tradimenti
Finalmente Puttana!
17.08.2025 |
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"Mi sembra che abbia scelto bene, non trovi? A giudicare dal video, il porco ti ha soddisfatta per bene”..."
Per fortuna, il posto dell’appuntamento non era un casolare abbandonato in aperta campagna né un lugubre edificio in un anonimo rione, ma un bellissimo palazzo in un quartiere signorile. La cosa mi ha rassicurata, se mai ne avessi avuto bisogno.Erano le nove in punto quando ho suonato al citofono, come da istruzioni. Mi ha aperto e sono entrata. Ho fatto le scale il più velocemente possibile, per quanto me lo consentissero le scarpe col tacco. Avevo la sensazione di lasciarmi dietro una scia, come una bava di lumaca. Erano i miei umori che non riuscivo più a controllare e che colavano lungo le cosce. La porta era socchiusa, l’ho spinta e sono entrata. Non so dirvi come fosse l’ambiente, quanto grande era e se ci fossero dei quadri alle pareti; un po’ per la penombra, ma soprattutto perché con gli occhi cercavo solo lui. Mi è venuto incontro e si è fermato in un cono di luce.
Avevo pensato che, se madre natura ti fa il dono di un cazzo come quello che aveva dato a lui, poi ti punisce con un naso storto, gli occhi a palla o le orecchie a sventola. Invece no. Era bellissimo.
Sguardo magnetico, sorriso di chi è sicuro di sé, capelli leggermente brizzolati e l’aria distratta di chi sa che tutto gli è dovuto. Indossava solo dei pantaloni leggeri di lino, per il resto era a torso nudo e scalzo.
“Ciao, Porco” gli ho detto.
“Ciao, Puttana. Forse dovrei…” ha cominciato, ma io gli ho messo la mano sulla bocca per non farlo parlare.
“Zitto, non dire niente. Chi sei, perché mi hai cercata, perché hai scelto me… me lo dirai dopo, se mai. Adesso voglio solo una cosa. Una soltanto. Che mi scopi. E poi mi riscopi. E poi mi scopi di nuovo. E ancora e ancora. Dalle nove alle cinque, orario continuato…”
Ha sorriso, poi mi ha fatto scivolare in terra il vestito. Aveva trovato subito il gancetto che lo teneva su, segno che doveva avere una lunga esperienza di spoglia-femmine. Mi ha guardato a lungo, ma non vedeva solo il corpo, sembrava che mi spogliasse anche l’anima.
“Sei bellissima” ha detto. Poi mi ha messo le dita dentro le mutandine per saggiare il grado di umidità della mia fica. “Sei già tuta bagnata. È questo l’effetto che ti faccio?”
“Sì… oh sì!”
Allora mi ha tolto anche quell’ultimo pezzetto di stoffa che avevo indosso, poi mi ha presa in braccio come si porta una sposa e mi ha distesa sul divano.
“Adesso ti ricopro di saliva. Ti leccherò ogni parte del tuo corpo… È quello che vuoi?”
“È quello che voglio” ho sussurrato io. Tremavo come se avessi la febbre, era soltanto il desiderio di lui. “Avanti, fallo”.
Ha cominciato dalle dita dei piedi, le ha leccate tutte una ad una, sempre guardandomi. Poi le caviglie, i polpacci, l’interno delle cosce, le pieghe, gli incavi. Sembrava quasi che stesse memorizzando ogni singolo centimetro del mio corpo, se ne gustava il sapore, lo interiorizzava. Ad ogni passata di lingua io reagivo con una contrazione del ventre, muovevo il bacino, volevo che arrivasse subito a leccarmi la fica. L’ha ignorata volutamente, credo, forse la voleva gustare per ultima.
“Ti inonderò il divano con i miei umori” gli ho detto.
“E fai bene. Lo lascerò così, sporco della tua sborra. Voglio che tutti i miei amici sappiano quanto ha goduto oggi la mia Puttana…”
Quando è risalito a leccarmi il ventre gli ho tenuto ferma la testa per costringerlo a occuparsi della mia fica. Lo ha fatto, infine, ed è stato bellissimo. Non si è servito solo della lingua, ha usato tutto il viso, il naso, le guance per esplorarla. L’ha rovistata in lungo e in largo lasciandomi senza fiato. Poi ha preso tra le labbra il clitoride e se l’è gustato dolcemente. Quando ha iniziato a mordicchiarlo ho urlato dal piacere.
“Godo! Mi fai godere!”
“Brava! Strilla, grida, fallo sapere a tutti che sei la mia Puttana!”
“Sì, sì, sì, sì” ripetevo in continuazione agitandomi, sbracciandomi, mordendomi le labbra. Non riuscivo a smettere di godere, era come se tutte le volte passate a reclamare un orgasmo, tutte quelle notti trascorse a desiderare di essere presa, tutte quelle occasioni perse si manifestassero adesso in una sola volta, tutte insieme, facendomi finalmente esplodere di piacere. Io ero una bomba in attesa di scoppiare e lui aveva dato fuoco alla miccia.
“Ancora, ancora, ancora” dicevo senza smettere di ripeterlo, e lui leccava, succhiava, mordeva. E poi leccava di nuovo e io tremavo su quel divano immaginando che, a un certo punto, per la forza stessa della nostra passione, si sarebbe sollevato dal pavimento e avrebbe cominciato a fluttuare per la stanza.
Non ce l’ho fatta più e l’ho pregato.
“Il cazzo… dammi il cazzo… per favore…”
Si è messo in ginocchio sopra di me, il suo bacino era a un palmo dal mio viso. Vedevo in trasparenza, attraverso la stoffa dei pantaloni, la forma del suo cazzo.
“Lo sogni da ieri, vero?” ha detto lui spingendo il bacino sempre più verso di me. “Da quando hai visto quella foto non pensi ad altro. È così?”
“Sì, è così! Non penso che a quello”.
“E ti sei masturbata in bagno con quella foto, vero?”
“Sì, mi sono masturbata in bagno”.
“Quante volte, dillo”.
“Quattro volte. No, cinque. Sei, sette, mille volte…”
“Brava Puttana!”
Si è abbassato leggermente i pantaloni e l’ha liberato per la mia gioia. Era ancora più imponente che in foto; più turgido, più vivo, più bello. Maestoso. Il suo cazzo aveva un cuore, possedeva un’anima, era una creatura vivente: respirava, si muoveva senza che lui lo sfiorasse. Puntava dritto verso la mia bocca e io ero stordita da quella vista.
“Mettilo in bocca, prendilo. Avanti, è da ieri che vuoi farlo!”
L’ho preso con entrambe le mani, l’ho attirato a me. Prima di metterlo in bocca, però, l’ho passato su e giù sopra il seno, l’ho serrato fra le coppe ma era troppo grande, non riuscivo a trattenerlo.
“Mettilo in bocca!” ha detto lui, e io l’ho messo.
Evidentemente non aspettava altro: mi ha sollevato la testa e lo ha spinto dentro, poi me la tirava indietro e poi di nuovo verso di lui. Di nuovo indietro e poi contro il suo inguine, in un movimento serrato e brutale che mi stava togliendo il fiato.
“Succhialo” mi diceva con l’espressione estasiata. “Ti scopo la bocca, te la scopo quella bocca!”
Avevo le lacrime agli occhi, mi uscivano rivoli di saliva dai lati, ma lui non smetteva. Anzi, più io rischiavo di soffocare più lui gioiva. Mi ha fatto riprendere fiato una volta e poi ha continuato, la stanza risuonava dei miei singulti, lui era il maschio dominante ed io la femmina sua schiava. Potevo solo ubbidire.
“Non pensavi che fosse così, vero? Credevi forse a coccole e bacetti? E invece no, è proprio così che si scopano le puttane. Prendilo, che non ho ancora finito”.
Essere usata, violentata quasi, non mi importava. Stavo godendo come non avevo mai goduto prima e, se quello era il prezzo da pagare per le mie voglie, allora lo avrei pagato volentieri.
A un certo punto ha smesso di tormentarmi la gola e l’ha tirato fuori. Io ne ho approfittato per respirare a pieni polmoni, ma già mi mancava e ho cercato disperatamente di riafferrarlo con le labbra.
“Vieni” ha detto, “ti voglio scopare in ogni stanza della casa”.
Mi ha di nuovo preso in braccio e mi ha portata in bagno, mi ha infilata nel box doccia, la faccia contro le piastrelle, ha sistemato la punta del cazzo contro la mia fica e ha spinto.
“Come sei stretta… ma non temere, le farò prendere la forma del mio cazzo, ti resterà larga per sempre!”
Me l’ha infilato tutto con un colpo solo e mi sono sentita sventrare. Ho urlato, mi sono aggrappata all’asta del doccione per non cadere. Mi stava sverginando, provavo lo stesso dolore e lo stesso piacere della mia prima volta.
“Fai piano” ho mormorato tra un singhiozzo e un urlo. “Piano…”
“Non esistono parole d’ordine con cui puoi interrompere il gioco. Decido io come scoparti e quanto. Non era quello che volevi? Dalle nove alle cinque, non è così che dicevi?”
Mi sbatteva contro la parete fredda, non mi lasciava tregua con i colpi, ma aveva ragione lui: la mia fica si stava dilatando poco a poco e il dolore iniziale si stava trasformando in piacere assoluto.
“Niente parole d’ordine” ho singhiozzato. “Scopami così! Più forte! Oh, sì… Scopami così…”
Si è interrotto solo per trascinarmi in un’altra stanza, mi ha buttata sul letto a pancia sotto e ha ripreso a martoriarmi la fica con affondi possenti.
“Prendilo! Prendilo!” diceva ogni volta che raggiungeva la parete della mia vagina. “Prendilo!”
Per l’ora successiva, forse anche di più, è andato avanti così: mi sbatteva il cazzo in fica in un posto, poi mi trascinava in un altro. Mi ha inculata nel corridoio (non ricordo nemmeno più la volta in cui un uomo me lo aveva messo lì) e ho goduto appesa a un attaccapanni a muro. Anche in quel caso, ho provato la stessa dose di dolore e di piacere.
In cucina mi ha messa a novanta sul tavolo e, mentre mi fotteva da dietro, mi ha spalmato la schiena con non so quale salsa che poi ha leccato via. Alla fine mi ha schiacciato contro la vetrata del salotto, a braccia larghe come in croce, e mentre mi scopava con furia mi diceva:
“Guarda, c’è gente giù che vede come ti sto scopando! Non era questo che volevi?”
Ho aperto gli occhi e, effettivamente, i passanti per strada, alzando lo sguardo, potevano vedere me con la faccia contro il vetro che venivo squassata da quel diavolo.
“Sì” ho detto. “Era quello che volevo… però adesso sborrami dentro, ti prego…”
“Preparati, allora. Te ne riverso così tanta che ti sembrerà di avere dentro un idrante!”
“La voglio tutta! La voglio tutta dentro…”
“Vengo!” ha urlato schiacciandomi ancora di più. “Eccola!”
Mi ha scaricato in fica un fiume di sborra, schizzi su schizzi che riempivano ogni spazio, tanto che, prima che fosse finita, già un po’ di liquido ha cominciato a colarmi lungo le cosce.
“Te l’ho riempita, Puttana” ha detto lui, stravolto, accasciandosi sulla mia schiena. “Te l’ho riempita tutta…”
Siamo scivolati lentamente in ginocchio, fusi insieme in quell’amplesso, il suo cazzo che ancora si agitava dentro di me e la mia fica che ancora reclamava di essere usata.
Dopo ogni scopata ci rifocillavamo, nutrivamo il corpo ma, anche quello, diventava subito un gioco erotico. Ci passavamo i bocconi uno con l’altra, lui mi versava il vino sul collo, sul seno e poi se lo leccava via. Il bastardo aveva delle fragole e, prima di darmele, me le inzuppava nella fica. Me le faceva succhiare, poi le succhiava anche lui, gli dava un morso e me lo passava nella bocca. Mi spruzzava la panna sul seno e poi se la mangiava, ma intanto mi tormentava i capezzoli che erano sempre più duri e più tesi. Mi faceva colare la panna in bocca e diceva: “gusta questa, adesso, che tra un po’ berrai un altro tipo di crema”.
Naturalmente, tutto questo non faceva che risvegliare in noi il desiderio; così, scansavamo il cibo in fretta e riprendevamo a scopare. Non contavo più gli orgasmi che avevo avuto né la quantità di sborra che ho ricevuto e bevuto: non eravamo mai sazi, lui di fottermi, io di farmi riempire.
Quando, alla fine, mi sono resa conto dell’ora, gli ho detto che dovevo andare.
“Faccio una doccia, prima”.
“No!” ha detto lui.
“Perché?”
“Voglio che vai via così, piena di sborra. Voglio che vedano tutti come sei ridotta. Che sentano che puzzi di sesso lontano un chilometro”.
“Non posso tornare a casa così!” ho protestato. “C’è già mio marito…”
“Non importa” ha fatto. “Tanto dovrai dirglielo, prima o poi. Ti conviene farlo subito”.
“Sei un bastardo!”
“Non ho mai fatto finta di non esserlo. Tu, piuttosto. Hai finto di non essere una puttana e guardati adesso!”
Mi ha avvicinata allo specchio e mi ha fatto vedere l’immagine riflessa.
Ero sporca dappertutto, lo sperma mi si era incrostato tra le cosce, i capelli un macello, il viso impiastricciato dal trucco che si era sciolto.
“Non posso andarmene così” l’ho supplicato.
“Sì che puoi. Vai!”
Mi sono rivestita piangendo. Per fortuna avevo la macchina, così nessuno mi ha vista tornare. Con le salviettine ho sistemato il viso ma tutto il resto era un vero disastro. Speravo che mio marito avesse fatto tardi quella sera, invece era in salotto, al tavolino che leggeva i suoi documenti. L’ho salutato in fretta e ho cercato di andare subito in bagno a testa bassa ma lui mi ha chiamata.
“Com’è andata oggi, cara?”
Mi sono sentita mancare. Ho risposto: “Insomma, ho avuto un po’ di casini in ufficio”.
“Ah” ha detto lui, “adesso è questo l’ufficio in cui lavori?”
Mi ha avvicinato il telefono: sullo schermo scorrevano le immagini del Porco che mi sbatteva sul tavolo da cucina. Per poco non sono svenuta: il bastardo aveva ripreso tutto!
“Aspetta che ti spieghi” ho detto, ma effettivamente c’era poco da spiegare. Quella che veniva scopata selvaggiamente nel video e che strillava come un’ossessa, ero io.
“Non ce n’è bisogno, sai, è tutto a posto. Tutto sotto controllo.”
“Tutto a posto?” ho detto io, sbalordita. “In che senso?”
“Nel senso che ho chiesto io a quell’uomo, com’è che lo chiami in codice? Porco, ecco. Ho chiesto io al porco di contattarti. Gli ho dato il tuo numero e lui ti ha scritto”.
Questo era troppo. Una mazzata così non me l’aspettavo. Sono scivolata sul divano per non cadere.
“Tu? Tu e lui? D’accordo?”
“Sì, cara.”
“Ma perché?”
“Perché sentivo che prima o poi mi avresti tradita. Era questione di tempo e poi me l’avresti fatta sotto al naso, come si suol dire. A mia insaputa”.
“E quindi?”
“Quindi ho voluto decidere io con chi e quando lo avresti fatto. Volevo essere io a conoscere con chi mi avresti tradita, quante volte e quanto avresti goduto. Volevo avere il controllo su di te. Mi sembra che abbia scelto bene, non trovi? A giudicare dal video, il porco ti ha soddisfatta per bene”.
Non credevo a quello che stava accadendo.
“Ho capito” ho detto poi. “Vuoi che me ne vada. Tranquillo, faccio la doccia perché ne ho bisogno e poi me ne vado…”
“Ma no, che fai? Non capisci? Adesso il nostro matrimonio… forse è meglio chiamarlo contratto, a questo punto… il nostro contratto di matrimonio è perfetto”.
“Perfetto? Io che scopo con un altro e tu dici perfetto?”
“Sì, cara. Adesso sei stanca, domani ti spiego con calma tutti i vantaggi che ricaveremo da questa svolta. Va bene?”
“Va bene. Domani me lo spieghi. O anche dopodomani, magari. Non c’è fretta”.
“Brava. Vai a lavarti, adesso. Non hai un gran buon odore, sai? Le prossime volte dovremo porci rimedio!”
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