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Lui & Lei

LA MADRE DELLA COMPAGNIA DI CLASSE DI MIO FIG


di Membro VIP di Annunci69.it A_PART_OF_ME
27.04.2026    |    1.584    |    1 8.5
"Come se il destino, dopo aver scherzato un po’, avesse deciso di rimettere ogni cosa esattamente al suo posto..."
Il match nasce su Tinder quasi per inerzia.
Il suo volto è coperto, il mio no. Non è uno scambio basato sull’immaginazione o sul colpo di fulmine: è la distanza minima che fa scattare tutto. Poche centinaia di metri. Una curiosità geografica più che romantica. Una di quelle frizioni leggere che capitano quando due vite scorrono troppo vicine per ignorarsi del tutto.
È lei a scrivere per prima.
Un messaggio corto, diretto, senza emoji né preamboli:
«Io ti conosco.»
Lo leggo due volte.
Non ho nulla da nascondere, niente di cui vergognarmi, eppure quella frase mi mette in allerta. C’è sempre qualcosa di destabilizzante nel sapere di essere riconosciuto, mentre tu resti al buio. È come parlare con qualcuno che ti osserva da una finestra illuminata mentre tu sei in strada.
Le chiedo spiegazioni.
Dopo poco arriva una foto.
Allora capisco.
La conosco di vista. È della zona. Una presenza che ho incrociato più volte senza darle un nome preciso, senza mai fermarmi a guardarla davvero. È la madre di un’amica di mio figlio. Una di quelle persone che frequentano lo stesso perimetro umano ma che restano ai margini del tuo campo visivo, fintanto che non succede qualcosa che cambia la prospettiva.
C’è un attimo di imbarazzo reciproco. Poi decidiamo di riderci sopra.
Usciamo una sera in cui nessuno dei due ha i figli con sé. È una di quelle coincidenze che rendono le cose possibili. Andiamo a bere qualcosa in centro a Milano. Camminiamo senza fretta, scegliendo strade tranquille, lontane dal rumore. La conversazione scorre semplice: figli, quotidianità, piccoli racconti di vite già piene.
Non succede nulla di eclatante.
Nessun gesto azzardato, nessuna tensione improvvisa. Ma c’è una sensazione lieve, come un filo che resta teso anche quando nessuno lo tira. La saluto pensando che sia stata una serata piacevole, niente di più. E invece qualcosa rimane lì, sospeso.
Qualche giorno dopo ci risentiamo. Entrambi liberi, entrambi leggeri. La invito a colazione da me. La mattina ha sempre un sapore diverso: meno difese, meno recite. Entrare in casa di qualcuno alla luce del giorno è già una forma di intimità.
Stiamo insieme con semplicità. Senza fretta, senza copioni. È tutto morbido, misurato. Un avvicinarsi che non pretende nulla. Lei è una persona piacevole, concreta, con quel tipo di presenza che non invade ma riempie lo spazio giusto.
Nei due mesi successivi ci vediamo spesso. Sempre da me, quasi per comodità, quasi per tacito accordo. La vicinanza aiuta, elimina le scuse, accorcia i tempi. Il rapporto si fa più profondo, più confidente. Andiamo oltre, gradualmente, ma sempre con leggerezza. Ridiamo molto. Ci divertiamo. È un tempo condiviso che funziona perché non chiede di essere spiegato a nessuno.
Poi, come succede senza preavviso, qualcosa cambia.
Non c’è una discussione, non c’è un evento preciso. Forse l’alchimia si affievolisce. Forse la curiosità si esaurisce. Forse uno dei due comincia a desiderare qualcosa di diverso: più stabilità, più definizione… o forse, al contrario, più distanza. Non lo sappiamo nemmeno noi.
Semplicemente smettiamo di vederci.
Ed è questo il paradosso: abitiamo a trecento metri di distanza. Trecento metri che diventano improvvisamente un oceano. Nessun incontro casuale, nessun incrocio al supermercato, nessun saluto imbarazzato sotto casa. Come se il destino, dopo aver scherzato un po’, avesse deciso di rimettere ogni cosa esattamente al suo posto.
Resta una storia breve, discreta.
Una parentesi silenziosa tra due vite piene.
E ogni tanto, passando per quelle strade, mi torna in mente e penso che forse alcune storie esistono solo per dimostrare che potevano esistere. Poi si chiudono. Senza rumore.
Chissà.
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