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"Grazia assicura sempre bene il carico
30.04.2026 |
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"Venne dappertutto, schizzando sul materasso, sulle corde, sui piedi dei suoi aguzzini..."
Il capannone profumava di cuoio, lattice e cera calda. Susanna era nuda, in ginocchio al centro della stanza, le mani legate dietro la schiena con una corda di canapa grezza. Grazia le girava intorno lentamente, come un predatore che osserva la sua preda. Ogni tanto si fermava, accarezzava una spalla, pizzicava un capezzolo, tirava un ciuffo di capelli.
«Oggi facciamo le cose per bene» disse Grazia con la sua voce grave, calma, terrificante. «Oggi le tue curve verranno esaltate come meriti.»
Prese un rotolo di corda rossa. La seta intrecciata. Cominciò dal collo di Susanna, avvolgendo con precisione chirurgica, lasciando un anello che fungeva da guinzaglio. Poi scese lungo il petto, stringendo le sue tette piene, facendole sporgere come due frutti maturi pronti per essere colti. La corda passava sotto i seni, li sollevava, li imbarazzava in una gabbia rossa.
Susanna gemette. Le piaceva sentirsi costretta. Le piaceva vedere le sue curve diventare arte del dolore e del piacere.
Grazia continuò. Intrecciò la corda intorno alla vita, poi scese sui fianchi, poi sulle cosce. Ogni nodo era perfetto, ogni tensione studiata. Susanna non poteva più muoversi. Era un pacco. Un regalo. Un carico da consegnare.
«Grazia...» sussurrò Susanna.
«Zitta. Le merci non parlano.»
La porta del capannone si aprì. Entrarono Marco, Laura e due nuovi adepti: un uomo alto e silenzioso di nome Rudy, e una donna dai capelli viola chiamata Eva. Tutti vestiti di nero. Tutti con gli occhi fissi su Susanna legata, esposta, umida.
Grazia si mise al centro. «Stasera giochiamo con i piedi. Chi vuole usare le proprie dita per dilatare questa cagna?»
Rudy ed Eva si guardarono. Poi si inginocchiarono ai lati di Susanna. Lei era sdraiata su un materasso spesso, le gambe sollevate e tenute aperte da due corde che partivano dalle caviglie e arrivavano a un gancio nel soffitto. La sua figa era già bagnata, lucida, le labbra gonfie. Il suo culo era perfettamente esposto.
«Cominciate con gli alluci» ordinò Grazia.
Rudy infilò il suo alluce destro nella figa di Susanna. Lentamente. L'unghia corta, la pelle ruvida. Susanna sentì quella pressione inconsueta, strana, eccitante. Non era un dito. Era un piede. Era una parte del corpo che normalmente non entra lì. Eppure stava entrando. E lei lo voleva.
Eva, dall'altra parte, infilò il suo alluce sinistro nell'ano di Susanna. Anche lei lentamente, con dolcezza sadica. Due alluci. Due buchi. Due direzioni diverse.
Susanna urlò. Un urlo di sorpresa e di piacere animalesco.
«Muoveteli» comandò Grazia. «Come se fossero dita. Avanti e indietro. Dentro e fuori. Voglio vederla contorcersi.»
Rudy ed Eva obbedirono. I loro alluci si muovevano sincronizzati, dentro e fuori, dentro e fuori. Susanna non riusciva più a respirare. Ogni movimento dei due alluci le sfiorava le pareti interne, il punto G, la prostata femminile, tutto insieme.
«Ancora» ansimava Susanna. «Ancora, per favore, ancora.»
Grazia si avvicinò. Le mise un dito in bocca. «Non implorare. Prendi e basta.»
Susanna prese. Godette. Mentre i due alluci continuavano a entrare e uscire dai suoi due buchi, lei sentiva l'orgasmo salire come un treno in corsa. Poi esplose. Urlò il nome di Grazia. Poi quello di Rudy. Poi quello di Eva. Venne dappertutto, schizzando sul materasso, sulle corde, sui piedi dei suoi aguzzini.
Grazia sorrise. «Brava cagna. Sei stata brava. Ma non abbiamo ancora finito.»
Grazia slegò Susanna, ma solo per rimetterla in un'altra posa. La mise a quattro zampe, le attaccò il guinzaglio al collare di cuoio, e la portò fuori dal capannone. Nel piazzale c'era il suo autotreno rosso, con il rimorchio aperto.
«Sali» disse.
Susanna salì. Nel rimorchio c'erano materassi, cuscini, catene e un gancio centrale. Grazia la fece sdraiare a pancia in giù, le legò le mani dietro la schiena, le divaricò le gambe con una sbarra di metallo. Rimase esposta. Aperta. Vulnerabile.
Poi Grazia chiamò gli altri. «Venite a vedere il carico.»
Marco, Laura, Rudy ed Eva salirono sul rimorchio. Girarono intorno a Susanna come compratori al mercato. La toccavano. La valutavano. Le infilavano dita, lingua, oggetti.
«È ben assicurata» disse Marco, tirando una corda.
«Grazia assicura sempre bene il carico» rispose Laura con un sorriso.
La notte passò così. Susanna venne usata da tutti. In bocca. Nella figa. Nel culo. Con dita, piedi, membri di gomma, una candela di cera calda che gocciolava sui suoi capezzoli. Venne schiaffeggiata, sputata, chiamata puttana, cagna, zoccola. E ogni volta ringraziava.
Perché era quello che voleva. Perché Grazia glielo stava dando.
All'alba, Grazia slegò Susanna. La mise in piedi. Le accarezzò il viso dolorante.
«Sei stata perfetta» le sussurrò. «Ora vai a casa. Riposati. La prossima settimana ti aspetto. Porterò altri amici.»
Susanna annuì. Aveva il corpo pieno di lividi, di morsi, di sperma secco. Ma i suoi occhi brillavano. Per la prima volta in 44 anni, si sentiva viva.
Si vestì in silenzio. Salì sulla sua macchina. Guidò verso casa pensando a Roberto, che l'aspettava. E pensava già alla prossima volta.
Grazia la guardò allontanarsi. Accese una sigaretta. Disse tra sé: «Bel carico. Ben assicurato. Pronto per la prossima consegna.»
E sorrise.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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