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"Susanna e l'avventura di guida"


di Firstbig_Gift
29.04.2026    |    1.194    |    0 9.6
"Parte quinta – Quadrati allucinanti Quello che è successo dopo non si può raccontare in poche righe, ma si può assaporare..."


Susanna aveva 44 anni, un marito che la amava, due figli, una casa in ordine e una vita che scorreva come un nastro trasportatore. Ma dentro di lei, da sempre, viveva un fuoco che nessuno aveva mai davvero alimentato. Fin da ragazza, era stata attratta dalle donne. Non da tutte. Da quelle che sapevano prendere il comando. Da quelle che con uno sguardo ti facevano inginocchiare.

Aveva provato, negli anni, qualche timido approccio. Un bacio rubato a un'amica ubriaca. Una mano che si perdeva sotto il lenzuolo durante un pigiama party. Ma niente di più. Il desiderio era rimasto lì, inafferrabile, come un animale in gabbia.

Susanna voleva essere presa. Voleva essere dominata. Voleva una donna che la scopasse come un uomo. In tutti i suoi orifizi. Legata. Frustata. Con un guinzaglio al collo. Voleva essere una cagna. Voleva perdere il controllo. Voleva che qualcuno lo prendesse per lei.

Non lo aveva mai detto a nessuno. Nemmeno a se stessa del tutto. Fino a quel giorno.


Era successo per caso. Un tamponamento leggero al semaforo. La macchina di Susanna aveva toccato il paraurti di un mostro d'acciaio, un autotreno rosso come il fuoco. Dall'abitacolo era scesa una donna. Alta, spalle larghe, capelli corti e neri, occhi di ghiaccio. Jeans consumati, stivali da lavoro, una maglietta nera che lasciava intravedere le braccia muscolose.

«Tutto ok?» aveva chiesto la donna con voce grave.

Susanna era rimasta senza parole. Non per l'incidente. Per lo sguardo. Quello sguardo che la scrutava, la pesava, la giudicava. E la approvava.

«Sì... sì, tutto ok» aveva balbettato Susanna.

«Mi chiamo Grazia. Faccio la autista. Questa è la mia bestia.»

Aveva accarezzato il cofano del camion come se fosse un amante. Susanna aveva sentito un tuffo al basso ventre. Non sapeva ancora cosa stava iniziando.

Si erano scambiate il numero per la constatazione amichevole. Poi i messaggi erano diventati più lunghi. Poi le telefonate. Poi un caffè. Poi un bacio. Poi tutto.



Il primo vero incontro è avvenuto nel garage del camion di Grazia. Un capannone isolato, fuori città. Grazia aveva chiuso il portone, aveva acceso una luce fioca, e si era seduta sul letto stretto dell'autotreno.

«Spogliati» aveva detto. Non era una richiesta.

Susanna aveva obbedito. Si era tolta il vestito, il reggiseno, le mutandine. Nuda. Tremante. Eccitata.

Grazia si era alzata. L'aveva fatta inginocchiare. Le aveva messo un collare di cuoio nero attorno al collo, con un anello di metallo. Poi aveva attaccato un guinzaglio.

«Da oggi sei mia. Capito?»

«Sì» aveva sussurrato Susanna.

«Sì, che?»

«Sì, padrona.»

Grazia aveva sorriso. Un sorriso freddo, cattivo. Perfetto.

L'aveva portata a quattro zampe per tutto il capannone. Il guinzaglio teso, le ginocchia di Susanna che bruciavano sul cemento. Poi l'aveva legata a una colonna, braccia sopra la testa, gambe divaricate. Con una frusta di cuoio, aveva iniziato a colpire le cosce. Colpi secchi, precisi. La pelle diventava rossa; Susanna gemeva. Non di dolore. Di piacere.

«Ti piace, cagnetta?» chiedeva Grazia.

«Sì, padrona. Mi piace.»

Grazia aveva lasciato cadere la frusta. Si era avvicinata. Le aveva infilato due dita in bocca. «Succhia» aveva ordinato. Susanna aveva succhiato. Le sue dita sapevano di sudore e di strada. Era il sapore della vita vera.

Poi Grazia l'aveva slegata. L'aveva spinta sul letto, a pancia in giù. Le aveva sollevato i fianchi, aveva infilato il suo membro di gomma nero, grosso, lungo venti centimetri. E glielo aveva infilato nel culo. Senza preavviso. Senza delicatezza.

Susanna aveva urlato. Un urlo strozzato, poi trasformato in gemito. Grazia la prendeva forte. Forte. Ogni spinta faceva sobbalzare il letto. L'aveva scopata nel culo per dieci minuti, senza fermarsi, senza parlare. Solo il rumore dei loro corpi, il respiro pesante, lo schiaffo umido della pelle.

Quando è venuta, Susanna ha pianto. Non di tristezza. Di liberazione.

Parte quarta – Il marito

Roberto, il marito, aveva notato qualcosa. Le occhiaie di Susanna. I sorrisi segreti. Le uscite improvvise, senza spiegazione. Una sera l'aveva seguita. Aveva visto il camion rosso. Aveva visto sua moglie salire a bordo. Aveva aspettato. Due ore dopo era scesa con le ginocchia sbucciate, i capelli scomposti, e un sorriso che non gli aveva mai visto.

«Dobbiamo parlare» le aveva detto, uscendo dall'ombra.

Susanna era sbiancata. Poi aveva preso coraggio. «Sali» aveva detto. «Ti faccio conoscere Grazia.»

Era entrata nel camion. Roberto aveva trovato sua moglie seduta accanto a una donna imponente, che lo guardava con occhi di ghiaccio. Ma non c'era sfida nel suo sguardo. C'era un invito.

Susanna aveva spiegato tutto. I desideri repressi. Le fantasie. La necessità di essere dominata. E poi aveva aggiunto: «Roberto, tu puoi guardare. Puoi partecipare. O puoi andartene. Ma io non torno indietro.»

Roberto era rimasto in silenzio per un lungo minuto. Poi si era seduto accanto a Grazia. «Fammi vedere come la prendi» aveva detto.

Parte quinta – Quadrati allucinanti

Quello che è successo dopo non si può raccontare in poche righe, ma si può assaporare. Grazia, Roberto e Susanna hanno iniziato un gioco a tre. Grazia dominava entrambi. Roberto, che non aveva mai immaginato di inginocchiarsi davanti a nessuno, si è ritrovato a leccare i piedi di Grazia mentre lei scopava Susanna con il suo membro di gomma.

Poi hanno conosciuto Marco e Laura, un'altra coppia. E i quadrati sono diventati allucinanti. Grazia legava Susanna a testa in giù, la frustava, la penetrava in bocca, figa e culo contemporaneamente con tre diversi oggetti, mentre Roberto e Marco si masturbavano guardando, e Laura sedeva sul volto di Susanna costringendola a leccarla.

Le notti nel tunnel dell'autotreno sono diventate leggenda. Grazia guidava il camion con Susanna nuda nel letto dietro, legata, bendata, in attesa. Si fermavano in aree di servizio isolate. Bussavano. Entravano sconosciuti. Uomini. Donne. Coppie. Grazia sceglieva. Decideva. Comandava.

Susanna è stata presa in tutti i modi possibili. Da sconosciuti che non hanno mai visto il suo volto. Da amiche di Grazia. Da un'altra autista di camion che ha passato tre ore a leccarle il buco del culo mentre Susanna piangeva di piacere. È stata legata al paraurti del camion, nuda, con un guinzaglio, mentre Grazia facecia il pieno alla stazione di servizio. Nessuno ha detto nulla. Nessuno ha chiamato la polizia. Forse perché avevano capito. O forse perché volevano essere al posto suo.


Susanna non è più tornata quella di prima. Ora ha due vite. Quella a casa, con Roberto che la guarda con occhi nuovi, complici. E quella nel tunnel, con Grazia, la sua padrona, la sua amante, la sua liberazione.

Qualche sabato sera, Roberto guida l'auto dietro il camion rosso. Sa cosa sta succedendo dentro. Sente i gemiti. Sente le urla. Sente il guinzaglio che sbatte contro la cabina. Sente il rumore del membro di gomma che entra nel culo di sua moglie ancora una volta.

E sorride.

Perché sa che, quando Grazia avrà finito, Susanna scenderà dal camion, salirà in macchina, e gli dirà: «Portami a casa. Ho bisogno di te.»

E Roberto la porterà a casa. E faranno l'amore. Come non avevano mai fatto prima.

Perché a volte, per rinascere, bisogna prima lasciarsi morire in un tunnel.


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