Lui & Lei
MEET CURIOSO IN TRANSILVANIA
A_PART_OF_ME
27.04.2026 |
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"Che in quella stanza, per un tempo sospeso, tutto appariva semplice e giusto così com’era..."
Era una vacanza breve, di quelle che si infilano tra un impegno e l’altro, ma che finiscono per lasciare un segno più lungo del programma. L’anno scorso, in Romania, stavo attraversando la Transilvania, visitando castelli e strade che sembravano uscite da un’altra epoca. Avevo previsto una sola notte in quella zona remota: abbastanza per respirarla, non abbastanza per appartenerle.Usando un’app di incontri avevo fatto match con una donna che viveva lì. Non cercavo avventure, davvero. Sembrerà assurdo, ma stavo cercando una guida, qualcuno che mi aiutasse a capire il luogo, a leggerne i margini. Dalle prime conversazioni capii che poteva essere lei: parlava italiano, aveva vissuto in Italia per anni, aveva una storia complessa ma raccontata con una calma sorprendente.
Quando arrivai in hotel, nel pomeriggio, le scrissi che stavo per fare check‑in e che, dopo una doccia, avremmo potuto vederci per un aperitivo. La risposta arrivò immediata:
«Posso essere lì in quindici minuti».
Quindici minuti sono pochissimi quando sei stanco, in un paese straniero, con in testa solo immagini viste su uno schermo. Mi preparai senza aspettarmi nulla, davvero. Le foto non bastano mai, e la realtà spesso smentisce.
Poi mi scrisse: aveva bisogno di salire un attimo, doveva andare in bagno. Le diedi il numero della stanza quasi con leggerezza, senza pensarci troppo.
Quando aprii la porta, capii che la realtà aveva deciso di superare le foto.
Era una donna bellissima, bionda, con quella naturalezza disarmante di chi non entra chiedendo spazio ma occupandolo con grazia. Mi abbracciò subito, come se ci conoscessimo già, e passò oltre dirigendosi in bagno. Rimasi solo per qualche secondo, immobile, sorridendo per l’assurdità della scena: non mi era mai successo nulla del genere.
Quando uscì, era più rilassata. Si sedette sul divano e iniziò a raccontare. Della sua vita lì, di quel paese, di ciò che aveva lasciato e di ciò che aveva scelto di restare. Io ascoltavo, davvero. Come si ascolta qualcuno quando non si ha fretta di rispondere. Ogni tanto un gesto di affetto, una carezza, non per sedurre ma per esserci.
Non so dire esattamente quando l’atmosfera cambiò. Non c’è stato un momento preciso, solo una continuità naturale. Dal divano ci si avvicinò di più, il tempo perse contorni. Le proposi un massaggio, quasi come gesto di cura, e lei accettò con una fiducia che mi colpì.
Da lì in poi, il racconto diventa silenzio.
So solo che ci siamo rilassati entrambi. Che non c’era fretta, né aspettativa. Che la sua serenità mi bastava. Che in quella stanza, per un tempo sospeso, tutto appariva semplice e giusto così com’era.
Quando dovette andare via, perché la vita reale la chiamava — un figlio, una cena da preparare — non rimase nulla di irrisolto. Solo una calma profonda. Una leggerezza che non avevo programmato.
Lei mi suggerì un parco dove andare a correre. Ci andai. Poi cenai da solo, osservando il mondo con occhi diversi. Ci siamo scritti ancora, ogni tanto. Senza promesse, senza etichette.
Ancora oggi non so spiegarmi del tutto cosa sia stato.
So però cosa non è stato: non confusione, non vuoto, non eccesso.
È stato uno di quegli incontri che non chiedono di essere definiti.
Esistono, e basta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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