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"Posso sedermi sulle tue cosce?"


di Firstbig_Gift
02.04.2026    |    4.489    |    6 9.1
"A volte lui mi prendeva da dietro, mentre io stringevo tra le dita i vestiti di seta appesi, il mio gemito soffocato da un foulard che mordevo..."
"Posso sedermi sulle tue cosce?"



Era un martedì di pioggia sottile quando lo vidi entrare in boutique. Lo riconobbi subito: il vedovo del quartiere, quello che tutti chiamavano «il signor Sergio» con un tono di compassione impacciata. Sessant’anni ben portati, capelli grigio-ferro, occhi che sembravano aver smesso di sorridere da quando la moglie se n’era andata, due anni prima.

Io mi chiamavo Elena, ventiquattr’anni, commessa da sei mesi in quel tempio di seta e pizzo. Indossavo un tailleur nero attillato, tacchi dodici, rossetto ciliegia. Il mio matrimonio con Armando era una nave che affondava lentamente: lui sempre via per lavoro, io sempre sola, con un appetito che nessun vibratore riusciva a saziare.

«Buongiorno, signor Sergio. Cosa cerca oggi?» chiesi con la voce che sapevo diventasse morbida come guanto di camoscio.

Lui alzò lo sguardo, imbarazzato. «Un regalo... per una signora. Non so bene...»

Lo accompagnai tra gli scaffali, sfiorandogli il braccio ogni tanto. Lui tremava appena. Lo portai fino al camerino privato — quello che usavamo per le clienti facoltose — e presi un corsetto di pizzo nero e rosso.

«Vuole vederlo indossato?» mormorai, chiudendo la porta alle nostre spalle.

Lui impallidì. «Signorina, io...»

«Elena. Mi chiami Elena. E ho un debole per gli uomini che sanno aspettare. Ma anche per quelli che non aspettano più.»

Spensi l’interfono del negozio. Le persiane abbassate. Il profumo di gigli e cera d’api.

Mi avvicinai a lui, lentamente, e senza chiedere il permesso mi sedetti sulle sue gambe. Una gamba per parte, la gonna che risaliva sulle cosce bianche e rasate. Le mie mani sulle sue spalle, il mio peso delicato sul suo grembo.

Lui trattenne il fiato. Sentii la sua mano destra posarsi incerta sul mio fianco.

«Non abbia paura» sussurrai. «Sono maggiorenne. E so cosa voglio.»

Allora accadde. Sotto il tessuto dei suoi pantaloni grigi, qualcosa si mosse. Una tensione che cresceva, un gonfiare lento ma deciso. Lui gemette, vergognoso, mentre il suo sesso prendeva vita contro la mia coscia nuda. Un’erezione poderosa, quasi violenta, come se quell’uomo avesse tenuto spento il fuoco per anni e ora una scintilla lo riaccendesse tutto.

«Vede?» feci io, spostandomi appena, sfregando il pizzo della mia mutandina sul suo jeans. «Non è morto affatto. Era solo in letargo.»

Mi prese per i fianchi, le dita che affondavano nella mia carne. «Elena... è da tanto che...»

«Che non tocca una donna? Lo so. Lo sento. Lo sento adesso.»

E lo sentivo eccome. Il suo membro duro contro il mio osso pubico, pulsante, caldo. Lo accarezzai con la mano sopra i pantaloni, ridendo piano quando lui gemette di nuovo.

«Abbiamo venti minuti, signor Sergio. Poi arriva il mio titolare. E mio marito Armando passa sempre a prendermi alle tredici e trenta.»

Lui mi afferrò i capelli, mi tirò indietro il capo. «Allora non perdiamo tempo.»

Fu il primo dei nostri pranzi proibiti. Ogni giorno, da martedì a venerdì, dalle dodici e cinquanta alle tredici e venticinque. Lui chiudeva la sua piccola falegnameria, io abbassavo la saracinesca della boutique. Niente corsetti, niente finzioni. Solo corpi che si cercavano come assetati nel deserto.

Lo facevamo in piedi contro il muro del camerino, con la sua bocca sulla mia nuca e le sue mani che mi sollevavano la gonna. Lo facevamo sul tappeto persiano, io sopra di lui a cavalcioni, il suo sesso che entrava in me con la fame di chi ha digiunato troppo a lungo. A volte lui mi prendeva da dietro, mentre io stringevo tra le dita i vestiti di seta appesi, il mio gemito soffocato da un foulard che mordevo.

Una volta Armando passò davanti alla vetrina mentre io avevo la bocca piena del cazzo di Sergio. Mio marito guardò l’orologio, bussò al vetro, fece un cenno di saluto. Io ricambiai con un sorriso innocente, mentre sotto il bancone continuavo a succhiare, leccare, ingoiare. Sergio venne in quel momento, silenzioso e tremante, e il mio sorriso per Armando diventò autentico — perché il marito non sapeva che la sua signora stava bevendo il seme di un altro uomo a pochi passi da lui.

Le settimane passarono. Sergio riprese vigore, voglia, vita. Mi scopava come se ogni volta fosse l’ultima, e forse era proprio quello il segreto: il conto alla rovescia del pranzo, il rischio di essere scoperti, la menzogna perfetta.

Un giorno, dopo un’ora particolarmente selvaggia (avevamo mentito a entrambi, dicendo che i rispettivi impegni finivano più tardi), lui mi guardò mentre mi riabbottonavo la camicetta. I segni delle sue unghie mi solcavano i fianchi.

«Elena» disse con voce rotta. «Mia moglie... quando era viva... non mi guardava come fai tu.»

Mi chinai, gli baciai la punta del naso. «Allora smettila di pensare a lei. E pensa a quello che faremo domani. Ho comprato un nuovo giocattolo. Si attacca alla presa.»

Lui rise. Per la prima volta in due anni, rise davvero.

E mentre uscivo dalla boutique, con l’odore di sesso ancora addosso, incrociai Armando che arrivava in ritardo. «Tesoro, scusa, ho fatto tardi» disse.

«Non preoccuparti» risposi io, sistemandomi i capelli. «Ho passato un’ora... costruttiva.»
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