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Gay & Bisex

Il metro rubato


di RobustoNordest
21.12.2025    |    5.131    |    6 9.6
"” Qualcuno aveva postato foto: cazzi eretti accanto a righelli scolastici, misure dichiarate con orgoglio..."
Giacomo aveva diciannove anni e una vita che, vista da fuori, sembrava perfetta per un ragazzo della sua età.
Proveniente da una famiglia cattolica devota, con rosari appesi in cucina e messe la domenica mattina, aveva finito le superiori senza troppa voglia di continuare all’università.
“Tanto che fretta c’è?”, si diceva.
Aveva trovato lavoro come commesso in un supermercato del quartiere: stipendio modesto, ma sufficiente per comprarsi i vestiti firmati che gli piacevano, l’ultimo smartphone alla moda e qualche spritz con gli amici il venerdì sera.
Per il resto, viveva ancora con i genitori, zero affitto, zero bollette.
Una pacchia.
La sua vita sociale era un turbine: feste, concerti, stories su Instagram, reel su TikTok.
Aveva quattro profili sparsi tra YouTube, BookTok, Twitch e chissà cos’altro, dove postava recensioni di aperitivi, outfit del giorno, frammenti di serate.
Eppure, dietro quella facciata di ragazzo estroverso, Giacomo custodiva un segreto che non aveva mai confessato a nessuno. Le ragazze con cui usciva – amiche, compagne di serata – non gli provocavano altro che un tiepido affetto fraterno.
Il suo desiderio, profondo e inconfessabile in una casa dove la parola “gay” era tabù, era rivolto agli uomini.
La sua vita sessuale si riduceva a chat anonime su app e siti, scambi di foto, video rapidi, voci distorte.
Si masturbava pensando a corpi che non avrebbe mai toccato davvero, immaginando incontri che restavano sospesi nel limbo del “magari un giorno”.
Due volte a settimana, dopo il turno al supermercato, andava in un centro benessere a pochi passi dal negozio. Sauna, piscina, massaggi.
Ma soprattutto, con una tariffa agevolata, usava la doccia abbronzante.
Gli piaceva mantenere la pelle dorata, uniforme, su quel corpo che curava maniacalmente: completamente depilato, liscio come seta, muscoli definiti quanto bastava per sentirsi bello.
Un pomeriggio di fine autunno, la commessa alla reception gli indicò la stanza numero tre.
Giacomo spinse la porta con la solita nonchalance, l’asciugamano in mano, pronto a spogliarsi.
Ma dentro c’era ancora qualcuno.
Un uomo sulla quarantina, alto, spalle larghe, stava uscendo.
Non aveva fatto in tempo a riannodarsi l’asciugamano: il tessuto gli pendeva lento lungo la coscia, lasciando scoperto il sesso. Giacomo si bloccò.
Il cazzo dell’uomo, morbido, pendeva pesante tra le gambe.
Grosso, venoso, con una cappella larga che spuntava appena dal prepuzio.
Non era eretto, eppure trasmetteva una sensazione di potenza.
Giacomo arrossì violentemente, balbettò un “scusi” e indietreggiò.
L’uomo sorrise appena, senza imbarazzo, si coprì e uscì.
Ma quell’immagine gli si era impressa nella retina.
Nella penombra calda della doccia abbronzante, sdraiato nudo mentre i raggi lo accarezzavano, Giacomo non riusciva a pensare ad altro.
Confrontava mentalmente: il suo, da flaccido, era simile per lunghezza, forse l’altro aveva un centimetro in più.
Ma da duro? Il pensiero lo fece irrigidire. Immaginò entrambi eretti, fianco a fianco.
Il suo cazzo si gonfiò lentamente tra le cosce, sfiorando l’interno dell’abbronzante. Non si toccò – non lì – ma l’eccitazione gli rimase addosso come una seconda pelle.
Quella sera, dopo cena, si chiuse in camera.
Accese il computer, aprì il suo blog anonimo – uno di quei spazi nascosti dove parlava apertamente di desideri maschili, misure, fantasie.
Scrisse un post dettagliato: l’incontro casuale, la vista improvvisa, il confronto mentale.
Non mise foto, solo parole crude, sincere. Poi spense tutto.
Prima di dormire, però, entrò in bagno per una doccia calda.
L’acqua scorreva sul corpo ancora abbronzato, e l’immagine tornò violenta: quel cazzo pesante, la cappella larga.
Il suo si indurì all’istante.
Iniziò a segarsi piano, appoggiato alle piastrelle.
Uscì un attimo, gocciolando, aprì il cassetto dello specchio e prese il metro da sarta della madre – quel nastro morbido che usava per gli orli.
Tornò sotto l’acqua, riprese a masturbarsi con una mano, con l’altra misurò: 17 centimetri netti, dritto e teso.
Pensò a quanto sarebbe stato eccitante fare la stessa cosa con l’uomo del centro benessere.
Misurarlo.
Confrontarli.
Toccarlo mentre il metro scorreva.
Il pensiero lo fece venire forte, schizzi caldi che si persero nello scarico.
Non andò subito a letto.
Si asciugò in fretta, tornò al computer ancora nudo.
Aprì un nuovo post: “Quanti di voi troverebbero piacere nel misurare il cazzo dei ragazzi che vi fanno impazzire? Nel prenderlo in mano, farlo indurire, passare il metro dalla base alla punta… Ditemelo nei commenti.”
Lo pubblicò a notte fonda.
Poche visualizzazioni immediate, zero risposte.
La mattina dopo, appena sveglio, aprì il blog con il cuore che batteva.
Oltre mille visualizzazioni.
Decine di commenti.
“Mi piacerebbe da morire.”
“Sogno di misurare quello di un ragazzo che mi ossessiona da mesi.”
Qualcuno aveva postato foto: cazzi eretti accanto a righelli scolastici, misure dichiarate con orgoglio.
Giacomo lesse tutto, il suo cazzo già mezzo duro sotto i boxer.
A mezzogiorno, le visualizzazioni superavano le diecimila.
Quasi ottocento commenti.
Trenta nuovi follower in poche ore.
Si sentiva euforico, potente, eccitato. Pensava sempre a quel cazzo visto per caso, ne disegnava mentalmente i contorni – come faceva spesso, con piccoli schizzi a matita su fogli nascosti, o foto del suo che postava nel gruppo Telegram privato.
Qualche giorno dopo, l’entusiasmo lo spinse oltre.
Aprì una nuova discussione: “Per Capodanno, la mia fantasia più sporca: trovarmi in un locale, appartarmi in un privé con cinque uomini diversi. Dai vent’anni ai settanta. Portarmi dietro il metro da sarta di mia mamma. Spogliarli uno a uno, farli indurire, misurarli tutti. Guardare le differenze, le vene, le cappelle. Farli venire mentre tengo il metro stretto alla base.
Qualcuno vuole aiutarmi a realizzarla?”
Il post esplose.
Il giorno dopo, visualizzazioni alle stelle. Richieste di amicizia a raffica.
Follower raddoppiati.
Nei commenti, signori più grandi scrivevano apertamente: “La mia casa è a disposizione, ragazzo. Porta il metro e tutto l’entusiasmo che vuoi.”
Giacomo lesse, si toccò di nuovo sotto la scrivania, immaginando già il nastro morbido che scorreva su cinque cazzi sconosciuti, le misure annotate mentalmente, i corpi che tremavano sotto le sue mani curiose.
Per la prima volta, il desiderio non era più solo un segreto sotto la doccia.
Stava diventando qualcosa di reale, tangibile, pronto a misurarsi con il mondo.
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