce, risalivano fino ai seni.
Oreste guardava da una panca, immobile, con il cuore in gola. Vedeva la bocca di Umbi sul corpo di sua moglie, vedeva il piacere che cresceva sul volto di lei, e sentiva il suo cazzo indurirsi come non mai.
Umbi scese, baciando la pancia di Silvia, i fianchi, l'interno coscia. Arrivò alla sua fica, già umida, già pronta, e la guardò.
«Posso?» chiese.
«Sì,» ansimò lei. «Ti prego, sì.»
La lingua di Umbi entrò in azione. Era incredibile come un uomo così piccolo potesse avere una lingua così abile. Leccava, spingeva, entrava, usciva, trovava il clitoride e lo stimolava con una precisione che nessun uomo aveva mai avuto. Silvia gemeva, si contorceva, affondava le dita nei suoi capelli.
«Così,» ansimava. «Così, non fermarti...»
Oreste si era sbottonato i pantaloni e cominciava a masturbarsi, guardando la scena. Vedeva la testa di Umbi tra le gambe di sua moglie, la sentiva gemere sempre più forte, e sapeva che stava per succedere qualcosa di grande.
Quando Silvia venne, lo fece con un grido che echeggiò tra i macchinari della palestra. Il suo corpo tremò, scosso dagli spasmi, e rimase lì, ansimante, con gli occhi chiusi.
Umbi si rialzò, si asciugò la bocca con il dorso della mano. I suoi pantaloncini lasciavano intravedere un'erezione imponente, sproporzionata rispetto alla sua statura.
«Ora tocca a me,» disse, con voce roca. «E tu, Oreste, guarda. Guarda cosa ti sei perso per tutti questi anni.»
Si abbassò i pantaloncini. Il suo cazzo emerse, enorme. Non era possibile che un uomo così piccolo avesse un membro così grande. Silvia lo guardò con occhi sgranati, incredula.
«È... è gigante,» mormorò.
«Lo so,» rispose Umbi. «È il mio segreto. La natura a volte compensa. E tu, valchiria, lo prenderai tutto.»
Capitolo 4: La presa
Umbi si avvicinò a Silvia, ancora distesa sul materassone, ancora tremante per l'orgasmo appena passato. La sollevò leggermente, la fece mettere in ginocchio, a quattro zampe.
«Così,» disse, accarezzandole il sedere. «Così ti prendo meglio. E tu, Oreste, vieni qui. Mettiti davanti a lei. Voglio che la tua bocca sia occupata mentre io la scopo.»
Oreste obbedì, si mise in ginocchio davanti a Silvia, offrendole il suo cazzo duro. Lei lo prese in bocca automaticamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Umbi si posizionò dietro di lei. La punta del suo cazzo premette contro la sua fica già bagnata, e lentamente, cominciò a entrare.
Silvia gemette attorno al cazzo di Oreste. Sentiva quella cosa enorme penetrarla, riempirla come non era mai stata riempita. Era troppo, era meraviglioso, era doloroso e piacevole insieme.
«Cristo, come sei stretto,» ansimò Umbi. «Stringi il mio cazzo come se non volessi lasciarlo andare.»
Cominciò a muoversi, lentamente all'inizio, poi sempre più deciso. Ogni spinta faceva sobbalzare Silvia, che ogni volta spingeva il bacino indietro per prenderlo tutto. La bocca intanto continuava a succhiare Oreste, che si reggeva a stento in piedi per l'eccitazione.
«Guardali, Oreste,» disse Umbi, mentre pompava. «Guarda tua moglie come gode. Guarda come prende il mio cazzo. È nata per questo. È nata per essere scopata da uomini veri.»
Oreste guardava, e non riusciva a credere ai suoi occhi. Sua moglie, la madre dei suoi figli, la donna che credeva di conoscere, era lì, in ginocchio, che prendeva il cazzo di un nano come se fosse l'ultima cosa al mondo.
Umbi accelerò, le spinte diventarono più forti, più profonde. Silvia era in estasi, i gemiti che uscivano nonostante la bocca piena, le mani che stringevano le cosce di Oreste, il corpo che tremava senza controllo.
«Vengo,» ansimò Umbi all'improvviso. «Vengo, cazzo, dove lo vuoi?»
«Dentro,» gridò Silvia, staccandosi dalla bocca di Oreste. «Dentro di me, voglio sentirti venire dentro di me.»
Umbi la afferrò per i fianchi e spinse fino in fondo, scaricando tutto il suo sperma dentro di lei. Silvia urlò, un urlo lungo, liberatorio, mentre un altro orgasmo la travolgeva insieme a quello di lui.
Rimasero così, immobili, per quello che parve un'eternità. Poi Umbi si staccò, si lasciò cadere sul materassone, esausto. Silvia si accasciò accanto a lui, ansimante. Oreste era ancora lì, in ginocchio, con il cazzo duro in mano.
«Vieni qui,» disse Silvia, tendendogli la mano. «Vieni qui, amore mio. Tocca a te.»
Oreste si avvicinò, e lei lo prese in bocca, pulendolo, accarezzandolo con la lingua, mentre con una mano si toccava, facendo uscire lo sperma di Umbi che le colava lungo le cosce.
«Sborra sulla mia faccia,» gli sussurrò. «Voglio che tu mi copra. Voglio puzza di tutti e due addosso.»
E Oreste lo fece, coprendole il viso, i seni, la bocca, mentre lei lo guardava con occhi pieni di amore e di lussuria.
Capitolo 5: La routine
Quella notte cambiò tutto. Da allora, Umbi divenne una presenza fissa nella loro vita. La palestra di notte, la piscina deserta, a volte la casa di Umbi, un piccolo appartamento dove però il letto era enorme, proporzionato alle sue esigenze.
Ogni volta era una scoperta nuova. Umbi insegnò a Silvia posizioni che non immaginava, angolazioni che solo un uomo della sua statura poteva permettere. La prendeva in piedi, con lei che doveva chinarsi per baciarlo, e quella differenza di altezza diventava eccitazione pura.
Scoprirono che poteva prenderla mentre lei era distesa e lui in ginocchio, e in quella posizione il suo cazzo arrivava dove nessun altro era mai arrivato. Scoprirono che poteva sollevarla con quella forza incredibile, tenerla in braccio mentre la scopava, e lei si sentiva leggera come una piuma.
«Non avrei mai immaginato,» disse Silvia una sera, dopo l'ennesimo incontro sfrenato, «che un uomo così potesse darmi così tanto.»
Umbi sorrise, accarezzandole i capelli. «Il piacere non ha altezza, Silvia. Ha solo profondità. E io, nella vita, ho imparato a essere profondo.»
Oreste li guardava, e dentro di sé provava una felicità che non aveva mai conosciuto. Vedere sua moglie così appagata, così libera, così felice, era meglio di qualsiasi orgasmo.
«Grazie, Umbi,» disse. «Grazie per quello che fai per noi. Per lei. Per me.»
Umbi lo guardò, sorrise. «Siete una coppia speciale. E io sono onorato di far parte di questo gioco. Ma ricordate: io sono solo un ospite. Il protagonista, qui, sei tu. Per sempre tu.»
Silvia si girò verso Oreste, lo baciò.
«È vero,» sussurrò. «Tu sei l'uomo della mia vita. Lui è solo... il nostro giocattolo. Il nostro magnifico, incredibile giocattolo.»
E mentre la notte avvolgeva la città, loro tre rimasero abbracciati, in un equilibrio perfetto tra amore, desiderio e amicizia.
Il nano e la valchiria. Due mondi opposti che si erano incontrati, e avevano scoperto di completarsi a vicenda.
Capitolo 6: L'evoluzione
Con il tempo, il rapporto si evolse. Umbi non era più solo un amante, era diventato un amico, un confidente, parte della loro vita. Uscivano insieme, cenavano insieme, ridevano insieme. E poi, quando calava la sera, iniziava il gioco.
Una volta, in piscina, Umbi la prese sull'orlo della vasca, con l'acqua che lambiva i loro corpi. Lei era seduta sul bordo, lui in acqua, e la penetrava da sotto, in un angolo che sembrava impossibile. L'acqua fredda e il caldo dei loro corpi creavano un contrasto che la faceva impazzire.
Un'altra volta, in palestra, lui la legò alle parallele con delle fasce elastiche, lasciandola sospesa, in balia dei suoi movimenti. La prese da dietro, lentamente, facendola dondolare, mentre Oreste guardava e si masturbava.
«Sei la mia bambola,» sussurrava Umbi, mentre la scopava. «La mia bambola alta e bionda. E io gioco con te come voglio.»
Lei annuiva, annuiva sempre, perché in quelle parole c'era una verità che l'aveva liberata. Essere oggetto del desiderio di un uomo così, essere guardata, usata, amata, era la cosa più bella che le fosse mai capitata.
Capitolo 7: Il cerchio si chiude
Una sera, Umbi propose qualcosa di nuovo.
«Stanotte,» disse, «voglio che sia Oreste a decidere. Voglio che mi dica cosa fare, come farlo, quanto farlo. Voglio che sia lui il regista, per una volta.»
Oreste guardò Silvia, che annuì con un sorriso.
«Allora,» disse Oreste, prendendo coraggio, «voglio che la prenda sul tappeto. A pancia in giù. E voglio che la prenda forte. Fortissimo. Voglio sentirla urlare.»
Umbi obbedì. Prese Silvia come ordinato, con una violenza che non aveva mai usato. Lei urlava, piangeva, rideva, e ogni suo urlo era musica per le orecchie di Oreste.
«E ora,» continuò Oreste, «voglio che venga sulla sua schiena. Voglio vederla coperta.»
Umbi si staccò, si masturbò sopra di lei, coprendole la schiena di sperma caldo. Poi, su ordine di Oreste, si mise in ginocchio davanti a lei e le offrì il suo cazzo ancora duro perché lo pulisse con la bocca.
Lei lo fece, guardando Oreste negli occhi, mentre il gusto di Umbi le riempiva la bocca.
Quando finirono, rimasero tutti e tre distesi, esausti, felici.
«Grazie,» disse Oreste. «Grazie a tutti e due. Per avermi fatto capire che l'amore non ha confini. Che può essere tutto questo e anche di più.»
Umbi gli strinse la mano. Silvia baciò tutti e due.
E mentre la luna illuminava la palestra deserta, loro tre sapevano che quella non era la fine. Era solo l'inizio di qualcosa di ancora più grande.
Passarono anni. Umbi rimase nella loro vita, diventando lo zio acquisito dei loro figli, l'amico fidato, il compagno di giochi. Silvia non smise mai di desiderarlo, e Oreste non smise mai di guardare.
Scoprirono che l'amore può avere mille forme. Che non esiste un solo modo di amare, un solo modo di desiderare. Che a volte, per essere felici, bisogna infrangere le regole, superare i confini, osare l'inosabile.
E loro, il nano e la valchiria, con Oreste a fare da ponte tra due mondi, avevano osato. E avevano vinto.
Per sempre.
Fine
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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