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La profumiera cedette al ricatto
06.03.2026 |
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"La coprì di baci che sapevano di tabacco, di alito pesante, eppure - stranamente - eccitanti..."
La creatura e la sua essenzaLa chiamavano "la profumiera" nei salotti che contano, nelle anticamere dei notai, nei retrobottega delle farmacie dove gli uomini sussurravano il suo nome come una preghiera blasfema. Non perché vendesse essenze, lei. Ma perché pochi avevano avuto il privilegio di assaggiarla, di percepire quel suo aroma segreto che si sprigionava tra le cosce quando il piacere la vinceva sul decoro.
Irene aveva ventidue anni, gli occhi color del miele scuro e una cascata di capelli ramati che le cadevano sulle spalle quando li scioglieva. La sua pelle era come panna montata, percorsa da venature azzurrine che gli uomini sognavano di seguire con la lingua. Il suo corpo, slanciato ma morbidamente tornito, pareva scolpito da un artista rinascimentale che avesse deciso, per una volta, di peccare di lussuria.
Indossava sempre abiti di seta pesante, colori cupi che esaltavano il pallore del suo incarnato. Quel pomeriggio d'autunno, un abito bordeaux, altissimo sul collo, stretto in vita da una cintura di cuoio nero, modellava le sue forme con castigata lascivia. Sotto, si intuiva il rigonfiamento dei seni pieni, il cui peso faceva immaginare capezzoli sempre turgidi, sempre pronti.
Camminava lungo il viale alberato che portava alla villa di famiglia quando lo vide. Appoggiato al cancello arrugginito, con quella sua figura che pareva uscita da un incubo di Poe: Prospero. Il nome stesso era una beffa, perché di prospero in lui non c'era nulla.
Prospero era il custode. O meglio, era diventato il custode dopo che un incidente in fonderia gli aveva divorato metà del viso e buona parte dell'anima. La pelle del lato destro, coriacea e chiazzata, tirava verso l'occhio deformandogli la palpebra in un ammiccamento perenne che non aveva nulla di seducente. I denti, quelli che restavano, erano schegge scure in una bocca che sapeva solo di tabacco e di solitudine. Le mani, oh le mani, erano la cosa peggiore: nodose, con le unghie gialle e incarnite, eppure - si diceva - capaci di frugare nei corpi delle bestie da cortile con una perizia che nessuno voleva immaginare applicata ad altro.
«Signorina Irene» gracchiò, sollevando il cappello lercio in un gesto di ossequio che sapeva di scherno.
Lei annuì, senza fermarsi. Sapeva che quegli occhi - quello sano e quello deforme - la seguivano, le penetravano la seta del vestito, le immaginavano le natiche perfette che ondeggiavano sotto quel tessuto prezioso. Lo sentiva sulla nuca come un alito caldo. E, Dio la perdonasse, quel pensiero la faceva rabbrividire in un modo che non era solo repulsione.
Il segreto nel muro
La villa dei conti De Castiglione era un monumento alla decadenza. Gli affreschi sui soffitti si scrostavano come pelle malata, le tende di velluto pesavano di polvere secolare, e nei corridoi riecheggiavano passi di morti che non volevano andarsene. Il padre di Irene, il conte Ambrogio, vegetava in una stanza al pianterreno, consumato da un male che gli divorava le viscere e la ragione.
Fu l'ultima volontà del morente a scatenare l'inferno.
«Quel muro... nella mia camera...» ansimò una notte, aggrappando la mano di Irene con una forza che pareva venire dall'aldilà. «C'è ciò che non ho mai osato... distruggere. Fallo tu, figlia mia. Brucia tutto.»
Quando il conte spirò, tra conati di bile e rantoli che sembravano risate, Irene si chiuse nella sua stanza e cominciò a grattare via l'intonaco.
Trovò una cassapanca. Di legno scuro, massiccia, chiusa da un lucchetto arrugginito che cedette a un colpo di tenaglia. Quando sollevò il coperchio, un odore la investì: antico, nauseabondo, eppure stranamente dolciastro. Come fiori messi a marcire in un sepolcro.
C'erano lettere. Decine di lettere, legate con nastri di seta ormai sbiadita. E poi fotografie, dagherrotipi, immagini che il tempo non era riuscito a cancellare del tutto. Donne. Sempre donne. Ritratte in pose che nessuna donna perbene avrebbe mai dovuto assumere. Con gli occhi sbarrati, le labbra dischiuse, e in bocca o tra le gambe oggetti che Irene riconobbe con un sussulto al cuore.
E poi, in fondo, un diario. La scrittura era quella del padre, ma le parole non erano da lui: «Oggi ho posseduto la piccola fioraia. Gridava, ma ho tappato la bocca. Il suo sangue sulle mie mani era come vino. Se ne parla, in paese. Dicono che sia scappata. Nessuno cercherà sotto le fondamenta della serra.»
Irene chiuse il diario. Le tremavano le mani. Sotto le sue dita, la pelle d'oca le copriva le braccia, sollevando i peli biondi in una processione di brividi.
Qualcuno bussò alla porta.
«Signorina?» La voce di Prospero, rauca, untuosa. «Ho sentito dei rumori. Tutto bene?»
Lei si voltò, il diario stretto al petto come un bambino. E vide che la porta non era chiusa a chiave.
Lui era lì. In piedi, nella penombra del corridoio. La luce della candela gli illuminava il lato deforme, e nell'ombra il profilo sano pareva quello di un uomo normale. Di un uomo. Che la guardava con quell'occhio vivo in cui ardeva una fiamma che Irene conosceva bene, per averla vista negli occhi di troppi uomini.
«Ho sentito dei rumori» ripeté, entrando senza permesso. «Lei piange, signorina?»
«Esci» sussurrò lei, ma la voce non usciva. Era un filo d'aria, un respiro.
Lui si avvicinò. Il tanfo del suo corpo, misto a grasso di concia e a qualcosa di più animale, le invase le narici. Irene arretrò, urtò contro il baule, perse l'equilibrio e cadde all'indietro, con le gambe che si aprirono sotto la gonna, rivelando per un istante le cosce bianchissime, la seta delle giarrettiere, l'ombra in fondo.
Prospero si fermò. La guardò. Il suo sguardo scese, lentamente, dalle sue labbra socchiuse fino a quel punto in cui l'ombra diventava mistero.
«Allora è vero» mormorò. «Quello che dicono di lei...»
«Cosa dicono?»
«Che è una profumiera. Che sotto i vestiti da signora nasconde un profumo che fa impazzire gli uomini. Che l'hanno assaggiata in pochi, ma quei pochi non hanno più voluto altre donne.»
Irene sentì il rossore salirle alle guance, ma insieme a quello, in fondo al ventre, un calore umido che non avrebbe dovuto esserci. Disprezzo, orrore, e quel calore maledetto.
«Sei un mostro» sibilò. «Togliti dalla mia vista.»
Prospero sorrise. Il lato sano della bocca si sollevò in una smorfia che pareva uno spasmo. Il lato deforme restò immobile, una maschera di cera fusa.
«Un mostro, sì. Ma un mostro che sa leggere, signorina. E so anche cosa tiene in mano. Quel diario... l'ho visto quando lei l'ha preso. Riconoscerei quella copertina tra mille. Il vecchio conte me lo mostrava, quando era ubriaco. Diceva che un giorno mi avrebbe raccontato tutto. Poi si è ammalato. Peccato.»
Irene si rialzò, stringendo il diario. «Non è affar tuo. Esci, o chiamo i carabinieri.»
«Li chiami» ghignò Prospero. «E poi spieghi loro cosa ci faceva suo padre con quelle ragazze. Con la fioraia che nessuno ha più visto. Con la figlia del carbonaio, quella che dicono sia annegata nel lago ma che in realtà... dove l'hanno seppellita, signorina? Lo sa?»
Lei impallidì. Il diario le scivolò dalle dita, cadde a terra con un tonfo sordo. Prospero si chinò a raccoglierlo, con quella lentezza che sapeva di sfida, e quando si rialzò le fu così vicino che Irene sentì il suo alito sul collo.
«Io posso tacere, signorina. Posso dimenticare di aver visto questo diario, posso dimenticare tutto. Ma...»
«Ma cosa?» la voce di lei era un soffio.
Lui alzò la mano deforme, le sfiorò i capelli. Irene rabbrividì, ma non si ritrasse. O forse sì, forse lo fece, ma il suo corpo non ubbidiva. Era inchiodata lì, come una farfalla su uno spillo.
«Voglio solo... assaggiare. Una volta. Quello che tutti dicono. Il profumo della profumiera. Solo una volta, e poi il segreto morirà con me.»
L'orrore la investì come un'onda gelida. Voleva gridare, sputargli in faccia, graffiargli quegli occhi - l'uno sano e l'altro deforme - ma qualcosa la tratteneva. Forse la paura dello scandalo. Forse il ricordo del padre, di quelle lettere, di quei corpi sepolti chissà dove. Forse, Dio la perdonasse, qualcos'altro.
«Sei pazzo» mormorò.
«Pazzo, sì. Ma anche lei è un po' pazza, signorina. Lo sento. Lo vedo nei suoi occhi. Trema, ma non è solo paura. Lo so riconoscere, io, il desiderio. Anche quando ha paura di mostrarsi.»
La mano di Prospero scese, le sfiorò la seta del vestito all'altezza del seno. Le sue dita nodose premettero appena, e Irene sentì il capezzolo rispondere a quel tocco mostruoso, indurirsi sotto il tessuto, tradirla.
Lui rise. Una risata che era un gracchio, un suono di gola che sapeva di trionfo.
«Ho ragione. Sì che ho ragione. Allora, signorina? Accetta il mio ricatto? Una notte, una sola. E il segreto di suo padre sarà al sicuro con me per sempre.»
Irene chiuse gli occhi. Le lacrime le scendevano sulle guance, ma dentro, nel profondo, qualcosa pulsava. Un battito. Un calore. Una voglia proibita di essere toccata da quelle mani, di sentire su di sé quel corpo deforme, di essere finalmente... posseduta. Da un mostro. Da ciò che faceva più paura.
Quando riaprì gli occhi, annuì.
La notte della profumiera
La stanza di Prospero era nella torre sud, quella che nessuno frequentava più da anni. Ci si arrivava attraverso una scala a chiocciola di pietra umida, illuminata da lucerne a olio che proiettavano ombre danzanti sulle pareti. L'odore era di muffa, di chiuso, e di qualcos'altro che Irene non volle identificare.
Lui la fece accomodare su un pagliericcio che doveva essere il suo letto, coperto da coperte ruvide di lana grezza. Una bottiglia di vino rosso era poggiata su una cassa, con due bicchieri sporchi.
«Bevi» disse, versandole. «Ti aiuterà.»
Irene portò il bicchiere alle labbra. Il vino era aspro, quasi aceto, ma lo bevve lo stesso. Aveva bisogno di annebbiarsi, di non sentire. Di non pensare a ciò che stava per accadere.
Prospero si sedette accanto a lei. Sentiva il calore del suo corpo attraverso i vestiti, quel calore che veniva da un corpo vivo ma che le sembrava già cadaverico. La mano di lui - quella sana - le sfiorò la nuca, cominciò a massaggiarle la pelle.
«Sei così bella» sussurrò. «Così... perfetta. Non avrei mai sperato di poterti toccare. Mai.»
Le dita scesero lungo la schiena, seguendo la curva della colonna. Irene trattenne il respiro. Sentiva le nocche di lui premere contro la stoffa, sentiva la sua eccitazione crescere, e dentro di sé qualcosa cedeva, si apriva, accoglieva quell'orrore come si accoglie un amante temuto e desiderato.
Lui la fece sdraiare. La coprì di baci che sapevano di tabacco, di alito pesante, eppure - stranamente - eccitanti. La sua bocca deforme le succhiò il collo, le sbottonò il vestito, scoprì i seni che emersero dalla seta come due lune piene, con i capezzoli già duri, già pronti.
«Cristo» ansimò Prospero. «Non avevo mai visto... così perfetti...»
Li prese in bocca, uno dopo l'altro, li succhiò con una voracità che faceva male e piacere insieme. Irene gemette, si inarcò, offrendosi a quella bocca mostruosa che la divorava. Sentiva la lingua ruvida di lui che le lambiva i capezzoli, che li mordicchiava appena, che li faceva indurire ancora di più.
Le mani di Prospero intanto le frugavano sotto la gonna, risalivano lungo le cosce, incontravano la seta bagnata delle mutandine. Premette lì, dove sentiva il caldo, l'umido, e Irene gettò indietro la testa con un gemito che era insieme vergogna e piacere.
«Dio, come sei bagnata» mormorò lui, infilando le dita sotto l'elastico. «Come scotti. Come mi vuoi...»
Le dita entrarono. Erano dita nodose, callose, dita che avevano lavorato la terra e conciato le pelli, ma dentro di lei diventavano velluto. Si muovevano, frugavano, trovavano il punto che la faceva gridare, e Irene perse ogni controllo. Si aggrappò a lui, a quel corpo deforme, e cominciò a muoversi contro quelle dita, a cercare più fondo, più dentro, più tutto.
«Prendimi» ansimò. «Ti prego, prendimi. Fa' quello che vuoi, ma prendimi.»
Prospero non se lo fece ripetere. Si liberò dei pantaloni, rivelando un sesso eretto, enorme, sproporzionato per quel corpo malandato. Quando Irene lo vide, per un attimo ebbe paura. Ma era troppo tardi per tornare indietro.
Lui la penetrò con un sol colpo, riempiendola tutta, squarciandola quasi. Lei urlò - di dolore, di piacere, di liberazione - e lo strinse con le gambe, lo tenne lì dentro, non volle più lasciarlo andare.
Cominciò a muoversi. Lentamente all'inizio, poi sempre più forte. Ogni spinta la faceva gemere, ogni affondo la avvicinava a quel punto di non ritorno che sentiva crescere dentro come un'onda, come un fiume in piena.
«Vengo» gridò a un tratto. «Vengo, vengo, vengo...»
L'orgasmo la scosse tutta, la fece contorcere, la fece piangere e ridere insieme. Prospero continuò a prenderla, a martellarla, a tenerla lì sulla cresta dell'onda, e quando venne anche lui, dentro di lei, con un ruggito che sembrava di animale, Irene sentì quel caldo riempirla, colarle giù per le cosce, e fu come se qualcosa dentro di lei si spegnesse per sempre.
O si accendesse.
Il profumo del peccato
Passarono ore. Quante, Irene non seppe dirlo. Prospero la prese altre volte, in tutti i modi, in tutte le posizioni. La fece mettere a carponi e la prese da dietro, guardando quel sedere perfetto che sobbalzava a ogni spinta. La fece sedere su di sé e la guardò cavalcarlo, con i seni che dondolavano e gli occhi persi nel vuoto. La fece inginocchiare e le mise il sesso in bocca, e lei lo prese, lo succhiò, lo leccò come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Quando l'alba cominciò a filtrare dalle imposte sbilenche, Irene era distesa sul pagliericcio, nuda, coperta di sudore e di sperma, con i segni dei morsi di Prospero sulla pelle. Lui le era accanto, con quella mano deforme che le accarezzava i capelli, quasi con tenerezza.
«Eri più di quanto immaginassi» sussurrò. «Molto di più. La profumiera... sì, ti chiamano bene. Il tuo odore, quando vieni... è come fiori e carne insieme. Come incenso e peccato.»
Irene non rispose. Guardava il soffitto, le ragnatele, le crepe nell'intonaco. Sentiva il suo corpo pulsare ancora, sentiva il sesso di lui che ancora le colava dalle cosce. E dentro di sé, al posto della vergogna che si aspettava, trovò solo una strana pace. Un'acquiescenza. Una voglia di ripetere.
«Tornerai» disse Prospero. Non era una domanda.
Lei si voltò a guardarlo. Quel viso deforme, alla luce del giorno, era ancora più mostruoso. Ma nei suoi occhi c'era qualcosa che non aveva mai visto in nessun altro uomo. Una fame. Un'adorazione. Una devozione da cane bastonato.
«Tornerò» rispose.
E mentre si rivestiva, mentre usciva da quella torre e tornava alla sua vita di signora, di contessa, di donna perbene, Irene sapeva che qualcosa era cambiato per sempre. Il profumo che emanava, quel profumo che gli uomini chiamavano "della profumiera", ora era diverso. Era più intenso. Più cupo. Più marcio.
Era il profumo del segreto. Dell'orrore. Del piacere proibito.
Era il profumo del mostro che aveva dentro.
La stagione delle tenebre
Passarono i mesi. L'inverno avvolse la villa in un mantello di nebbia e gelo. Il padre di Irene era morto, e nessuno aveva mai ritrovato i corpi di cui parlava il diario. Prospero continuava a fare il custode, e Irene continuava a salire, ogni notte, alla torre sud.
La loro relazione divenne un'abitudine, una dipendenza, un vizio che nessuno dei due sapeva più interrompere. Lei scoprì che il piacere con un mostro era più intenso che con qualsiasi uomo normale. Lui scoprì che possedere una signora era meglio che possedere cento serve.
Nessuno in paese sospettava nulla. La profumiera continuava a passeggiare per il viale con i suoi abiti di seta, continuava a far girare le teste, continuava a essere quella creatura eterea e irraggiungibile. Ma chi l'osservava bene, chi sapeva guardare oltre le apparenze, poteva vedere nei suoi occhi qualcosa di nuovo. Un'ombra. Una consapevolezza. Il marchio del mostro che l'aveva posseduta.
E nell'aria, intorno a lei, quel profumo. Quell'odore di fiori e di carne, di incenso e di peccato, che non se ne andava mai. Che era diventato la sua essenza.
La sua condanna.
La sua dannazione.
E la sua più segreta, inconfessabile, beatitudine.
Fine
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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