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Gay & Bisex

Antistress - L'uscita al pub


di Eriaku
28.09.2025    |    5.363    |    11 9.6
""Così, ecco" gli sussurrò all’orecchio, muovendosi con lentezza mentre lo riempiva una spinta dientro l'altra..."
Enzo guidava con le mani sudate sul volante, lo sguardo fisso sulla strada avvolta da una nebbia fitta che sembrava riflettere il caos dentro di lui. Clara, sua moglie, aveva insistito perché accettasse quell’invito a bere con Marco, il cugino di Clara nonché collega di dieci anni più vecchio. Era stato lui a presentargliela. “Hai bisogno di distrarti,” gli aveva detto quest'ultima quella mattina, accarezzandogli la guancia mentre la pancia enorme sporgeva sotto la camicia da notte. “Non puoi pensare solo al bambino e al lavoro. Sei sempre teso, Enzo. Rilassati.” Lui aveva annuito, ma dentro di sé sapeva che non era solo lo stress del mutuo o della paternità imminente a logorarlo: era la consapevolezza che, da quando Clara era rimasta incinta, il loro sesso si era ridotto a qualche goffo tentativo e contribuiva a farlo sentire inadeguato.

Così quella sera si era ritrovato in un pub e, dopo un paio di birre, aveva cominciato a confidarsi con il cugino di sua moglie. Un Un paio di ore dopo, leggermente alticcio, si era lasciato convincere che guidare non sarebbe stata una buona idea e inoltre sua moglie si sarebbe probabilmente arrabbiata nel vederlo in quello stato. "Dormi da me stanotte, l'avverto io Clara".

Quando arrivarono al palazzo di Marco, un elegante residence vicino al fiume, erano da poco passate le dieci di sera. Il cuore gli batteva all’impazzata per qualche ragione. L’appartamento era un trionfo di minimalismo e sensualità: pareti grigio-perla, un divano in pelle nera al centro della stanza, luci soffuse che danzavano su una libreria piena di volumi di filosofia e fotografia erotica. Sul tavolino, una bottiglia di Lagavulin fumava accanto a due bicchieri. “Whisky? Senza ghiaccio, come piace a me,” disse Marco, versandogliene un dito. Enzo lo bevve d’un fiato, sentendo il bruciore scendere in gola. “Clara mi ha detto che non ti rilassi mai, e a giudicare da quello che mi hai raccontato, aveva ragione” continuò l’uomo, sedendosi accanto a lui sul divano. “Hai paura di qualcosa? O forse… Non riesci a sfogarti?”

“Non so…” balbettò Enzo, fissando le mani di Marco, grandi e con vene sporgenti. “Forse sì. Ho paura di non essere all’altezza. Di non saper gestire tutto: il lavoro, il bambino, Clara…”

“Guardami,” lo interruppe Marco, posandogli una mano sulla coscia. Le dita risalirono piano, sfiorando la zip dei jeans. “A volte, per essere all’altezza, devi *perdere il controllo*. Lasciarti andare. E non devi temere tuo cognato, no?” Sorrise, ma c’era una sfumatura di sfida nei suoi occhi. “Clara è mia cugina, ma stasera siamo solo due uomini che si capiscono.”

Enzo trattenne il respiro quando il palmo caldo si chiuse sulla sua erezione già evidente. “Non… non dovrei,” mormorò, ma non si mosse.

“Perché no?” sussurrò Marco, slacciandogli la cintura con un gesto lento. “Sei un uomo, no? E gli uomini fanno quello che gli pare. Clara lo capirebbe… anzi, forse spera che tu torni a essere felice.” Le dita esperte gli calarono i jeans, liberando il membro turgido che pulsava sotto i boxer. “Cazzo, sei già duro,” rise Marco, accarezzandolo con la punta delle dita. “Vuoi che ti succhi? O preferisci che ti prenda subito?”

Enzo gemette, le gambe molli. “Non so… non ho mai…”

“Lo so,” lo interruppe Marco, abbassandogli i boxer fino alle caviglie. “Ma il tuo corpo sa. Guarda come trema.” Con un movimento fluido, lo fece alzare e lo spinse contro il muro. Le labbra dell’uomo si chiusero intorno al suo cazzo, calde e umide, mentre una mano gli afferrava i testicoli, massaggiandoli con pressione crescente. Enzo urlò, aggrappandosi ai capelli grigi di Marco. “Sì… oddio, sì…”

Quando Marco si staccò, il membro di Enzo era lucido di saliva, la punta gonfia e pulsante. “Adesso voglio sentirti gridare,” disse l’uomo, guidandolo verso il divano. “Metti le mani sul cuscino, culo all’aria.” Enzo obbedì, il cuore in gola, mentre sentiva Marco armeggiare con un flacone di lubrificante. Il primo dito lo colpì come una scossa: freddo, poi caldo, che premeva contro l’anello serrato del suo ano. “Respira, piccolo,” sussurrò Marco, spingendo con decisione. “Lascia che entri.”

Il dolore fu acuto, ma poi… poi arrivò qualcosa di nuovo. Un piacere profondo, quasi doloroso, che gli fece piegare la schiena. “Oddio… cosa…?” gemette, mentre un secondo dito si univa al primo, allargandolo con movimenti circolari. “Ti piace, vero?” ridacchiò Marco, sfregando il pollice sul suo perineo. “Sei fatto per questo. Guarda come ti apri per me.”

Enzo ansimava, il corpo madido di sudore incollato alla pelle nera del divano, mentre le dita di Marco continuavano a muoversi dentro di lui con una cadenza ipnotica. Il terzo dito era entrato senza resistenza, allargandolo fino a un limite che sembrava quasi insostenibile, eppure il piacere che ne scaturiva era così intenso da fargli desiderare di più. "Sei incredibile," mormorò Marco, chinandosi a baciargli la schiena inarcata, le labbra che lasciavano impronte umide sulla pelle. "Ogni volta che spingo, il tuo buco si stringe come se mi pregasse di restare."

Poi, improvvisamente, le dita sparirono. Enzo gemette per il vuoto improvviso, sentendo i muscoli contrarsi in cerca di qualcosa che lo riempisse di nuovo. Ma prima che potesse protestare, una lingua calda e ruvida lo colpì proprio lì, sul centro pulsante del suo corpo. "Cazzo! Cosa stai...?" urlò, le mani artigliate al cuscino mentre Marco lo leccava con una lentezza crudele, la punta della lingua che disegnava cerchi intorno all’ano prima di affondare in modo deciso.

La sensazione era sconvolgente: umida, bollente, intima come mai avrebbe immaginato. Ogni leccata era un’esplosione di nervi mai attivati, ogni colpo di lingua che penetrava dentro di lui gli strappava un singhiozzo strozzato. "Oddio, non... non fermarti!" implorò, spingendo indietro i fianchi per incontrare quella bocca. Marco ridacchiò, il fiato caldo che gli accarezzava la pelle mentre continuava a divorarlo, alternando pressioni profonde a colpi rapidi che lo facevano fremere.

"Sei dolce qui," sussurrò Marco tra una leccata e l’altra, sollevando appena la testa per guardarlo. Un filo di saliva collegava la sua bocca all’ano di Enzo, luccicante sotto la luce soffusa. "Così stretto... sembra fatto per la mia lingua." Poi riprese, più aggressivo, spingendo la lingua fino in fondo come se volesse marchiarlo. Enzo gridò, le gambe che tremavano mentre il piacere saliva inesorabile, concentrandosi nelle palle gonfie e nel membro che pulsava contro il divano. "Ti piace farti leccare il buco del culo, vero?" lo provocò Marco, rallentando appena per strappargli un gemito di frustrazione. "Dimmelo. *Dimmi* quanto ti piace."

"Sì... sì, ahh, sì!" gridò Enzo, ormai perso nel vortice di sensazioni. Marco si ritrasse di colpo, lasciandolo vuoto e ansimante. "Non ancora," sibilò, alzandosi in piedi. Enzo lo vide togliersi i pantaloni con un gesto lento, il membro eretto che sporgeva duro e lucido tra le cosce. "Adesso prendi quello ho da darti."

Prima che potesse prepararsi, Marco lo afferrò per i fianchi, le dita che affondavano nella carne mentre puntava il proprio membro e lo penetrò con una spinta decisa. Un primo colpo secco lo penetrò fino a metà, strappando a Enzo un rantolo strozzato: il bruciore era acuto, quasi insostenibile, ma subito dopo Marco rallentò, muovendosi con calma, centimetro dopo centimetro, finché il suo pube non schiacciò le natiche arrossate dell’altro. “Respira… respira,” gli sussurrò all’orecchio, mentre con una mano gli massaggiava la schiena inarcata, l’altra avvolta intorno al suo cazzo eretto. Il dolore, fu presto seguito da un’ondata di piacere così intensa da fargli vedere le stelle. "Così, ecco" gli sussurrò all’orecchio, muovendosi con lentezza mentre lo riempiva una spinta dientro l'altra. "Senti come ti apro? Come se fossi fatto per me." Enzo annuì, le lacrime che gli rigavano il viso mentre il cazzo di Marco colpiva punti dentro di lui che non sapeva nemmeno esistessero.

Il ragazzo sentì ogni venatura del corpo di Marco scivolare dentro di sé, il calore umido che lo riempiva, il ritmo lento e profondo che gli dava un piacere viscerale, venato di dolore. Ogni spinta lo inchiodava al divano, le ginocchia che tremavano, il viso premuto contro il cuoio nero mentre il respiro si spezzava in gemiti soffocati. Marco accelerò appena, colpendo quel punto dentro di lui che lo fece inarcare come un arco, urlando senza vergogna.

"AHH! Ahhh... sììì... non... non... ah... ah..."

Le spinte divennero più forti, più veloci. Marco lo afferrò per i capelli, tirandogli la testa all’indietro. " Non? Non che cosa? Non incularmi come una troia? Guardati allo specchio" ordinò indicando la portafinestra a vetro. Enzo vide il proprio riflesso: il viso sconvolto, il corpo scosso da spasmi mentre veniva scopato con furia. "Sei bellissimo così," ansimò Marco. "Piegato con un cazzo dentro di te… sei perfetto."

A un tratto, una scarica elettrica partì dal fondo della schiena, irradiandosi fino alle palle. Enzo venne con un urlo strozzato, lo sperma che schizzava sul tappeto mentre Marco accelerava il ritmo, affondando fino in fondo. "Prendi tutto, puttana," ringhiò l’uomo, svuotandosi dentro di lui con tre getti bollenti che lo fecero rabbrividire.

Crollarono insieme sul divano, ansimanti. Marco lo abbracciò da dietro, baciandogli la nuca. "Non è finita," sussurrò. "Domani… e dopodomani… finché non capirai che questo è il tuo posto." Enzo non rispose. Ma quando, ore dopo, tornò a casa. Clara dormiva già, la pancia che si alzava e abbassava sotto le coperte. Enzo si spogliò in silenzio, ma mentre si infilava a letto, una fitta all'ano gli ricordò di quella lingua calda e di quel cazzo che lo avevano posseduto facendolo addormentare sereno per la prima volta da settimane.

La mattina dopo, mentre preparava il caffè, il telefono vibrò. Era un messaggio di Marco: “Oggi alle 13.00, ufficio vuoto. Niente mutande. Dillo a Clara che stasera lavoro fino a tardi… tanto, è abituata.” Enzo sorrise, sentendo già il membro indurirsi. Per la prima volta, non pensò ai suoi problemi. Pensò solo a quando avrebbe sentito di nuovo quella lingua e quel cazzo dentro di sé.
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