tradimenti
Giulia vuole essere troia
08.04.2026 |
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"Il corpo le pulsava ancora per ciò che Mario le aveva fatto poche ore prima: il culo ancora leggermente dilatato, la figa bagnata al solo ricordo, il sapore forte dello sperma che le era rimasto..."
Opera di fantasia Giulia aveva trent’anni, un corpo elegante e curato, un lavoro da avvocato di successo e un matrimonio che dall’esterno sembrava perfetto. Eppure, ogni sera, quando si sdraiava accanto al marito, sentiva un vuoto profondo e rabbioso tra le gambe.Suo marito la toccava con precisione chirurgica: baci leggeri, carezze educate, penetrazioni brevi e silenziose. Non un grugnito, non uno schiaffo, non una parolaccia. Solo educazione. Dopo l’ennesima scopata tiepida, Giulia si era alzata dal letto, si era guardata allo specchio e aveva sussurrato a se stessa:«Sono stufa di essere una signora. Voglio essere una troia.»
Da settimane fantasticava su Mario, il meccanico dell’officina dove portava la macchina. Quell’uomo rude, sporco di grasso, con le mani grandi e lo sguardo da animale. Lo immaginava mentre la prendeva sul cofano di un’auto, la chiamava puttana, la riempiva di cazzo e di sborra.Sapeva che nell’officina, appesa alla parete di lamiera vicino agli attrezzi, c’era una grande bacheca con un calendario di donne nude: modelle in pose volgari, tette al vento, culi per aria, sorrisi da troie. Ogni volta che andava lì, Giulia si soffermava un secondo di troppo su quelle foto. Si chiedeva come sarebbe stato finire anche lei su quella parete, sporca di olio e di sperma, con la scritta “Troia dell’officina” sotto.Quella sera aveva preso la decisione.
Si era vestita elegante ma provocante, aveva guidato fino all’officina e aveva spento il motore con il cuore che le martellava nel petto.
Era pronta a diventare ciò che desiderava davvero.
Erano le sette e mezza di sera quando Giulia parcheggiò la sua Audi A3 davanti all’officina di Mario. Il cartello “Chiuso” era appeso storto, ma la luce al neon fluorescente filtrava ancora dalla saracinesca semiabbassata.Mario era sotto una vecchia Golf, sdraiato sul carrellino. Quando sentì i tacchi si spinse fuori. Quarant’anni, spalle larghe, mani grandi e nere di grasso, maglietta aderente macchiata e jeans bassi sui fianchi. La guardò con quel sorriso da predatore.«Avvocato… che ci fai qui a quest’ora? La macchina ha problemi o sei tu che hai bisogno di essere messa a posto?»Giulia non girò intorno. Lo fissò dritto negli occhi.«Voglio che mi scopi. Qui. Adesso. Forte.»Mario si pulì lentamente le mani su uno straccio lurido, squadrandola da capo a piedi.«Cazzo, vai dritta al punto. Lo sai che non sono come il tuo maritino con la cravatta, vero?
Io non faccio l’amore. Io sfondo.»
«Perfetto,» rispose lei, la voce già roca di desiderio. «Perché sono stufa di essere trattata come una signora. Voglio sentirmi una troia.»
Lui buttò lo straccio e si avvicinò. L’odore di olio motore, sudore maschile e metallo le fece bagnare subito le mutandine.«In ginocchio allora. Fammi vedere quanto sei brava con quella bocca da avvocato.»Giulia si abbassò sul pavimento sporco. Mario si aprì i jeans e tirò fuori il cazzo già mezzo duro: grosso, venoso, con la cappella larga e un odore forte, muschiato. Lei lo prese in mano, sentendo il peso e il calore.«Cazzo… è bello grosso,» mormorò Giulia, guardandolo dal basso.«Leccalo prima. Tutto. Dalla base fino alla punta.»Lei obbedì. Passò la lingua piatta lungo tutta la lunghezza, assaporando il sapore salato della pelle e il leggero retrogusto di sudore. Arrivata alla cappella la circondò con le labbra, succhiando piano, facendo girare la lingua intorno al bordo sensibile. Poi lo ingoiò più a fondo, succhiando con forza, mentre con una mano gli massaggiava le palle.Mario grugnì e le mise una mano tra i capelli.«Brava… più profondo. Voglio sentirti soffocare un po’.»Giulia spinse giù fino a quando la cappella le toccò la gola. Le vennero le lacrime agli occhi, la saliva colava copiosa dalle labbra. Succhiava con avidità, alternando movimenti veloci e lenti, leccando la vena gonfia sotto.«Ora le palle,» ordinò lui. «Leccamele per bene.»Giulia tirò fuori il cazzo e abbassò la testa. Prese le palle pesanti in bocca, una alla volta, succhiandole e leccandole, mentre con la mano gli segava il cazzo. L’odore virile di Mario le riempiva le narici.Mario respirava pesante.«Basta. Alzati.»La spinse contro il cofano tiepido di una BMW, le alzò la gonna fino alla vita, le abbassò le mutandine e le diede uno schiaffo forte sul culo.«Apri le gambe.»Giulia si mise a pecorina sul cofano. Mario si sputò sul palmo, si strofinò il cazzo e lo appoggiò tra le labbra bagnate.«Dimmi che lo vuoi.»«Scopami. Fottimi come una puttana.»Mario spinse con un colpo solo, affondando fino in fondo. Giulia urlò di piacere.«Cazzo… sei fradicia… ma stretta,» grugnì lui cominciando a sbatterla con forza. I colpi erano secchi, violenti, ritmati.Mentre la fotteva a pecorina, Mario le passò un dito tra le natiche, lo fece girare intorno all’ano stretto e lo spinse dentro fino alla prima falange.«Ahh!» esclamò Giulia.«Porca puttana… hai il culo vergine stretto stretto,» disse lui con voce roca, continuando a spingere il cazzo nella fica mentre muoveva il dito. «Senti come stringe? Domani torni qui alle otto in punto. Ti preparo per bene e poi ti apro questo bel culetto. Ti va di farti sfondare il culo da me?»«Sì… oddio sì…» ansimò lei. «Voglio che mi scopi nel culo… voglio sentirti tutto dentro…»Mario accelerò, scopandola più forte, il dito che entrava e usciva dall’ano.«Brava troia… domani ti metto sul ponte alzato, ti lubrifico per bene e ti faccio urlare mentre ti riempio il culo di cazzo e di sborra.»Giulia venne violentemente, urlando, la fica che pulsava intorno al suo cazzo e l’ano che si contraeva sul dito.Mario uscì di colpo, la fece girare e la spinse in ginocchio.«Apri la bocca. Voglio sborrarti in faccia.»Giulia aprì le labbra, lingua fuori. Mario si masturbò furiosamente e venne con un ringhio. Schizzi densi e caldi le colpirono il viso: guance, naso, labbra, fronte. Lo sperma le colava lungo il mento.«Leccalo tutto,» ordinò lui.
Giulia raccolse con le dita e ingoiò, guardando Mario negli occhi.«Domani alle otto,» disse semplicemente. «Voglio quel culo. Le mutandine le tengo per ricordo, domani vieni senza.»Giulia si rialzò, le gambe molli, il viso lucido di sborra. Si infilò solo la giacca sul corpo nudo e uscì dall’officina con i tacchi che ticchettavano sul cemento.
Quando arrivò a casa, l’appartamento era silenzioso. Giulia andò direttamente in bagno, aprì l’acqua calda della doccia e si lavò con cura. Lasciò che l’acqua portasse via gran parte dello sperma secco dal viso e dal collo, ma non tutto. Voleva conservare ancora un po’ di quell’odore virile sulla pelle.Si asciugò lentamente, si mise solo una camicia da notte leggera e tornò in camera da letto.Suo marito si era appena svegliato. Si girò verso di lei con gli occhi assonnati.«Sei tornata tardi… tutto bene?» mormorò con voce impastata.Giulia sorrise e scivolò sotto le lenzuola. Si avvicinò a lui come una gattina, premendo il corpo caldo contro il suo. Gli accarezzò il petto, gli baciò il collo, fece scivolare una mano verso il basso, sfiorandogli l’inguine con dita leggere e provocanti.«Mi sei mancato…» sussurrò con voce morbida e sensuale. «Hai voglia di giocare un po’?»Il marito sospirò, le diede un bacio distratto sulla fronte e si girò dall’altra parte.«Amore, sono distrutto… domani ho una riunione presto. Dormiamo, dai.»Giulia rimase immobile per qualche secondo, la mano ancora sospesa nell’aria. La delusione le strinse lo stomaco come una morsa. Quel rifiuto educato, quel “non ora” gentile… era esattamente ciò da cui voleva scappare.Si girò sulla schiena, fissando il soffitto buio. Il corpo le pulsava ancora per ciò che Mario le aveva fatto poche ore prima: il culo ancora leggermente dilatato, la figa bagnata al solo ricordo, il sapore forte dello sperma che le era rimasto in bocca nonostante la doccia.Un sorriso lento e determinato le apparve sulle labbra.«Va bene,» pensò. «Se tu non mi vuoi… domani mi farò scopare il culo da Mario. Forte. Sporco. Fino a urlare.»Chiuse gli occhi, già immaginando il ponte sollevatore, le mani callose di Mario sui suoi fianchi e il suo cazzo grosso che le apriva il culo senza pietà.Domani sarebbe tornata all’officina.
E stavolta non avrebbe avuto nessuna fretta di tornare a casa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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