Lui & Lei
Sonia e il vicino esuberante
01.09.2025 |
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"È stato come ricevere una scarica elettrica, essere sfiorata da un fulmine, sbattuta su uno scoglio da un’onda forte..."
Mi chiamo Sonia, ho 48 anni e da uno vivo da sola. Con mio marito è finita, più che un divorzio è stata una liberazione. Mi ha tradito per tutto il tempo del matrimonio, con tutte e dovunque. Era così sfacciatamente fedifrago che, quando trovavo delle mutandine di qualche sua troietta nella macchina, aveva il coraggio di dirmi che erano mie e che le avevo perse mentre scopavo con il mio amante. Niente di più inverosimile, naturalmente.Perderlo, quindi, è stata una vittoria in tutti i sensi. Adesso sono sola ma felice. Vivo del mio lavoro, non ho grandi passioni, faccio yoga due volte a settimana e sono una grande lettrice. La sera niente TV, mi sdraio nel letto e prendo il mio libro. Amo i classici, adesso sto rileggendo tutto Dostoevskij; poi leggerò Pirandello o Garcia Lorca. O tutto quello che di bello è stato creato in letteratura.
Da un po' di tempo, però, i nuovi vicini di casa disturbano la quiete necessaria alla lettura. Le nostre stanze da letto, evidentemente, sono confinanti e io li sento, ogni sera, perdersi in effusioni quanto mai… come dire… esuberanti? Forse definire così le loro effusioni è un po' riduttivo: diciamo che urlano, grugniscono, si dicono frasi irripetibili e, soprattutto, si accoppiano in maniera così forte che il loro letto sbatte di continuo contro la mia parete. Ho provato a dare dei colpi col pugno sul muro ma, evidentemente, in quei momenti sono talmente presi dalla passione che non li hanno sentiti o non se ne sono curati.
Ho deciso che gli parlerò, prima o poi. O a lei o a lui. Lo farò.
Una mattina sono uscita sul pianerottolo e il caso ha voluto che, in quello stesso momento, anche il vicino stesse trafficando con la porta. Ho pensato “adesso o mai più”. Così, con un enorme imbarazzo perché affrontare certi discorsi non è davvero per niente semplice, l’ho salutato.
“Buongiorno, come va?” ho detto. Lui si è girato, infastidito, e mi ha squadrata con fare interrogativo.
“Sì, che c’è?”
Era un bel tipo, pensavo fosse più giovane ma doveva avere almeno quarant’anni. Alto, bel fisico, non elegante. Sportivo magari, ma non elegante come piacciono a me.
“Finalmente ci conosciamo” ho detto tendendo la mano. “Sonia, la vostra vicina”.
Lui è riuscito finalmente a chiudere la porta, stava uscendo.
“Sì, piacere. Matteo” e mi ha stretto la mano. Mi guardava. Prima in viso, poi lo sguardo è sceso lungo il corpo, sul seno, si è fermato sulle gambe. Ero vestita per il lavoro, niente di provocante, ma lui ha sorriso compiaciuto.
“Sonia, dunque. La nostra vicina”.
“Ecco, volevo dirle…”
“No” ha fatto lui, “alla riunione di condominio non ci veniamo. Se vuole le do la delega, va bene?”
Ho sorriso, imbarazzata.
“No, non è quello. Il fatto è che…”
“Che?”
“Il fatto è che le nostre stanze da letto sono confinanti. Capisce?”
Ha scosso la testa ma si è fatto più vicino. La sua presenza mi confondeva ancora di più.
“Confinano. E quindi?”
“Ecco, non so come dirlo ma…”
“Lo dica, su. Che c’è?”
“Il fatto è che la sera, mentre sono a letto e leggo, sento un po' troppo le vostre… “
Si era fatto sempre più vicino, mi sfiorava quasi.
“Le nostre cosa?”
“Le vostre effusioni un po' troppo esuberanti. Ecco” sono riuscita a dire tutto d’un fiato.
Matteo è scoppiato a ridere di gusto.
“Stai dicendo che ti disturbano le nostre… come le hai chiamate?”
“Effusioni”.
Ha riso di nuovo.
“Vuoi dire che non ti facciamo leggere?”
“Esatto. Se poteste fare un po' più piano, magari…”
“Magari. E cosa leggi, dimmi”.
“Adesso? Sto leggendo Dostoevskij. I demoni. Lo conosci?”
Ha quasi accostato il viso al mio, sentivo il suo fiato addosso.
“Demoni? Come no. Anch’io ho un demonio in corpo. Quando si scatena non ce n’è per nessuno. Vuoi vedere?”
“No, non è il caso. È solo il titolo del libro”.
“Il libro di Pistoieschi?”
“Lasciamo perdere. Se poteste fare un po' più piano, le prossime volte…”
Lui ci ha pensato su.
“Sai che ti dico, Sonia? Questa storia dei libri mi piace. Passerei volentieri una sera in santa pace a leggere. Per esempio questa sera”.
“Stasera cosa?”
“La mia ragazza va a trovare la madre che non sta bene e io rimango da solo. Passo da te, dopo cena, e ci leggiamo un bel libro, che ne dici?”
“No” ho detto io intimorita dalla piega che stava prendendo la discussione. “Non c’è bisogno…”
“Alle dieci. Da te”.
Mi ha dato un bacio leggero sulla guancia e, prima di sparire per le scale, mi ha detto:
“Porto il dolce!” ed è scoppiato a ridere.
Avevo cercato di dimenticare quant’era accaduto. Erano quasi le dieci di sera, stavo per andarmene a letto con il libro. Indossavo la veste da camera ed ero scalza quando hanno suonato alla porta. Ho aperto, era Matteo. Sorrideva, beato. Maglietta sportiva, pantaloncini, infradito ai piedi.
“Bene, bene” mi ha detto. “Vediamo un po' di capire che cos’è che ti disturba tanto la sera quando sei a letto”.
“Niente, te l’ho detto. Le vostre...”
“Sì, le nostre effusioni, certo. Però voglio capire meglio. Fammi vedere la tua camera”.
Come in sogno gli ho fatto strada, siamo entrati nella stanza da letto. C’era il lume acceso sul comodino, un silenzio imbarazzante ci avvolgeva.
“Quella è la parete che confina?” ha chiesto lui indicandola.
Ho detto di sì.
L’ha toccata, sembrava saggiarne la consistenza.
“In effetti” ha detto, “sembrano di cartapesta queste pareti”.
“Sì, lo sono…”
“E tu sei qui, sdraiata?”
Ho annuito.
“Prego, stenditi pure” e ha indicato il letto con la mano. Ho obbedito. Lui si è seduto ai miei piedi, ha iniziato ad accarezzarmeli. Io tremavo.
“Allora?” ha fatto. “Cosa senti a questo punto?”
“Tu e la tua ragazza” ho risposto io con la voce flebile.
“E che succede?”
“Tu le dici qualcosa come…”
“Come?”
“Sei già tutta bagnata…”
“È vero, le dico proprio così. E sai perché? Perché lei ha un’espressione infoiata e io le faccio questo”.
Ha infilato la mano sotto la mia veste, ha spostato la stoffa delle mutandine e mi ha infilato due dita in fica. Ho sussultato, ho sospirato, ho chiuso gli occhi.
“Sei già tutta bagnata, sai?” ha detto.
Era vero. Era maledettamente vero. Stavo grondando umori, era come se non aspettassi altro che le sue mani mi toccassero. Ho arrotolato la veste fin sopra al seno e ho allargato oscenamente le gambe.
“E poi?” ha chiesto continuando a sfiorarmi dentro. “Che altro senti?”
“Fammi godere, ti dice lei”.
“Esatto, mi dice proprio così. Fammi godere. E sai che faccio, allora? Le infilo un altro dito in fica e li muovo tutti insieme velocemente. Così”.
Mi ha messo un terzo dito dentro e ha cominciato a masturbarmi. Era divino. Mi ha guardato negli occhi, lo capivo che mi voleva. Giocava con me: mi stava provocando e io ero completamente sua.
“Poi? Continua. Cos’altro senti mentre leggi il libro?”
“Lei ti dice voglio il tuo cazzo. Ficcamelo in bocca”.
“Brava, le piace così tanto avere il mio cazzo in bocca. Però mi dice anche: ti prego”.
“Voglio il tuo cazzo. Ficcamelo in bocca… ti prego”.
Matteo si è tolto i pantaloncini, sotto non aveva niente. È salito sul letto, a cavalcioni su di me e, tenendolo con una mano, mi ha offerto il suo cazzo.
Non ho saputo resistere, era bellissimo. Spesso, lungo e venoso, con la punta rosso intenso. Ed era lì, tutto per me. Ho aperto la bocca più che potevo e lui ce l’ha messo dentro.
“Brava” mi ha detto, “la mia ragazza fa proprio così…”
Non finivo più di lapparlo, di succhiarlo, di baciarlo. Erano anni che non avevo un uomo tutto per me e avevo quasi dimenticato quanto fosse bello fare un bocchino. Mugolavo, singhiozzavo, avevo voglia di piangere per il piacere che stavo provando.
Me l’ha sfilato e mi ha chiesto:
“Continua. Che altro senti al di là del muro?”
“Sento la tua ragazza emettere strani suoni, come di una che stia affogando” ho detto io, stregata da quello che stava accadendo.
“Esatto. E sai perché? Perché le faccio questo, alla mia ragazza”.
Me lo ha rimesso in bocca e ha iniziato a scoparmela forte, su e giù fino in gola e ritorno, senza tregua. Grugnivo ed emettevo suoni gutturali.
“Senti questi suoni, vero? È questo quello che senti? Gli stessi suoni che fai tu adesso?”
Facevo di sì con la testa, avevo gli occhi fuori dalle orbite, la bocca che non riusciva a contenere quella mazza bestiale. A un certo punto mi ha dato tregua: è uscito e mi ha strofinato la punta sul collo e poi sul seno.
“Che altro succede nell’altra stanza, adesso?”
“Lei ti dice scopami” ho fatto io. “Scopami!”
“E io che faccio allora?”
“Te la scopi, bastardo! Te la scopi” e sono scoppiata a piangere, isterica.
Lui si è sdraiato su di me e mi ha trafitto con un solo colpo; ero talmente bagnata, a quel punto, che ne avrei potuti accogliere due di cazzi. Tutti insieme.
“Così… così…” gli dicevo. “Oh, così…”
“La mia ragazza mi dice anche: fottimi più forte. Più forte che puoi”.
“Fottimi più forte” ho ripetuto io. “Fottimi più forte che puoi…”
Matteo non si è più fermato, mi ha trapanato la fica come una macchina; è stato allora che il letto si è mosso e ha sbattuto contro la parete. E ad ogni suo colpo corrispondeva un movimento del letto e un tonfo alla parete.
“Senti questi” ha detto lui. “Senti questi colpi mentre scopo la mia ragazza?”
“Sì! Sento questi colpi… li sento…”
“E sei gelosa, e vorresti essere lì a farti scopare da me e invece sei al di qua del muro col tuo stupido libro! È vero?”
“Sì” gridavo io, “sono gelosa, vorrei esserci io su quel letto a farmi sbattere da te! Sì, lo vorrei…”
“E poi la mia ragazza mi grida: vienimi dentro, affogami la fica!”
E io ho ripetuto, in preda all’ennesimo orgasmo:
“Sì! Vienimi dentro, affogami la fica!”
“Vengo” ha urlato lui e il suo corpo ha iniziato a contrarsi. Mi ha scaricato dentro decine di schizzi, non finivano più. Ed io ero abbracciata a lui, con le gambe gli stringevo la schiena, con le mani gli tenevo la testa sul mio seno.
È stato come ricevere una scarica elettrica, essere sfiorata da un fulmine, sbattuta su uno scoglio da un’onda forte. Un’emozione che non finiva più e c’era lui che sussultava sopra di me e piangeva e rideva. E poi mi ha baciato, esausto.
Siamo rimasti in estasi per non so quanto tempo. Ci ha preso il freddo a un certo punto, così ci siamo ficcati sotto il piumino. Stavamo stretti uno all’altra, increduli. Alla fine mi ha sussurrato:
“La prossima volta che ci sentirai scopare, me e la mia ragazza…”
“Sì” ho detto io.
“Devi mettere la fronte addosso alla parete, ficcarti due dita in fica e masturbarti”.
“Lo faccio. Giuro che lo faccio” e intanto gli toccavo il petto, l’inguine, il cazzo mezzo duro e mezzo moscio.
“Quando godrai” ha continuato, “devi battere un colpo sul muro. Così” e ha battuto sulla parete.
“Lo faccio. Così” ho dato un colpo anch’io.
“Esatto. Quando sentirò il colpo, allora godrò anch’io e sarà come se venissimo insieme. Ti va?”
Gli ho accarezzato la testa, poi le guance, ho passato un dito sulle sue labbra.
“Mi hai fatto morire, stasera. Morire e poi rinascere. Farò sempre tutto quello che vorrai…”
Sempre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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