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Mi presti tua moglie?


di Sissy_bella
28.08.2025    |    7.874    |    6 9.2
"Gli slacciò la cintura, gli calò i pantaloni e le mutande e glielo prese in bocca ancora moscio..."
La più grande fortuna che aveva avuto Marco nella vita, paragonabile solo a una mega vincita alla lotteria, era stata quella di sposare Serenella.
Perché sua moglie era bella come una diva straniera del cinema, elegante come Coco Chanel e intelligente come Marie Curie. Era davvero la donna perfetta. Troppo perfetta per lui.
La più grande sfortuna che era potuta capitare a Marco nella vita, invece, era stata proprio quella di sposare Serenella.
Perché aveva dovuto superare le famigerate fatiche di Ercole per conquistarla. Lui, intellettuale e sognatore, ipocondriaco e terrorizzato dalla morte (una specie di Woody Allen insomma, però senza avere lo stesso suo genio), aveva dovuto lottare contro tutto e tutti per riuscire a farla innamorare di sé. Aveva dovuto contrastare i mille pretendenti che la circondavano e che, sul tavolo, avevano messo le loro carte migliori. Non soltanto quelle economiche, non so se mi spiego. Perché, anche da quel punto di vista, Marco non brillava certo in lunghezza, diametro e resistenza. Insomma, il suo era un sesso basico e noioso come in fondo era lui.
Che cosa avesse trovato in Marco una ragazza bella e brillante come Serenella, era e resterà un mistero. Almeno fino ad oggi.


Ogni volta che sua moglie andava a trovarlo in ufficio, per affidargli una commissione o, più semplicemente per salutarlo perché, come gli diceva, “passavo da queste parti”, i suoi colleghi maschi restavano a guardarla imbambolati. Pareva che fosse arrivata la star sul red carpet, ci mancava soltanto che le chiedessero di fare un selfie. Marco li comprendeva, in fondo i suoi colleghi erano giovanotti con gli ormoni a mille e Serenella era la classica donna che gli ormoni te li fa schizzare in cielo. Ma non erano solo loro ad aver notato le sue grazie. La sua bellezza da tempo non era sfuggita al mega dirigente che non si faceva mai vedere ma che sapeva tutto di tutti, fino all’ultima virgola delle loro vite. Un uomo veramente insopportabile, arrogante e autoritario. Insomma, uno che era meglio tenere alla larga dal lavoro ma soprattutto dalla propria sfera personale.
Ma purtroppo per lui, un bel giorno Marco fu convocato nel suo ufficio.
“Bonetti, vieni. Che fai? Non restare lì sulla porta, accomodati!”
Marco s’immaginò di trovare ad accoglierlo il mitico pouf di Fracchia ma, per fortuna, c’era solo una bella poltroncina posizionata davanti alla scrivania del capo.
“Mi dica, dottore, mi cercava?”
“Sì, devi farmi un grosso favore. E non accetto rifiuti, d’accordo? Conto sulla tua collaborazione”.
Marco iniziò a sentirsi sempre più a disagio. Che cosa vorrà adesso da me, pensava.
“Certo” rispose. “Se posso…”
“Ah! Bonetti! Puoi. Certo che puoi”.
“Mi dica, direttore…”
“Allora, tu sai che la nostra azienda ha diverse filiali in tutta Italia e che, una volta l’anno, con i dirigenti di queste sedi ci ritroviamo per una giornata di confronto e di lavoro. Alla fine, dopo aver tirato le somme e verificato i risultati ottenuti, si tiene una specie di galà. Un party, insomma. Per rilassarci un po’ dopo le fatiche del lavoro. Mi segui?”
“Sì… la seguo” rispose Marco senza aver capito ancora che cosa il suo capo volesse da lui.
“Tutti i dirigenti” proseguì lui “vengono accompagnati dalle loro mogli o dalle loro fidanzate. Capisci?
Ebbene, quest’anno purtroppo, come tu forse saprai, io e mia moglie ci siamo… come dire… ci siamo separati, ecco”.
“Mi dispiace” borbottò Marco.
“Non dire cazzate, era una rompicoglioni… comunque, dicevo che quest’anno non avrei al mio fianco nessuna compagna. Capisci adesso?”
“Veramente no… quale sarebbe il favore che potrei farle io?”
“Bonetti, Bonetti! Non tu”.
“E chi, allora?”
“Guarda, te lo dico senza giri di parole. mi piace essere diretto. Mi presti tua moglie per una sera?”
Anche senza essere seduto sul pouf di Fracchia, Marco rischiò di scivolare giù dalla poltrona.
“Prestarle mia moglie?” balbettò. “In che senso, scusi…”
“Nel senso che lei dovrà fingere di essere la mia nuova compagna, starà al mio fianco, scherzerà con le altre mogli e con i loro mariti e basta. Tutto qui. Solo per una sera. Il prossimo anno, al prossimo meeting, avrò sicuramente un’altra donna con me. Che ne dici?”
“Tutto qui?”
“Sì. Allora? Si tratta di una festicciola innocente: mangiamo qualcosa, beviamo dei drink, chiacchieriamo in armonia. Poche ore e te la riporto a casa. Avanti, che ne dici?”
“Non so… mi sembra una proposta un po’ particolare…”
“Pensa ai vantaggi che potrete trarne, tu e tua moglie”.
“Quali vantaggi?”
“Tu, per esempio. Da quanto non hai uno scatto di stipendio?”
“Due… no, tre anni” rispose Marco.
“Ecco, posso farti salire di livello se accetti la proposta”.
“E mia moglie?”
“Lei è una professionista affermata. Quella sera, alla festa, ci saranno anche delle personalità del mondo politico comunale. Potrà sicuramente approfittarne per ottenere permessi e scorciatoie varie”:
“Non so. Devo parlarne con lei…”
“Fai così. Stasera le parli e poi le dici di passare a trovarmi nei prossimi giorni. Le spiegherò per filo e per segno quello che dovrà fare. Siamo intesi?”
Marco taceva e il capo concluse:
“Bravo Bonetti. Ho in mente grandi cose per te. Vai adesso e mi raccomando: convinci tua moglie, va bene?”


Serenella fece il suo ingresso in ufficio come una pantera che volesse azzannare la sua preda. Tailleur nero, scarpe col tacco dodici, occhiali da sole e capelli ricci che le ricadevano morbidamente sulle spalle scoperte. Ignorò volutamente tutti gli sguardi dei maschi alle scrivanie e, quando una segretaria tentò di fermarla, la bloccò con un gesto secco della mano.
“Il direttore mi aspetta” le disse con tono perentorio.
Andò alla sua porta ed entrò senza bussare. Lui era al telefono con chissà chi ma, quando la vide, interruppe subito la conversazione.
“Scusa, adesso ti devo lasciare. Serenella, finalmente!”
Lei si richiuse la porta alle spalle.
“Allora, dimmi. Che cos’è questa stronzata della festa? Non ti bastava scoparmi regolarmente da quando hai assunto mio marito? Adesso vuoi mostrarmi a tutti come una troia qualunque?”
Lui si alzò e le andò incontro, emozionato.
“No, che dici… non voglio esibirti, no!”
“E allora cosa?”
“Aspetta, parliamone”.
L’abbracciò e le ficcò la lingua in bocca, in profondità. Serenella rispose con uguale foga ma poi si slacciò dall’abbraccio.
“Parla!”
Lui la condusse sul divanetto in pelle e la fece sedere.
“Lo sai che ti amo, non farei niente del genere” e mentre le diceva questo le palpava il seno e glielo strizzava attraverso il vestito.
“Non dire cazzate. Che cosa vuoi che faccia alla festa?”
Lui abbassò il capo e anche le mani che scesero fino ad accarezzarle le cosce velate.
“Sono nei guai, credimi…”
“Che hai combinato?”
“Pasticci contabili. Imbrogli. Insomma…”
“Hai preso qualche tangente?”
“Diciamo così. Il nostro CEO se n’è accorto, sta per scoppiare uno scandalo”.
“E io che c’entro?”
La guardò negli occhi.
“Metterebbe tutto a tacere se soltanto…”
“Se soltanto cosa?”
“Se tu lo ammorbidissi un po’” disse tutto d’un fiato.
“Ammorbidire?” scherzò lei. “Intendi farglielo rizzare, vero?”
“Sì, è vero. Mi piaci perché capisci subito tutto”.
“Che tipo è questo CEO?”
“Un vecchio porco. Ma vecchio veramente. E porco veramente. Che dici?”
“Sono quelli che preferisco” disse Serenella togliendosi finalmente gli occhiali da sole. “E dì un po’. Io che ci guadagno in tutto questo? Oltre a una scopata col porco, che cosa pensate di offrirmi?”
Lui le spiegò per bene quello che avrebbe ottenuto dai politici comunali presenti quella sera; tutti i vantaggi di pratiche ferme in consiglio che si sarebbero magicamente sbloccate.
“E poi” concluse “il porco ti farà di sicuro un regalino. Molto ma molto prezioso. Che fai, accetti? Dimmi di sì!”
Serenella lo fissò a lungo, poi si alzò e si sfilò il tailleur.
“Accetto. Adesso scopami, però. Gli accordi, io li firmo così”.
Gli slacciò la cintura, gli calò i pantaloni e le mutande e glielo prese in bocca ancora moscio. Se lo sentì crescere dentro, lo fece sbattere contro la guancia, scendere in gola. Dopo averglielo succhiato per bene, averlo fatto impazzire con la lingua e con le mani, si stese sul divano. Tolse via tutto, tranne le scarpe.
Allargò le gambe all’inverosimile mettendo in mostra una fica già pronta e grondante di umori.
“Quando fai così mi fai morire” le disse lui. “Stringiti i polpacci con le mani, avanti”.
Serenella obbedì.
“Ficcamelo dentro, subito!”
Lui non se lo fece ripetere due volte ma lei continuò.
“E chiama mio marito. Mentre mi stai scopando gli racconterai che ho accettato la proposta”.
Andò a prendere il telefono e tornò da lei per fottersela alla grande.
“Sei una perfida puttana, lo sai?” le disse.
“Sì, sì. Lo so…” rispose lei. “È per questo che ti piaccio!”
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