Gay & Bisex
Umiliato davanti a lei, però godevo...
07.09.2025 |
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"“Vediamo subito!”
Mi ha strattonato fino a spingermi sul divano, mi ha tolto le scarpe e sfilato i pantaloni..."
Alice era una mia collega, vicina di scrivania. Una donna tranquilla, riservata, che parlava poco e lavorava sodo. Fisicamente era graziosa, non una gran bellezza, ma la classica donna della porta accanto: comune ma intrigante. Vestiva in maniera sobria ma, da certi accessori che indossava, s’intuiva che teneva a sé e alla sua immagine.Era difficile per me instaurare con lei un rapporto amichevole, di fiducia. Ci avevo provato, chiedendole di lei, della sua famiglia, ma avevo ottenuto in risposta solo frasi vaghe, di circostanza. Sapevo che era sposata, per via della fede che portava al dito, ma di suo marito non parlava mai.
Ora, dentro di me pensavo: se una persona non dice mai niente di suo marito o di sua moglie, sta a significare due cose. O che non c’è davvero niente da riportare o, e forse era questa la situazione di Alice, che quello che c’è da dire è meglio tacerlo.
Notavo che si tratteneva spesso oltre l’orario di lavoro, come se non avesse un gran desiderio di tornare a casa. Non credo che avesse figli perché, anche di loro, non parlava mai.
Celava un mistero dentro di sé, un’ombra che si manifestava in atteggiamenti molto guardinghi e, in certi momenti, addirittura di aperta ostilità.
Devo dire che ero un po' preoccupato per lei, ma ero cosciente del fatto che non potevo forzarla a confidarsi, se lei non voleva.
Le cose però sono cambiate quella volta che è arrivata al lavoro fortemente agitata. Non riusciva a concentrarsi sulle pratiche assegnatele, imprecava sottovoce ad ogni suo errore e, cosa che mi ha fatto insospettire, si teneva costantemente una ciocca di capelli (erano molto lunghi, castano chiaro) premuta contro la guancia. Con un piccolo espediente, chiedendole di passarmi certi fogli che stavano alla sua destra, notai che sotto la ciocca s’intravedeva un livido. Era lungo qualche centimetro, partiva da sotto l’occhio sinistro e arrivava fin sotto lo zigomo, e largo. A quel punto non ce l’ho fatta più a trattenermi.
“Scusami Alice” le ho detto fermandole la mano che cercava di rimettere la ciocca al suo posto. “Che hai fatto all’occhio?”
“Come… dici?” ha balbettato lei.
“Lì, sotto l’occhio. Hai un bel livido. Che ti è successo?”
“Ah, questo” ha detto tornando a coprirselo. “Sono una sbadata, sai? Ho urtato contro la porta…”
“Contro la porta?” ho fatto io non riuscendo più a far finta di niente. “Scusa, ma quante persone, alla tua età, sono così imbranate da sbattere contro una porta? Eri ubriaca o cosa? È stata davvero una porta a farti quel livido?”
“Ero ubriaca, va bene?” mi ha risposto stizzita. “Ci sono problemi?”
Ho alzato le braccia, in segno di resa.
“Nessun problema” ho detto. “Nessun problema. Solo, se un giorno vuoi parlarmene, sappi che io ci sono”.
Sono tornato alla mia scrivania ma avevo intravisto nel suo sguardo un desiderio represso che non riusciva a venir fuori. Una volontà di confidarsi con qualcuno, forse. Oppure di abbandonare quella stupida reticenza. Ma non lo ha fatto. Almeno nei giorni successivi che sono passati uguali e monotoni come tutti gli altri. Io la spiavo di nascosto, lei non mi degnava di uno sguardo. L’avevo persa definitivamente.
Una sera, invece, all’uscita dal lavoro, l’ho trovata che mi aspettava. A braccia conserte, serissima, mi ha detto solo due parole:
“Dobbiamo parlare”.
L’ho fatta salire in macchina e lì, in pochi minuti, come se avesse perso ogni ritrosia, come un fiume che ha rotto gli argini, mi ha rovesciato addosso tutta la sua frustrazione, la sua rabbia, il suo malessere. Mi ha raccontato di come il marito, col tempo, si fosse trasformato in una persona orribile, violenta. La tradiva di continuo e non solo non glielo nascondeva ma, anzi, se ne vantava con lei umiliandola. La derideva, si vergognava di lei, l’offendeva pesantemente e, se provava a reagire, allora diventava furioso. Mi ha fatto vedere alcuni segni che le aveva lasciato addosso, in punti non troppo evidenti. Ogni tanto si fermava per singhiozzare un po', ma subito riprendeva a parlare. Quando finalmente si è interrotta, mi ha fissato con gli occhi lucidi e ha detto:
“Adesso sai come stanno le cose…”
“Devi denunciarlo. Subito” le ho detto. “Non aspettare che arrivi a farti ancora più male. Ci sono un sacco di modi per segnalare gli abusi, ti posso aiutare…”
Ha scosso la testa, la dondolava come una bambola rotta.
“Non so che fare. Sono stanca”.
“Ti accompagno a fare la denuncia, dobbiamo fermarlo”.
“Adesso no. Ho solo voglia di stare tranquilla, di respirare in santa pace. Puoi farmi stare da te, solo per stasera? Ti prego. Domani, se mai…”
“Come vuoi. Ma non rimandare troppo, le cose possono solo peggiorare”.
Siamo andati a casa mia, un piccolo bilocale da gay solitario quale sono io. L’ho fatta accomodare sul divano, le ho portato un plaid e gliel’ho steso sulle gambe nude.
“Ti faccio qualcosa da mangiare” le ho detto.
“Non ho fame…”
“Te lo faccio lo stesso”.
Sono andato all’angolo cottura, ho tirato fuori dal frigo uova e prosciutto.
“Omelette” le ho detto cominciando a rompere le uova nella ciotola. “È il solo piatto che mi riesce veramente bene. Vedrai”.
L’ho sentita ridere piano, poi ha preso il telefono.
“Chi chiami?”
“Mio marito. Lo avverto che non torno”.
“Sicura? Non è meglio se ti calmi un po', prima?”
Non ha risposto. Dopo un po' ha parlato al telefono, poche frasi sconnesse e con voce incerta. Non sentivo l’altra parte ma dall’espressione di lei non sembrava che il marito l’avesse presa bene.
“No, non te lo dico… ho detto di no… non ci provare!”
Altro silenzio, Alice ascoltava impaurita.
“Non puoi fare questo… ti scongiuro, no”.
E infine, in un sussurro, ho sentito che gli dava le indicazioni precise del mio indirizzo.
“Perché lo hai fatto?” le ho chiesto, preoccupato, quando ha chiuso la comunicazione.
Mi ha guardato con un’aria smarrita e rassegnata.
“È furioso, è meglio che torni da lui. Forse si calmerà”.
“Oddio, sei fuori di testa. Come fai a pensarlo?”
Non mi ha risposto.
“E sta venendo qui?”
“Sì. Viene a riprendermi”.
Sono tornato a cucinare, ero incazzatissimo. Non la capivo e devo dire che ero anche preoccupato per me. Non mi piaceva l’idea che quell’uomo violento venisse a casa mia. Non l’ho detto ad Alice, però non le ho più parlato né guardata. Dopo un po' hanno suonato alla porta e sono andato ad aprire.
Il marito era davvero un tipo inquietante: alto, massiccio, sguardo assassino e l’aria di chi sta per mettere il mondo a soqquadro. Non mi ha fatto nemmeno parlare, mi ha scansato con una manata e ha detto:
“Dov’è mia moglie?”
“Eccomi, sono pronta. Andiamo”.
“Un cazzo andiamo” ha fatto lui. “Questo sarebbe il tipo che ti scopi?”
“No! No, è solo un collega”.
“Collega, eh?”
Si è girato verso di me e mi ha squadrato dalla testa ai piedi. Mi si è avvicinato pericolosamente, io sono arretrato fino a trovarmi con le spalle al muro.
“Ma guarda chi abbiamo” ha detto lui con uno strano ghigno. Mi ha stretto il mento tra le dita, aveva mani d’acciaio. “Che begli occhi da cerbiatta che hai. Ciglia lunghe, guance lisce. Non sembri un vero uomo”.
“Io… no, cioè…” ho balbettato.
“Scommetto che ti depili pure. È così?”
Non ho risposto, ero terrorizzato.
“Vediamo subito!”
Mi ha strattonato fino a spingermi sul divano, mi ha tolto le scarpe e sfilato i pantaloni. Nonostante io scalciassi per impedirglielo, aveva una forza sovrumana.
“Che fai?” ha strillato Alice. “Lascialo stare, andiamocene. Lui non c’entra niente”.
“Guarda qui, che ti dicevo?” mi fissava le gambe nude. “Depilate come quelle di una donna. E queste mutande? Ti sembrano quelle di un uomo? Cos’è questo slip minuscolo?”
Mi ha stretto il cazzo così forte che quasi me lo staccava. Ho strillato ma non c’era niente da fare.
“Ti prego, lascialo” lo implorava sua moglie.
“Tu stai zitta. Ti sei messa con una femminuccia, lo capisci?”
Mi ha girato a pancia in giù e mi ha tirato il filo delle mutande.
“Proprio come un frocetto, guarda che chiappette che ha!”
Me le ha strizzate con forza e poi le ha allargate.
“Che bel culo che hai, dillo che sei un frocetto. Avanti!”
“Per favore” ha detto Alice inorridita.
“Lo sai che gli fanno, quelli come me, ai tipi come te? Lo sai?”
“N… no…”
“Indovina! Se l’inculano” ed è scoppiato a ridere.
Mi ha tenuto le natiche separate e mi ha sputato un bolo di saliva in mezzo; poi, con le dita lo ha spinto dentro.
“È bello largo, te l’hanno già rotto in tanti, vero?”
“S…sì…”
“E allora adesso te lo rompo anch’io. Così impari a farti i cazzi tuoi un’altra volta”.
Ho chiuso gli occhi, non potevo far altro che aspettarmi di essere violentato.
“Tu guarda” ha detto ad Alice, “guarda ‘sto frocetto come è pronto a farsi inculare da un vero uomo”.
L’ho immaginato mentre si calava giù i pantaloni e si tirava fuori il cazzo. Dopo un istante l’ho sentito arrivare, doveva avere una cappella grossa come una prugna. Me l’ha appuntata e ha spinto. Avrei potuto dimenarmi di più, cercare di ostacolarlo in qualche modo, e invece…
Invece con le mani ho tenuto larghe le chiappe più che potevo e mi sono proteso verso il suo cazzo. Ero impazzito ma lo volevo sentire dentro.
“Bravo, così si fa. Si vede che sei allenato a prenderlo in culo!”
Lo ha spinto con forza, ho sentito un gran bruciore all’inizio ma poi, grazie anche ai miei movimenti, lui ha potuto infilarmelo per buona parte.
Mi teneva per i fianchi e ogni tanto mi dava dei ceffoni per dominarmi di più.
“Guardalo” diceva alla moglie, “guarda che zoccola d’uomo ti volevi scopare!”
Alice piangeva sommessamente, ma io non pensavo più a lei. Avevo spostato le mani in avanti e mi reggevo ai cuscini, li stringevo per ammortizzare i colpi potenti che mi stava infliggendo. Godevo come mai prima d’allora.
“Ti piace, frocia? Ti piace? Dillo che ti piace!”
“Oh… sì… mi piace… Mi piace!”
“Prendi questo” diceva ad ogni affondo. “E questo. E ancora questo. Ancora!”
Diceva “ancora” a ogni colpo, era come un pendolo sincronizzato che si muoveva avanti e indietro senza perdere il ritmo frenetico.
“Ancora!” diceva lui.
“Ancora” ripetevo io. Tenevo gli occhi chiusi e la bocca spalancata per il piacere che provavo. Mi aveva riempito il culo fino al colmo, usciva e lo riempiva di nuovo. E così via per non so quanto tempo. Io avevo perso ogni lucidità, lo pregavo, lo supplicavo, lo imploravo di continuare. Di venirmi dentro.
“I froci come te non se lo meritano” ha risposto lui, furioso.
Si è sfilato e mi ha girato a pancia in su.
“In ginocchio! Subito!”
Dolorante ho obbedito.
Il marito di Alice mi guardava con disgusto. Si teneva il cazzo con la mano e me lo sbandierava davanti al viso. Finalmente ho potuto vedere la bestia che mi aveva trapanato fino a un attimo prima: era maestoso. Lungo all’inverosimile, spesso e venoso. E sotto c’erano due testicoli che sembravano quelli di un toro.
“Apri bene la bocca! I foci come te non meritano altro che questo!”
L’ho fatto subito e lui si è scappellato velocemente e ha avvicinato la punta alla bocca.
“Prenditi questa, frocio!” e ha iniziato a spruzzarmi schizzi di sborra che finivano ovunque. Sopra gli occhi, sul naso, sulle labbra e nella bocca. Ero completamente ricoperto e lui continuava a lanciare piccoli schizzi e a grugnire soddisfatto.
“Guardalo” diceva alla moglie. “Guarda con chi volevi metterti! Guarda come si beve la mia sborra!”
Alice ormai non diceva né faceva più niente. Era ferma immobile, la mano sulla bocca, lo sguardo incredulo.
Suo marito ha finito il lavoro infilandomi il cazzo tutto in bocca e ordinandomi di ripulirglielo. Non capivo più niente, non vedevo più niente. Avevo solo il sapore della sua sborra in gola, solo quello. Meraviglioso. Gi ho pulito il cazzo per bene, come mi aveva ordinato.
“Bene, frocetto. Se ti rivedo ancora con mia moglie, non sarà così che andrà a finire”.
Si è ricomposto, ha preso Alice per un braccio e sono usciti senza parlarsi.
Io sono rimasto per non so quanto tempo seduto sul divano, mi sono solo tolto il liquido dagli occhi perché cominciavano a bruciarmi. Non ricordo quando, finalmente, mi sono ripreso e ho cominciato a ragionare.
La mattina dopo ho chiamato in ufficio dicendo che stavo male. Dopo qualche giorno ho chiesto di essere spostato in un’altra filiale, lontana da lì. Sono stato accontentato, così mi sono trasferito. Non ho più rivisto Alice, né pensavo che lei avrebbe voluto vedermi. Dopo qualche mese ho saputo da un collega che aveva finalmente lasciato il marito e che adesso frequentava qualcuno. Mi hanno detto che era una brava persona, un uomo veramente in gamba. Ho pensato che se lo meritava, che era uscita dall’incubo.
Almeno questo mi consolava un po'.
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