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"La salsedine sui libbani"
24.02.2026 |
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"La prese in bocca, tenendole la testa ferma con una mano mentre con l'altra le accarezzava i capelli, quasi con tenerezza, in un contrasto che fece impazzire Lucia..."
Capitolo 1: L'uomo che aveva dimenticato la terraRoberto aveva trascorso vent'anni sul mare. Era partito ragazzo da Pescara, con gli occhi pieni di sogni e le mani già callose, ed era tornato uomo fatto, con quelle stesse mani che avevano tirato cime, annodato gomene, stretto sartie durante le tempeste. Aveva solcato l'Atlantico, doppiato il Capo di Buona Speranza, attraccato in porti lontani dove le donne parlavano lingue incomprensibili e profumavano di spezie.
Poi, un giorno, aveva deciso di scendere per sempre. Aveva comprato una vecchia casa di pietra sulle colline abruzzesi, tra Loreto Aprutino e Civitella Casanova, dove l'aria sapeva di erbe selvatiche e il vento non aveva mai il sapore del sale.
A cinquantadue anni, Roberto sembrava fatto di quercia e cuoio. La pelle bruciata dal sole, i lineamenti scolpiti dal vento, gli occhi chiari che avevano visto l'orizzonte per così tanto tempo da averne ancora la nostalgia. Viveva solo, con i suoi libri di navigazione e le sue corde.
Perché Roberto, nel suo armadio, conservava ancora tutte le cime delle sue navi. Le teneva arrotolate con cura, le accarezzava a volte, ne sentiva la ruvidità tra le dita e gli sembrava di riascoltare lo sciabordio delle onde contro lo scafo. Non ne aveva mai parlato con nessuno. Quelle corde erano il suo segreto, il suo vizio, la sua ossessione silenziosa.
Fino a quando non incontrò Lucia.
Lucia aveva trentotto anni, insegnava lettere in un liceo di Chieti, e nei weekend scappava in collina per dimenticare la città. Aveva i capelli scuri, lunghi, che le cadevano sulle spalle come una cascata di seta, e una curiosità per la vita che non si era mai spenta, nonostante gli amori sbagliati e le delusioni accumulate.
Si incontrarono a una sagra, a Carpineto della Nora, davanti a un piatto di arrosticini. Lui la guardò come si guarda qualcosa di prezioso e lontano, come una terra nuova da esplorare. Lei sorrise, e quel sorriso fu il primo nodo di una lunga serie.
Iniziarono a vedersi. Passeggiate tra i vigneti, cene nei borghi sperduti, silenzi complici davanti al camino di lui. Roberto le parlava del mare, dei monsoni, delle notti passate a guardare le stelle dall'oceano. Lei ascoltava rapita, e intanto osservava le sue mani.
Erano mani che sapevano fare nodi. Nodi complicati, perfetti, impossibili da sciogliere. Lo vedeva quando legava un sacco, quando riparava qualcosa in casa, quando giocherellava distrattamente con uno spago. Quelle mani raccontavano una storia che Roberto non diceva a parole.
Una sera, Lucia trovò il coraggio di chiedere.
«Perché tieni tutte quelle corde nell'armadio?»
Roberto trasalì, sorpreso. Poi abbassò lo sguardo.
«Sono vecchie cime,» disse. «Delle mie navi. Le tengo per... per ricordare.»
«Per ricordare cosa?»
Lui la guardò a lungo, e nei suoi occhi c'era qualcosa di antico, di nascosto, di mai confessato.
«Per ricordare la tensione,» mormorò. «La resistenza. La sensazione di tenere qualcosa stretto, legato, sicuro. Non so se capisci.»
Lucia non rispose. Ma qualcosa, dentro di lei, cominciò a vibrare.
Capitolo 2: La prima volta
L'autunno avvolgeva le colline abruzzesi in un mantello di rosso e oro. I vigneti si preparavano alla vendemmia, l'aria si faceva più frizzante, e i borghi di pietra sembravano dipinti su una tela antica.
Roberto e Lucia passeggiavano sui sentieri che da Civitella Casanova portano verso il Monte Morrone. Lui camminava davanti, sicuro, con il passo di chi ha imparato a muoversi su terreni instabili. Lei lo seguiva, osservando la sua schiena larga, le spalle possenti, il modo in cui ogni tanto si fermava ad aspettarla con un sorriso.
«Sai,» disse lei a un certo punto, «ho sempre pensato che gli uomini di mare siano diversi.»
«Diversi come?»
«Più pazienti. Più abituati ad aspettare. Più... capaci di tenere.»
Lui si fermò, voltandosi. «Tenere cosa?»
Lei sorrise, enigmatica. «Tutto. Le situazioni, le persone, i desideri.»
Il sentiero si apriva su una radura, e lì, in mezzo, c'era un albero secolare. Un cerro enorme, con il tronco possente e i rami contorti che si allungavano verso il cielo come braccia in preghiera.
Lucia lo guardò, e sentì qualcosa scattare dentro di sé. Un'idea folle, improvvisa, inevitabile.
«Roberto,» disse con voce diversa. «Tu hai ancora quelle corde?»
Lui la guardò, confuso. «In macchina. Perché?»
«Prendile.»
Roberto esitò un istante, poi tornò sui suoi passi. Quando riemerse con le cime arrotolate, vide Lucia appoggiata al tronco dell'albero, con le braccia aperte e gli occhi che bruciavano.
«Legami,» sussurrò.
Lui rimase immobile, le corde strette tra le mani. «Lucia, che...»
«Legami, Roberto. Ho scoperto qualcosa di me, in questi mesi guardandoti. Ho scoperto che voglio sapere cosa si prova. A essere stretta. A essere tenuta. A non potermi muovere. Voglio fidarmi di te. Completamente.»
Le parole gli entrarono nel petto come una lama dolce. Le sue mani, quelle mani che per anni avevano stretto cime durante le tempeste, cominciarono a muoversi. Lente, precise, sapienti.
Capitolo 3: La sottomissione
Roberto le si avvicinò, e per un lungo momento si limitò a guardarla. Lucia era lì, con la schiena contro la corteccia ruvida del cerro, le braccia aperte, il petto che si sollevava in respiri sempre più affannati. I suoi occhi scuri lo fissavano con un misto di attesa e abbandono che gli mozzò il fiato.
«Ti fidi di me?» chiese, con voce bassa.
«Più di chiunque altro,» rispose lei.
Lui annuì, e cominciò.
Prese il primo nodo, una gomena di canapa grossa come un dito, ruvida al tatto, e l'avvolse intorno al polso sinistro di lei. Lo strinse piano, non troppo, giusto per farle sentire la pressione. Poi passò la corda intorno al tronco, e tornò al polso destro. Un giro, due, tre, fino a che le braccia di lei furono saldamente bloccate intorno all'albero, le mani aperte e inermi.
Lucia emise un piccolo gemito, un suono di sorpresa e piacere mescolati. Non aveva mai provato niente di simile: la sensazione della corda che le segnava la pelle, l'impossibilità di muoversi, la consapevolezza di essere completamente alla mercé di quell'uomo.
Roberto si spostò dietro di lei, e lei sentì le sue mani che le sfioravano la schiena, poi la vita, poi i fianchi. Le accarezzò appena, un tocco leggero che la fece fremere, poi tornò con la corda.
Questa volta usò una cima più sottile, di iuta, che lasciò segni più precisi, più netti. Gliela passò intorno alla vita, stringendo appena, poi la fece scendere sui fianchi, formando una sorta di imbracatura che ne modellava le curve. La strinse un po' di più, e Lucia sentì il respiro mozzarsi.
«Troppo stretto?» chiese lui.
«No,» ansimò lei. «Di più. Stringi di più.»
Lui obbedì. La corda premette contro i suoi fianchi, segnando la pelle morbida, lasciando solchi che sarebbero rimasti per ore. Lucia chiuse gli occhi, abbandonando la testa all'indietro, e un sorriso di pura beatitudine le illuminò il volto.
Poi Roberto si inginocchiò. Le legò le caviglie, prima la destra, poi la sinistra, con una corda più morbida, di cotone, perché sapeva che lì la pelle era più delicata. Le allargò appena le gambe, fissando le cime a due radici dell'albero, in modo che lei rimanesse aperta, esposta, vulnerabile.
Quando ebbe finito, si alzò e fece un passo indietro per ammirare il suo lavoro. Lucia era completamente immobilizzata: le braccia strette intorno al tronco, la vita segnata dalle corde, le gambe divaricate e bloccate. Non poteva muovere nulla, se non il busto, e quel poco movimento faceva sì che le corde le sfregassero contro la pelle, aumentando la sensazione di costrizione.
«Come ti senti?» chiese.
Lei aprì gli occhi, e in quelli c'era una luce che non gli aveva mai visto.
«Tua,» sussurrò. «Mi sento tua. Completamente tua. Come non mi sono mai sentita di nessuno.»
Roberto si avvicinò, le prese il mento tra le dita e la costrinse a guardarlo.
«E questa è solo la prima volta,» disse. «Se vuoi continuare, se vuoi scoprire fino a dove possiamo arrivare, ci saranno corde più strette. Nodi più complessi. Posizioni più estreme. Ti segneranno la pelle, a volte per giorni. Ti lasceranno lividi, graffi, ricordi impressi sulla carne. E tu, ogni volta, dovrai fidarti di me ciecamente. Sei pronta?»
Lucia sorrise, un sorriso lento, pieno di desiderio.
«Sì,» rispose. «Sì, ne voglio ancora. Voglio tutto. Voglio scoprire fino a dove posso arrivare. Voglio che tu mi porti oltre i miei limiti. Voglio essere la tua schiava, Roberto. La tua, solo tua.»
Lui la baciò, un bacio profondo, possessivo, mentre le mani le stringevano i fianchi segnati dalle corde. E lei si abbandonò, completamente, felicemente, in quel bacio che sapeva di promessa e di mare.
Capitolo 4: Il gioco del solletico
Quando si staccarono, Roberto si guardò intorno. I suoi occhi caddero su un cespuglio vicino, con rametti flessibili e leggeri. Ne colse uno, lo soppesò tra le dita, poi si avvicinò a Lucia con un sorriso malizioso.
«Ora comincia il bello,» sussurrò.
Lei lo guardò, incuriosita e un po' preoccupata. «Cosa vuoi fare?»
Lui non rispose. Con il rametto, le sfiorò il collo, appena. Lei sussultò, un fremito le percorse la pelle. Lui continuò, scendendo lungo la gola, sfiorando la scollatura della camicetta leggera.
Lucia rise, una risata nervosa. «Roberto, che... ah!»
Il rametto le accarezzò l'orecchio, poi la tempia, poi scese lungo il braccio. Lei cercò di ritrarsi, ma le corde la tenevano saldamente bloccata. Non poteva fare nulla se non subire, se non abbandonarsi a quelle sensazioni.
«Non puoi scappare,» mormorò Roberto, continuando la sua tortura. «Sei mia, legata, in mio potere. E io posso fare di te quello che voglio.»
Il rametto le sfiorò l'ascella, e Lucia scoppiò a ridere, una risata squillante che si perse nel vento. Si contorse, cercando di sfuggire, ma ogni movimento faceva sì che le corde le segnassero di più la pelle.
«Ti prego, Roberto, smetti... ah, ah, ah... ti prego...»
«Davvero vuoi che smetta?» chiese lui, continuando imperterrito.
Lei rise ancora, poi ansimò, poi rise di nuovo. Il rametto le accarezzò i fianchi, la vita, la pancia attraverso la stoffa leggera. Poi, con una mossa improvvisa, le sollevò la camicetta e le sfiorò la pelle nuda del ventre.
Lucia trattenne il respiro per un istante, poi riprese a ridere e gemere, in un misto di tortura e piacere che non aveva mai provato. I suoi occhi si riempirono di lacrime, ma nel suo sguardo c'era anche qualcos'altro: una felicità profonda, primordiale, la gioia di essere completamente in balia di quell'uomo.
Roberto continuò, instancabile. Le sfiorò i seni attraverso il reggiseno, disegnando cerchi intorno ai capezzoli induriti. Poi scese ancora, lungo i fianchi, fino all'elastico dei pantaloni, e lì si fermò, disegnando confini, promettendo senza mantenere.
Lucia era in fiamme. Sentiva il corpo rispondere a ogni tocco, sentiva l'umido crescere tra le gambe, sentiva il profumo di sé stessa che cominciava a mescolarsi all'aria fresca della collina. Era un odore dolce, intenso, inconfondibile: l'odore dell'eccitazione femminile, l'odore della resa, l'odore della schiavitù volontaria.
Roberto si avvicinò, annusò l'aria intorno a lei. Quel profumo gli entrò nelle narici come una droga, gli fece girare la testa, gli risvegliò qualcosa di profondo, di animale.
«Senti,» sussurrò con voce roca. «Senti come profumi? È il tuo odore, Lucia. L'odore della tua eccitazione. L'odore della tua sottomissione. È la cosa più bella che abbia mai annusato. Più bella dell'oceano, più bella della salsedine. È tuo, e io ne sono già dipendente.»
Lei chiuse gli occhi, abbandonandosi completamente. Il rametto riprese la sua danza, ora più deciso, sfiorandole i seni, la pancia, le cosce. E lei rideva e gemeva, contorcendosi nelle corde, mentre l'eccitazione saliva sempre più, fino a diventare quasi insopportabile.
Quando finalmente lui le aprì i pantaloni e il rametto le sfiorò la pelle nuda del basso ventre, Lucia gettò indietro la testa e gridò. Un grido liberatorio, animale, primordiale.
«Sì, così, ancora, ti prego, ancora...»
E lui continuò, finché lei non fu completamente in preda ai fremiti, finché il suo profumo non invase l'aria intorno a loro, finché ogni suo muscolo non tremò di tensione e desiderio inespresso.
Poi, all'improvviso, Roberto smise. Si allontanò, e la guardò. Lucia aprì gli occhi, incredula, supplicante.
«Perché ti sei fermato?» ansimò.
Lui sorrise, un sorriso lento, crudele. «Perché posso. Perché sei mia, e decido io quando e come darti piacere. Per ora, ti lascio così. Legata. In attesa. Colma di desiderio inespresso. Voglio che tu senta cosa significa essere veramente in mio potere.»
Lei lo guardò, e nei suoi occhi, insieme alla frustrazione, c'era qualcos'altro: un'adorazione profonda, totale, assoluta.
«Grazie,» sussurrò. «Grazie per farmi sentire così. Così... tua.»
Capitolo 5: L'animale che era in lui
Quando Roberto non ne poté più, quando il profumo di Lucia fu così intenso da togliergli il respiro e la visione di lei legata, inerme, in attesa, divenne insostenibile, qualcosa in lui si ruppe definitivamente.
Non era più l'uomo paziente che aveva aspettato per mesi. Non era più il compagno attento che aveva esplorato con delicatezza i desideri di lei. Era il marinaio che dopo settimane in mare vedeva la terra, era l'animale che sentiva la preda, era il maschio che non poteva più attendere.
Si avvicinò a lei con occhi diversi, occhi che Lucia non gli aveva mai visto. C'era fame in quello sguardo, c'era bisogno, c'era una disperazione antica che veniva da lontano, da anni di solitudine e desiderio represso.
Si slacciò i pantaloni in un gesto rapido, quasi violento. Afferrò Lucia per i fianchi, la girò contro l'albero, e la penetrò da dietro con una furia che non sapeva di possedere.
Lei gridò, sorpresa e travolta. Non era mai stata presa così, mai con tanta intensità, mai con quella disperazione animale. Lui la riempiva completamente, spingendo senza ritegno, senza pensare ad altro che al suo stesso piacere, al bisogno primordiale di sfogarsi dentro di lei.
«Roberto... Roberto, così...»
Lui non rispondeva. Era perso in un'altra dimensione, in un'altra vita. Le sue mani stringevano i fianchi di lei con una forza che lasciava segni profondi, lividi che sarebbero rimasti per giorni. I suoi movimenti erano quelli di un uomo posseduto da un demone antico, quelli di un naufrago che finalmente trova l'approdo.
E lei lo amava così. Lo amava in quella furia, in quella disperazione, in quel bisogno di prenderla come se fosse l'ultima volta, come se dopo non ci fosse più niente. Le corde le segnavano i polsi, la vita, le caviglie, e lui la prendeva senza pietà, e lei si sentiva viva come non mai.
Lui la usò. La usò come non aveva mai usato nessuna donna, con una fame accumulata in anni di astinenza, in anni di desideri repressi, in anni di mare senza approdi. La prese contro l'albero, con la corteccia che le segnava la schiena e i seni, lasciandole graffi che avrebbero fatto male per giorni.
Poi la slegò, solo per rilegarla in modo diverso. Le legò i polsi dietro la schiena, con un nodo stretto che le immobilizzava le braccia, e la rimise in ginocchio sull'erba. La prese in bocca, tenendole la testa ferma con una mano mentre con l'altra le accarezzava i capelli, quasi con tenerezza, in un contrasto che fece impazzire Lucia.
«Succhiame,» ordinò con voce roca. «Succhiame come se fosse l'ultima cosa che farai.»
Lei obbedì, felice di obbedire, felice di essere usata così, felice di essere il suo giocattolo, il suo sfogo, la sua schiava.
Poi la ribaltò sull'erba, le legò le caviglie alle cosce con nodi bassi, costringendola in una posizione innaturale, completamente aperta, completamente esposta. E la prese ancora, e ancora, martellandola con furia, mentre lei gemeva e gridava e piangeva di piacere.
«Di chi sei?» ansimò lui a un certo punto, mentre la possedeva con foga animale.
«Tua,» rispose lei, senza esitazione. «Solo tua.»
«E cos'è che vuoi?»
«Essere usata. Essere presa. Essere la tua schiava. Sempre.»
Quando finalmente venne, dentro di lei, con un gemito che sembrò strappargli l'anima, Roberto crollò su di lei, esausto, rinato. Rimasero così, avvinghiati, madidi di sudore, mentre il sole tramontava sulle colline e l'aria si faceva più fresca.
Poi, lentamente, lui si staccò e cominciò a sciogliere i nodi. Uno a uno, con la stessa cura con cui li aveva stretti. Le sue dita sfioravano i segni lasciati dalle corde, i lividi, i graffi, e nei suoi occhi c'era un misto di meraviglia e adorazione.
Lucia, liberata, si accasciò tra le sue braccia, tremante, felice, piena di lividi e segni che raccontavano la storia di quell'incontro.
«Non avrei mai immaginato,» sussurrò, «di poter stare così bene. Di poter amare così. Di poter essere così.»
Lui la strinse a sé, sentendo il suo profumo mescolato al proprio. «Neanche io. Credevo di aver lasciato tutto sul mare. Invece...»
«Invece?»
«Invece ho solo aspettato te. Per anni, senza saperlo, ho solo aspettato te.»
Capitolo 6: L'evoluzione di una schiava
Quella notte tornarono a casa di Roberto, nella sua casa di pietra sulle colline. Lei era piena di segni: i lividi violacei delle corde, i graffi rossastri della corteccia, i morsi che lui le aveva lasciato sulla pelle senza rendersene conto. Ma sorrideva, felice come non mai.
Lui la fece sdraiare sul letto, e passò ore a curarle ogni ferita, a ungere ogni livido con olio, a baciare ogni segno con una tenerezza che contrastava con la furia di poche ore prima.
«Ti ho fatto male,» disse, quasi imbarazzato.
«Mi hai fatto vivere,» rispose lei. «E voglio di più. Voglio scoprire fino a dove posso arrivare. Voglio che mi spinga oltre, sempre oltre. Voglio che mi segni, Roberto. Fisicamente, caratterialmente. Voglio diventare la tua schiava perfetta.»
Lui la guardò, e nei suoi occhi c'era meraviglia e timore insieme. «Sei sicura? Non sai cosa chiedi. Certe cose cambiano una persona. Cambiano per sempre.»
«Lo spero,» rispose lei. «Voglio cambiare. Voglio diventare qualcun'altra. Qualcuna che è completamente tua.»
Nei mesi successivi, Roberto mantenne la promessa. Ogni volta che si incontravano, ogni volta che il weekend li riuniva in quella casa di pietra, lui la sottoponeva a nuove prove, nuove costrizioni, nuove forme di sottomissione.
Imparò a legarla in decine di modi diversi. Le braccia tese sopra la testa, le ginocchia piegate, il corpo arcuato in posizioni che sembravano impossibili. Usò corde di diversi materiali: canapa ruvida che lasciava segni profondi, iuta che bruciava la pelle, cotone morbido che sembrava una carezza ma stringeva ugualmente.
Scoprì il piacere degli impiccagioni: corde che le cingevano il collo, non abbastanza strette da soffocare, ma abbastanza da farle sentire costantemente la presenza del suo dominio. Ogni volta che deglutiva, sentiva la corda premere, e quel piccolo promemoria la faceva sorridere.
Le legò i polsi dietro la schiena per ore, costringendola a muoversi per casa in quella posizione, a preparargli il caffè, a servirlo a tavola, con le braccia immobilizzate e il corpo che imparava nuove forme di equilibrio. Lei obbediva felice, e ogni volta che lui la slegava, i segni sulle sue braccia raccontavano la storia della sua sottomissione.
La lasciò legata per notti intere. La svegliava alle tre del mattino per controllare i nodi, per assicurarsi che la circolazione fosse ancora buona, e lei apriva gli occhi e lo guardava con adorazione, felice di essere lì, felice di essere sua.
Le legò le caviglie alla testiera del letto e le braccia ai lati, lasciandola aperta e vulnerabile per ore, mentre lui la guardava, la studiava, a volte la toccava appena, a volte la ignorava completamente. Lei imparò ad aspettare, a desiderare, a bramare ogni suo gesto come se fosse l'acqua nel deserto.
«Ti piace?» le chiedeva.
«Sì,» rispondeva lei. «Mi piace tutto. Mi piace essere tua. Mi piace essere legata. Mi piace essere in attesa. Mi piace non sapere cosa mi farai. Mi fido di te. Completamente.»
Capitolo 7: I segni indelebili
Con il tempo, i segni sulle sue mani, sui polsi, sulle caviglie, divennero permanenti. Piccole cicatrici, callosità leggere, zone in cui la pelle si era ispessita per proteggersi dalla costrizione continua. Lucia le guardava allo specchio e sorrideva: erano i segni del suo amore, le prove tangibili della sua appartenenza.
Anche il suo carattere cambiò. Divenne più calma, più paziente, più presente. In classe, i suoi studenti notavano una nuova sicurezza, una nuova serenità. Non sapevano che quella serenità veniva dalle notti passata legata, dalle ore di immobilità forzata, dalla completa resa a un uomo che l'aveva trasformata.
«Cosa ti ha reso così... pacifica?» le chiese una collega.
Lucia sorrise, enigmatica. «Ho imparato ad arrendermi,» rispose. «A fidarmi. A lasciare che qualcun altro decida per me, qualche volta. È stranamente liberatorio.»
La collega non capì, ma Lucia non aveva bisogno di essere capita. Aveva bisogno solo di Roberto, delle sue corde, dei suoi nodi, della sua presenza.
Capitolo 8: La tempesta perfetta
Una sera di primavera, con il temporale che infuriava sulle colline e i lampi che illuminavano il lago di Penne lontano, Roberto decise di portarla al limite.
La legò all'albero, come la prima volta, ma con nodi più stretti, più complessi. Le braccia tese sopra la testa, i polsi legati insieme con un nodo marinaro che solo lui sapeva sciogliere. La vita stretta in un'imbracatura che le sollevava leggermente il busto, costringendola a stare in punta di piedi. Le caviglie bloccate a terra con picchetti piantati nel terreno umido.
La pioggia cominciò a cadere, leggera all'inizio, poi sempre più forte. I vestiti di Lucia si inzupparono, incollandole al corpo, rivelando ogni curva sotto la stoffa bagnata. Lei tremava, ma non di freddo: di eccitazione, di paura, di desiderio.
Roberto la guardava, impassibile, mentre la pioggia gli scorreva sul viso. Poi si avvicinò e cominciò a torturarla con un rametto, come quella prima volta, ma con più crudeltà, più determinazione.
Le sfiorò i seni attraverso la stoffa bagnata, i capezzoli che spingevano contro il tessuto come piccole punte. Scese lungo la pancia, fino all'inguine, dove il vestito fradicio lasciava intravedere la pelle scura del pube. Lucia gemette, contorcendosi, ma le corde la tenevano salda.
«Ti piace?» chiese lui, con voce che sfidava il tuono.
«Sì,» ansimò lei. «Sì, mi piace. Mi piace tutto. Voglio di più. Voglio tutto.»
Lui sorrise, un sorriso crudele e amorevole insieme. «Avrai tutto.»
Prese un'altra corda, più sottile, e gliela passò intorno al collo. Non stretta, non ancora. Solo posata lì, come una promessa, come una minaccia. Poi legò l'estremità a un ramo sopra di lei, in modo che ogni suo movimento, ogni tentativo di sfuggire al solletico, tirasse leggermente quella corda.
«Ora,» sussurrò, «ogni volta che ti muovi, ti stringi da sola. Ogni volta che cerchi di scappare al piacere, ti avvicini un po' di più al confine. Impari a stare ferma. Impari a sopportare. Impari a godere senza muoverti.»
Lucia annuì, con gli occhi spalancati.
Il rametto riprese la sua danza, e lei imparò. Imparò a stare immobile mentre lui la torturava, imparò a ricevere il piacere senza cercare di sfuggirgli, imparò a lasciare che le sensazioni la attraversassero senza opporre resistenza.
Quando finalmente lui la slegò e la prese, lì, sotto la pioggia, con il fango che imbrattava i loro corpi e i lampi che illuminavano la scena, Lucia raggiunse un orgasmo così intenso che perse conoscenza per qualche secondo.
Quando rinvenne, era tra le sue braccia, e lui la copriva con il suo corpo per ripararla dalla pioggia.
«Ti amo,» sussurrò.
«Lo so,» rispose lui. «E io amo te. La mia schiava. La mia regina. La mia vita.»
Passarono anni. Lucia e Roberto invecchiarono insieme, in quella casa di pietra sulle colline abruzzesi. Le sue mani divennero più nodose, le sue corde più consumate. I segni sul corpo di lei si moltiplicarono, diventando una mappa della loro storia, una geografia del loro amore.
La domenica, quando potevano, tornavano su quella collina, da quell'albero che era diventato il loro altare. Lei si appoggiava al tronco, e lui la legava ancora, con gli stessi nodi, la stessa cura, la stessa passione. I loro corpi erano più vecchi, più stanchi, ma il desiderio era lo stesso, immutato, eterno.
«Sai cosa sono i libbani?» le aveva chiesto lui una volta, all'inizio.
«Le cime che tengono le vele,» rispose lei, che ormai conosceva ogni sua storia.
«Sì. Senza di loro, la vela si strappa, la nave va alla deriva. I marinai le trattano come tesori, le curano, le amano. Perché sanno che da loro dipende la loro vita.»
Lei sorrise, guardando le corde che la tenevano stretta all'albero. «Io sono la tua vela,» mormorò. «E tu sei il mio libbano. Mi tieni stretta, mi impedisci di strapparmi, mi dai la forza di resistere al vento.»
«E la salsedine?» chiese lui, come quella prima volta.
«La salsedine è quello che resta, dopo. I segni sulla pelle. I ricordi impressi nella carne. Il profumo del nostro amore che non se ne va mai.»
Roberto la baciò, dolcemente, e poi la prese, come solo lui sapeva fare: con la furia del marinaio e la tenerezza dell'innamorato, con la forza dell'animale e la delicatezza dell'uomo che aveva aspettato una vita per trovarla.
E mentre il sole tramontava sulle colline d'Abruzzo, tingendo di rosso i vigneti e gli ulivi, loro erano lì, legati l'uno all'altra, indissolubilmente, per sempre.
Come il mare alla terra.
Come la vela al libbano.
Come la salsedine alla pelle di chi ha navigato e finalmente è tornato a casa.
Per sempre.
Fine
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