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incesto

"zia Piera ed il piumino"


di Firstbig_Gift
09.03.2026    |    10.443    |    14 10.0
"Lei mi accompagnava, spingeva il bacino incontro a ogni mio affondo, le gambe che mi stringevano la vita..."
Una domenica qualsiasi

La domenica pomeriggio, nella grande casa di campagna, aveva un suo rituale immutabile. Mio zio Carlo, marito di zia Piera, usciva puntuale con i suoi amici per la partita di bocce e la successiva partita a carte al circolo. Tornava sempre dopo cena, allegro per il vino e soddisfatto per le partite vinte o perse che fossero.

Io, Matteo, venticinque anni, da qualche mese ospite fisso dei fine settimana. Avevo preso l'abitudine di raggiungerli al sabato e ripartire il lunedì mattina, complice il fatto che lavoravo da remoto e la loro casa era immersa nel verde, lontana dal caos della città.

Zia Piera non era mia zia di sangue. Aveva sposato mio zio Carlo quando io avevo dieci anni, ed era entrata nella nostra famiglia con la discrezione di chi sa farsi volere bene. Ora, a quarantotto anni, era una donna che il tempo sembrava avere dimenticato. I capelli castani, appena striati di grigio, li portava raccolti in una coda morbida mentre faceva le faccende. Il corpo, asciutto ma dalle curve generose, si muoveva per la casa con l'eleganza di chi non sa di essere guardato.

Quella domenica, come tutte le altre, zio Carlo uscì dopo pranzo.

«Ragazzi, ci si vede stasera!» salutò, già con la mente alla partita.

«Divertiti, amore,» rispose zia Piera, e io aggiunsi un cenno distratto mentre fingevo di leggere sul tablet.

Non appena la macchina di mio zio scomparve dietro il cancello, in casa calò quel silenzio particolare fatto di sole che entra dalle finestre, di polvere che danza nell'aria, di respiri che si fanno più presenti.

Zia Piera prese il suo piumino per la polvere, un lungo bastone con all'estremità un ciuffo di piume morbide, e cominciò la sua danza quotidiana tra i mobili del salotto. Io la guardavo, di sottecchi, mentre il piumino scivolava sulle superfici lisce del mobile della TV, sui ripiani della libreria, sulle cornici delle foto.

«Matteo, ti disturbo se faccio adesso?» mi chiese, con quella voce calda che aveva.

«No, zia, figurati. Fai pure.»

Continuai a fingere di leggere, ma i miei occhi seguivano ogni suo movimento. Il modo in cui si allungava per raggiungere i punti più alti, facendo aderire la maglietta leggera ai seni. Il modo in cui si chinava per spolverare le gambe del tavolo, mostrando per un istante l'elastico dei pantaloni della tuta che le fasciavano il sedere.

A un certo punto, si fermò davanti a una mensola alta. Si alzò in punta di piedi, il braccio teso, la maglietta che si sollevava scoprendo una striscia di pelle morbida sulla pancia. Il piumino accarezzava delicatamente gli oggetti, e io non potei fare a meno di immaginare quelle stesse piume su di me, sulla mia pelle.

Come se avesse sentito il mio pensiero, si voltò e incrociò il mio sguardo. Per un attimo, solo un attimo, ci guardammo. Poi lei sorrise, un sorriso normale, da zia, e riprese il suo lavoro.

«Hai qualcosa che vuoi dirmi?» chiese, senza smettere di spolverare.

«No, zia, guardavo... niente. Pensavo.»

«A cosa?»

La domanda mi colse impreparato. «A quanto sei... a quanto sei brava a tenere la casa. Cioè, è sempre tutto così perfetto quando torno.»

Lei rise, una risata leggera. «Qualcuno deve pur farlo. Carlo non è certo uno che si mette a spolverare.»

«Posso aiutarti?» chiesi, alzandomi dal divano.

Lei mi guardò, sorpresa. «Aiutarmi? Ma se sei qui per riposarti!»

«Ho voglia di fare qualcosa,» mentii. «Dammi uno straccio, spolvero io le parti basse.»

Esitò un attimo, poi mi porse un panno in microfibra. «Ecco, pulisci le gambe delle sedie. Io faccio le mensole.»

Iniziammo a lavorare insieme. Io in basso, lei in alto. Ogni tanto i nostri corpi si sfioravano, un gomito, una spalla, e ogni volta sentivo una scossa percorrermi.

«Zia, posso chiederti una cosa?»

«Certo, amore.»

«Tu e zio Carlo... siete felici?»

La domanda la fermò. Si voltò a guardarmi, il piumino in mano, gli occhi che cercavano i miei.

«Che domanda è?»

«Non so. Mi sembra che... siete sempre così abitudinari. Non vi vedo mai... insomma, non vi vedo mai scherzare, ridere, toccarvi.»

Abbassò lo sguardo. «Dopo tanti anni, cambiano le cose, Matteo. L'amore non è solo quello che vedi nei film.»

«Lo so. Ma tu, zia, sei ancora una donna. Una bella donna. E lui...»

«Lui è un brav'uomo,» mi interruppe, con un tono che non ammetteva repliche.

Restammo in silenzio per un po', ognuno intento al suo lavoro. Io pulivo le sedie, ma il pensiero correva a lei, a quel corpo che si muoveva così agilmente, a quella pelle che immaginavo sotto le mie mani.

A un certo punto, mentre cercava di raggiungere un punto alto, il piumino le sfuggì di mano e cadde. Lei si chinò per raccoglierlo, e io fui più veloce. Le porsi il piumino, e le nostre mani si toccarono.

Rimanemmo così, immobili, per un tempo che sembrò infinito. Io sentivo il calore della sua pelle, lei sentiva il mio tremito. I nostri occhi si incontrarono, e in quello sguardo ci fu tutto quello che le parole non dicevano.

«Matteo...» mormorò.

«Zia...»

«Forse è meglio che...»

«Non andare,» la fermai. «Non andare via. Resta qui. Con me.»

Lei deglutì, e vidi il suo petto alzarsi e abbassarsi più velocemente. Il piumino era ancora tra le nostre mani, quelle piume morbide che sembravano voler accarezzare entrambi.

«Cosa vuoi, Matteo?» chiese, con voce appena percettibile.

«Voglio... posso?»

Non aspettai risposta. Presi il piumino dalle sue mani e, con la stessa delicatezza con cui lei lo usava sui mobili, cominciai a passarlo sul suo braccio. Le piume scivolarono sulla sua pelle, e lei chiuse gli occhi, un fremito che le percorse il corpo.

«Che fai?» sussurrò, ma non si allontanò.

Continuai. Il piumino salì lungo il braccio, arrivò alla spalla, poi al collo. Lei gettò indietro la testa, lasciandomi accesso a quella pelle che avevo desiderato per settimane. Le piume le accarezzarono la gola, la mandibola, l'orecchio.

«Ti piace?» chiesi.

Non rispose, ma il suo respiro affannato diceva tutto. Il piumino scese, seguì la scollatura della maglietta, sfiorò l'inizio dei seni. Lei gemette, un suono soffocato, e io sentii il mio sesso indurirsi all'istante.

«Matteo, non dovremmo...»

«Dovremmo,» la interruppi. «Lo vogliamo tutti e due. Da quanto tempo, zia? Da quanto tempo ci guardiamo?»

Aprì gli occhi, e in quelli lessi la conferma. Anni. Anni di sguardi rubati, di vicinanze troppo prolungate, di scuse per toccarsi. Lo zio Carlo non aveva mai visto, o forse non aveva mai voluto vedere.

Il piumino continuò la sua esplorazione. Scese lungo il centro del petto, seguì la linea della maglietta fino all'orlo, poi si infilò sotto, sollevandola appena. Le piume le accarezzarono la pancia, e lei si contorse, le mani che cercavano un appiglio.

«Sediamoci,» dissi, prendendole la mano.

La condussi sul divano. Si lasciò cadere, con gli occhi che non mi lasciavano un attimo. Mi inginocchiai davanti a lei, il piumino ancora in mano.

«Posso?» chiesi, indicando la maglietta.

Lei annuì, senza parole.

Gliela sfilai lentamente, rivelando quel corpo che avevo immaginato tante volte. I seni, pieni e morbidi, dentro un semplice reggiseno bianco. La pelle liscia, appena segnata dal tempo, più bella di qualsiasi rivista patinata. Mi avvicinai, cominciai a baciarla sulla spalla, mentre con il piumino le accarezzavo l'altro braccio.

Lei gemette, la testa che cadeva all'indietro, le mani che mi stringevano i capelli.

«Matteo... Matteo, che stiamo facendo...»

«Quello che avremmo sempre dovuto fare,» sussurrai, mentre le mie labbra scendevano verso il suo seno.

Le tolsi il reggiseno con gesti lenti, quasi cerimoniali. I suoi capezzoli erano già duri, tesi, pronti. Li presi in bocca uno dopo l'altro, mentre il piumino scendeva lungo il suo fianco, accarezzandole la pelle, facendola fremere.

Lei ansimava, si contorceva, le mani che mi stringevano sempre più forte. Spinsi indietro il piumino, lo passai tra le sue gambe, attraverso la tuta. Lei spinse il bacino incontro, cercando quella sensazione.

«Toglili,» mormorò. «Toglimi tutto.»

Non me lo feci ripetere. Le sfilai i pantaloni della tuta, poi le mutandine. Rimase nuda davanti a me, distesa sul divano, con quel corpo maturo che era più eccitante di qualsiasi ventenne.

Mi chinai su di lei, il piumino riprese il suo viaggio. Sali lungo la coscia, lenta, inesorabile, avvicinandosi a quel punto che sapevo già bagnato. Quando le piume le sfiorarono il clitoride, lei sussultò, un grido soffocato.

«Senti?» sussurrai. «Senti come rispondi?»

Continuai, accarezzandola con quelle piume morbide, guardando il suo corpo che tremava, che si inarcava, che cercava di sfuggire e allo stesso tempo di avvicinarsi a quella sensazione. La sua fica era completamente bagnata, umida, pronta.

«Ti prego,» implorò. «Ti prego, non farmi aspettare ancora...»

Lasciai cadere il piumino, mi chinai su di lei, e cominciai a leccarla: la sua fica aveva un sapore intenso, adulto, che mi fece girare la testa!
Le succhiai il clitoride, lo stuzzicai con la lingua, lo presi tra le labbra mentre lei urlava, piangeva, mi tirava i capelli.

«Vengo,» ansimò all'improvviso. «Matteo, vengo, non fermarti, ti prego, non fermarti...»

E venne. Il suo corpo si inarcò, gli schizzi caldi mi bagnarono il viso mentre lei gridava, tremava, si contorceva sotto di me. Durò a lungo, quel suo orgasmo, e io continuai a leccarla, a succhiarla, a berla fino all'ultima goccia.

Quando si riebbe, mi guardò con occhi pieni di stupore e di gratitudine. «Non mi era mai successo,» mormorò. «Non così. Non... con questa intensità.»

«Non hai mai avuto un orgasmo così?»

«Con Carlo... è diverso. Lui è veloce, distratto. Io... io mi ero dimenticata di poter provare tutto questo.»

La baciai, dolcemente, facendole sentire il suo stesso sapore sulle mie labbra. Poi mi alzai, mi sbottonai i pantaloni, e lasciai cadere i boxer. Il mio cazzo era duro, dritto, pronto.

Lei lo guardò, e nei suoi occhi vidi un lampo di desiderio. «È così bello,» sussurrò. «Così... grosso.»

«Lo vuoi?»

Annuì, con gli occhi che brillavano.

Mi sdraiai accanto a lei, la attirai a me, e la penetrai lentamente. Era calda, stretta, bagnata. Entrai fino in fondo, e lei gemette, mi strinse le spalle, mi morse il collo.

Cominciai a muovermi, piano all'inizio, poi sempre più deciso. Lei mi accompagnava, spingeva il bacino incontro a ogni mio affondo, le gambe che mi stringevano la vita.

«Più forte,» ansimò. «Prendimi più forte. Voglio sentirti dentro. Voglio che mi scopi come una... come una sgualdrina.»

E io lo feci. La presi con una furia che non sapevo di avere, martellandola su quel divano, mentre lei gridava, gemeva, mi graffiava la schiena. Sentivo il suo orgasmo avvicinarsi, sentivo la sua fica stringermi sempre più forte.

«Vieni con me,» ordinò. «Vieni dentro di me. Voglio sentirti...»

E venimmo insieme. Un orgasmo così intenso che per un momento persi la cognizione di dove fossi, di chi fossi. Sentii il mio sperma caldo riempirla, sentii lei che tremava, che mi stringeva, che mormorava il mio nome come una preghiera.

Restammo abbracciati a lungo, immobili, sudati, felici. Fuori, il sole cominciava a calare.

«E adesso?» chiese lei, dopo un po'.

«Adesso? Niente. Adesso siamo qui. Noi due. E questo è tutto ciò che conta.»

«Ma Carlo...»

«Carlo tornerà tardi. E anche quando tornerà, non saprà mai niente. Questa sarà la nostra cosa. Solo nostra.»

Lei mi guardò, e nei suoi occhi vidi amore, gratitudine, desiderio. «E poi? La prossima domenica?»

«La prossima domenica, zia, io sarò qui. Come sempre. E chissà, magari potrei aiutarti di nuovo con le faccende.»

Lei rise, una risata liberatoria, mentre il piumino giaceva dimenticato sul pavimento.

Il nostro gioco era solo all'inizio.

Fine

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