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Alice capitolo 2


di bullmarchigiano
13.04.2026    |    716    |    0 9.3
"Quando ha tirato fuori, un filo spesso di sborra e saliva mi collegava le labbra al suo cazzo..."
Questo racconto è il seguito di " La principessa e gli elefanti "

Umiliata dall' amico nerd di mio fratello

Mi chiamo Alice, ho 22 anni, e fino a pochi mesi fa ero convinta che il mondo mi appartenesse.
Sono sempre stata la ragazza più bella del paese: capelli biondi lunghi e setosi color miele che arrivano a metà schiena, occhi azzurri grandi e innocenti da bambola, labbra carnose naturalmente gonfie, viso da angelo con zigomi alti e pelle perfetta. Il corpo è sempre stato la mia arma e la mia rovina: alta 1,72, vita stretta, tette grosse e sode (una quarta naturale che sta su da sola), culo alto, rotondo e sodo, gambe lunghe e toniche. Passavo quasi tutti i giorni in palestra – squat pesanti, hip thrust, allenamenti glutei – sognando il giorno in cui quel corpo mi avrebbe portato sulla copertina di una rivista. A 19 anni ho vinto Miss Paese tra gli applausi di tutti. A 21 sono arrivata seconda a Miss Provincia. Quel giorno è stato il più brutto della mia vita. Ero sul palco con il vestito da sera che mi fasciava il corpo come una seconda pelle, sicura di vincere. Quando hanno annunciato il nome dell’altra ragazza – una mora magra con le tette rifatte – mi sono sentita morire. Sono scesa dal palco con le lacrime che mi rovinavano il trucco, mentre mia madre mi abbracciava e mio fratello Luca mi diceva «La prossima volta è la tua». Dentro di me però sapevo che qualcosa si era rotto. Marco Rossi mi aveva abbordato proprio quella sera, nel parcheggio. «Tu hai qualcosa di speciale, Alice. Non sei fatta per questo paesello di merda. A Milano ti lancio io. Fidati di me». Io, disperata e piena di rabbia, gli ho creduto. Ho mollato il lavoro al bar, ho litigato con mio padre, ho fatto le valigie e sono partita con due borsoni e un sogno stupido: diventare modella, famosa, invidiata. Volevo dimostrare a tutti – soprattutto a quella giuria che mi aveva umiliata – che ero destinata a qualcosa di più grande.Invece sono finita in quello studio a Lambrate, usata come una puttana da sei uomini. Mi hanno scopata, inculata, pisciata addosso e ricoperta di sborra mentre venivo mio malgrado come una troia in calore. Ho perso tutto in un pomeriggio: la dignità, il fidanzato, e quel poco di rispetto che ancora avevo per me stessa.
Ora sono tornata al paese con la coda tra le gambe, senza un soldo e con il terrore che qualcuno scopra la verità. Servo ai tavoli del Bar Centrale con il mio corpo da palestra stretto nei jeans e nella maglietta attillata, sorrido forzatamente ai clienti, ma dentro mi sento morta. La “quasi Miss” che tutti guardavano con invidia è diventata una cameriera fallita, una bella figa stupida che ha buttato via la sua vita per un sogno da oca bionda. Ogni notte piango in silenzio pensando a quanto sono stata ingenua, a quanto sono stata vanitosa, a quanto sono stata stupida.

Quel pomeriggio Simone è entrato nel bar. Occhialini spessi, felpa larga, un po’ di pancia, il classico nerd che tutti prendono in giro da anni. Si è seduto al bancone e ha ordinato un caffè.Quando gliel’ho portato, lui ha sorriso timido e mi ha detto a bassa voce:
«Alice… ti vedo un po’ giù ultimamente. Che ne dici se una di queste sere usciamo? Solo io e te, magari andiamo a mangiare una pizza fuori paese. Ti farebbe bene parlare con qualcuno.»L’ho guardato dall’alto in basso e, per l’ultima volta, ho lasciato uscire tutta la mia arroganza da bella figa stupida e vanitosa.Ho riso piano, ma abbastanza forte perché il tavolo vicino sentisse chiaramente.
«Simone, ma stai scherzando? Davvero pensi che io possa uscire con te?
Ho rifiutato proprio stamattina il figlio del proprietario della concessionaria, quello con la BMW nuova, la casa al mare e i soldi in banca. Mi ha invitato a cena in quel ristorante caro e gli ho detto di no perché non è alla mia altezza. E tu? Tu vorresti portarmi fuori?
Ma guardati: felpa sformata di cinque anni fa, occhiali da secchione, quella pancetta che si vede anche sotto la felpa, e quel modo di camminare da sfigato che fa ridere tutto il paese.
Io sono quella che è arrivata seconda a Miss Provincia, quella con il fisico da palestra che tutti gli uomini si girano a guardare. Ho le tette grosse e sode che stanno su da sole, un culo alto e rotondo che sembra scolpito, gambe lunghe e toniche, capelli biondi perfetti. Sono una figa da copertina, Simone. Una che potrebbe avere chiunque.
E tu pensi che io possa abbassarmi a uscire con uno come te? Uno che passa le serate davanti al computer a giocare ai videogiochi, uno che probabilmente non ha mai toccato una ragazza in vita sua, uno che puzza ancora di verginità e di deodorante da supermercato?
Ma per favore… vai a farti una sega pensando a me come hai sempre fatto da anni, continua a sbavarmi dietro in silenzio, ma non azzardarti mai più a chiedermi di uscire. Non sei nemmeno degno di guardarmi le tette, figurati di sederti a tavola con me. Sei solo uno sfigato patetico, Simone. E io sono troppo per te. Troppo per tutti qui in paese.»Ho finito la frase con un sorriso sprezzante, girandomi per servire un altro tavolo, convinta di averlo distrutto come sempre.

Simone è rimasto in silenzio per qualche secondo, il viso impassibile. Poi ha tirato fuori lentamente il telefono, ha aperto la galleria e me l’ha messo davanti agli occhi senza dire una parola.Era la foto. Io in ginocchio, faccia completamente ricoperta di sborra bianca densa e viscida, occhi semichiusi e arrossati, bocca aperta con la lingua fuori, capelli biondi impiastricciati. Le tre enormi proboscidi nere dei tre idraulici mezze dure intorno alla mia faccia distrutta. La catenina al collo ancora visibile. Sotto, la didascalia: “La principessa e gli elefanti.”

Questa sei tu, vero?» ha detto con voce bassa ma gelida, quasi un sussurro che solo io potevo sentire. «E non è solo la foto. Ho tutto il video integrale. Ti vedo mentre vieni come una fontana con due cazzi negri nel culo e nella figa, mentre il terzo ti sfonda la gola. Si sente chiaramente che sei tu che urli “vi prego… basta… sto venendo…” come la troia più stupida del mondo.»Sono impallidita di colpo. Le gambe mi sono diventate di gelatina. Ho guardato velocemente intorno: due clienti al tavolo accanto, la collega alla cassa. Nessuno aveva sentito, ma il cuore mi batteva così forte che temevo si sentisse.Simone ha continuato, stavolta con un tono cattivo, tagliente e pieno di soddisfazione repressa da anni:
«Adesso ascoltami bene, principessa del cazzo. Hai passato anni a umiliarmi, a ridere di me, a dirmi che non ero alla tua altezza. E oggi hai appena fatto l’errore più grande della tua vita da stupida bionda ambiziosa.
Hai due possibilità, troia vanitosa. O continui a fare la regina che rifiuta tutti perché “nessuno è alla tua altezza”, e domani mattina mando questo video a tuo fratello Luca, a tua madre, a tutti i gruppi del paese e anche su Facebook. Così vedranno tutti che fine ha fatto la bella Alice, la quasi Miss che si è fatta sfondata come una puttana da tre negri.
Oppure chiudi quella bocca da succhiacazzi, finisci il turno senza fiatare, e vieni a casa mia stasera alle nove in punto.

E quando arrivi, ti spogli nuda senza dire una parola e mi fai tutto quello che voglio, come la troia che sei diventata.»Mi tremava la voce. «Simone… ti prego… non puoi farmi questo…»Lui si è alzato, ha lasciato cinque euro sul bancone e ha sussurrato prima di uscire, guardandomi dritto negli occhi con un sorriso freddo:
«Nove in punto, Alice. Se ritardi anche solo di cinque minuti, tuo fratello Luca riceve il primo frame con la tua bella faccia da modella piena di sborra nera e la didascalia “La principessa e gli elefanti”.
Ah, e un’ultima cosa… stavolta non potrai dire di no, principessa.
Finalmente hai capito chi comanda.»È uscito dal bar lasciandomi lì, con il vassoio in mano, le guance in fiamme, il terrore che mi stringeva lo stomaco e la sensazione schiacciante di essere appena stata umiliata nel modo più profondo possibile.

Il resto del turno è stato un incubo. Le mani mi tremavano mentre servivo i tavoli, il sorriso finto mi si spezzava sulla faccia. Alle otto e mezza ho finito, mi sono cambiata nel retro con le gambe molli e sono uscita senza salutare nessuno.Alle nove meno cinque ero davanti al portone di Simone. Il cuore mi batteva così forte che mi faceva male il petto. Ho suonato il campanello con il dito che tremava.Lui ha aperto quasi subito. Non c’era più traccia del ragazzo timido: il suo sguardo era freddo, soddisfatto, crudele.«Entra.»Sono entrata nel suo appartamento piccolo e disordinato, pieno di monitor accesi e lattine di energy drink. Simone ha chiuso la porta a chiave dietro di me.«Spogliati.»Ho esitato un secondo. Lui ha alzato un sopracciglio.«Hai già dimenticato le regole, principessa? O vuoi che mandi subito il video a Luca?»Le mani mi tremavano mentre mi toglievo la maglietta. Le tette sono uscite fuori, pesanti e sode. Poi ho slacciato i jeans, li ho abbassati insieme alle mutandine, restando completamente nuda davanti a lui.Simone mi ha squadrato lentamente.
«Cazzo… guardati. Tette da pornostar, culo da troia… e sei finita nuda nel salotto di uno sfigato come me.»Si è avvicinato, mi ha preso il mento con due dita e mi ha ordinato:«Inginocchiati.»Mi sono messa in ginocchio. Simone si è tirato fuori il cazzo già duro. Ho iniziato a leccargli la cappella con la lingua piatta, girando intorno con movimenti circolari bagnati. Poi ho aperto le labbra e l’ho preso in bocca, succhiando dolcemente mentre la lingua lavorava sotto. Ho rilassato la gola e l’ho ingoiato fino in fondo, contraendo i muscoli per massaggiarlo. Ho iniziato a muovere la testa avanti e indietro con ritmo costante e profondo, succhiando forte, le guance incavate, la lingua che danzava sotto il suo cazzo. La saliva colava copiosa sul mento e sulle tette.Ogni tanto tiravo fuori il cazzo per leccargli le palle, prendendole in bocca una alla volta, prima di risalire e ingoiarlo di nuovo tutto intero. Facevo rumori osceni, bagnati, volgari: glug-glug-glug mentre la gola veniva scopata.Simone respirava sempre più affannosamente.«Porca puttana… sei troppo brava… dove cazzo hai imparato a succhiare così?»Ho accelerato, usando anche la mano alla base, masturbandolo mentre la bocca si occupava della cappella, poi di nuovo tutto dentro fino a soffocarmi. Simone ha iniziato a tremare.«Alice… cazzo… non resisto…»Ha spinto la mia testa contro di sé con entrambe le mani e ha sborrato con un grugnito animale. La prima scarica è stata potente, calda e densa, colpita direttamente in gola. Ho ingoiato per riflesso, ma lui ha continuato a venire: schizzo dopo schizzo, abbondante, cremoso. La bocca mi si è riempita completamente. Un po’ di sborra mi è colata dagli angoli delle labbra. Lui ha tenuto il cazzo premuto fino in fondo finché non ha finito di svuotarsi.Quando ha tirato fuori, un filo spesso di sborra e saliva mi collegava le labbra al suo cazzo. Ho tossito leggermente, con la bocca ancora piena.Simone ha preso il telefono, ha acceso la fotocamera frontale e me l’ha puntata in faccia.«Sorridi in camera, troia.»

Ho alzato lo sguardo, labbra gonfie e lucide di sperma, mascara leggermente colato. Ho fatto un sorriso debole e umiliato.«Di’ la frase.»Ho deglutito quello che mi era rimasto in bocca e ho detto con voce bassa e rotta:«Sono Alice… sempre più ingorda…»Simone ha riso soddisfatto e ha fermato la registrazione.«Brava puttana. Adesso alzati.»Mi sono rimessa in piedi, nuda, con lo sperma che mi colava ancora un po’ dal mento sul petto.«Vai in cucina e cucinami qualcosa. Nuda. Voglio vederti muovere quel culo da palestra mentre mi prepari la cena. E non coprirti. Se provi a pulirti la faccia o a mettere qualcosa addosso, mando il video a Luca.»Sono andata in cucina, sentendomi ridicola e profondamente umiliata. I miei seni pesanti ondeggiavano a ogni movimento, il culo nudo era perfettamente visibile mentre mi chinavo. Simone si era seduto sul divano e mi guardava, filmando ogni tanto brevi clip con il telefono.Mentre preparavo due panini, sentivo il suo sguardo bruciarmi sulla pelle.«Muovi di più quel culo, principessa. Fammi vedere come ancheggi quando cucini per il tuo padrone.»Quando ho finito, ho portato il piatto al divano. Simone ha preso uno dei panini e ha dato un morso, continuando a fissarmi.«Brava. Adesso mettiti in ginocchio tra le mie gambe mentre mangio. E tieni la bocca aperta.»Mi sono inginocchiata di nuovo tra le sue cosce, nuda, con la bocca aperta.

Simone ha mangiato lentamente, ogni tanto mi infilava due dita in bocca per farmele succhiare.Quando ha finito ha posato il piatto e mi ha guardato con un sorriso cattivo.«Ora la parte divertente comincia davvero.»Mi fece piegare sul divano a pecora. Prese dal cassetto della cucina un mattarello di legno liscio e spesso e lo premette contro la mia figa già umida.«Guarda come sei bagnata… la figa della bella Alice si bagna per uno come me.»Spinse lentamente. Il mattarello era freddo, rigido, impersonale. Sentii le labbra aprirsi intorno al legno spesso mentre entrava centimetro dopo centimetro. Era largo, mi dilatava in modo brutale. Ogni movimento avanti e indietro creava una pressione fortissima sulle pareti interne, sfregando contro il punto più sensibile. Il freddo del legno contrastava con il calore della mia figa, creando una sensazione strana e umiliante. Non volevo, ma il mio corpo reagiva: il piacere saliva contro la mia volontà, mescolato a un senso di violazione profonda.Simone muoveva il mattarello con ritmo crescente, scopandomi come se fossi un oggetto.«Senti come si allarga la tua figa da principessa? Questa figa che hai sempre tenuto chiusa per i ragazzi “alla tua altezza” ora prende un mattarello da cucina. Patetica.»Il piacere diventava sempre più intenso. Iniziai a tremare, le gambe che cedevano.«Oddio… no… sto venendo…»

Venni con un gemito strozzato, contraendomi violentemente intorno al legno freddo. Simone rise.«Vieni con un mattarello nella figa? Sei proprio una troia senza speranza.»Tolse il mattarello di colpo e mi penetrò nella figa con il suo cazzo, martellandomi per qualche minuto. Poi uscì e puntò la cappella contro il mio buco del culo.Spinse senza pietà.«Aaaah! Fa male!» urlai mentre mi apriva l’ano.«Zitta e spingi indietro quel culo» ringhiò lui affondando più a fondo. «Voglio vedere come il tuo bel buchetto da principessa si apre per lo sfigato che hai sempre preso per il culo.
Ogni volta che cammini domani ti ricorderai che il cazzo di Simone è stato più in fondo di quanto sia mai stato quello del tuo ex.»Mi teneva le natiche aperte con le mani, obbligandomi a restare esposta mentre mi inculava con colpi lunghi e brutali.«Guarda come si allarga… bello rosso e gonfio. Tra poco non riuscirai più a chiuderlo bene.
Di’ la verità, Alice: ti vergogni di stare venendo con un cazzo nel culo dallo sfigato di tuo fratello?» Singhiozzai mentre il dolore si mescolava a un piacere sporco e profondo. «…sì… mi vergogno…» «Più forte!» «Mi vergogno di venire con un cazzo nel culo!» urlai tra i gemiti.
Simone accelerò, schiaffeggiandomi le natiche. «Questa figa e questo culo che hai allenato per anni in palestra… ora servono solo per farmi venire. La bella Alice che si contorce come una puttana da quattro soldi mentre viene inculata. Patetica.»Quando non resistette più, tirò fuori il cazzo, mi fece girare e mi sborrò violentemente in faccia. Schizzi densi e caldi mi colpirono guance, naso, labbra, occhi e capelli. Ne venne tantissima, mi ricoprì completamente.Prese il telefono e scattò la foto.Io, in ginocchio, viso distrutto di sborra fresca, lingua fuori. «Di’ la frase.» Con voce rotta mormorai: «Sono Alice… sempre più ingorda…»Simone annuì soddisfatto, poi si sedette sul divano e mi fece cenno.«Vieni qui. Siediti vicino a me.» Mi sedetti accanto a lui, nuda, con il viso e il petto ancora sporchi della sua sborra. Lui mi passò un braccio intorno alle spalle come se fossi la sua ragazza, mentre con l’altra mano mi accarezzava una tetta.
«Brava puttana. Questa è solo l’inizio.»

Diverse ore dopo, verso le tre di notte, tornavo a casa camminando nel buio del paese.Avevo la bocca dolorante e gonfia per il pompino violento, la figa irritata e ancora pulsante per il mattarello e per essere stata scopata, il culo che bruciava e si contraeva a ogni passo. Sentivo la sborra densa di Simone colarmi lentamente da entrambi i buchi, bagnandomi le mutandine. Il viso era ancora appiccicoso, anche se mi ero pulita alla meglio.Mi sentivo completamente distrutta. Ogni goccia di sborra che mi colava dentro mi ricordava quanto fossi caduta in basso. Ricordavo le parole di Simone mentre mi inculava: «Ogni volta che cammini domani ti ricorderai che il cazzo di Simone è stato più in fondo di quanto sia mai stato quello del tuo ex.» Ricordavo il mattarello freddo e rigido che mi dilatava la figa, il modo in cui il mio corpo aveva tradito la mia volontà venendo intorno a quell’oggetto da cucina. Ricordavo di aver urlato «Mi vergogno di venire con un cazzo nel culo!» mentre lui rideva.Non ero più una persona. Ero solo un corpo, una bambola senza testa, un oggetto caldo e disponibile che Simone poteva usare, riempire e umiliare quando voleva. La bella ragazza ambiziosa che sognava di diventare modella era morta. Al suo posto c’era solo una troia stupida, bella fuori e vuota dentro.Arrivai davanti a casa sperando con tutto il cuore di non incontrare nessuno, soprattutto mio fratello Luca. Entrai in silenzio, mi chiusi in camera e mi buttai sul letto ancora sporca.Non mi lavai. Rimasi lì, rannicchiata sotto le coperte, con tutti i buchi pieni della sborra di Simone e il morale completamente a terra.Ero solo una bambola senza testa.

E anche troia.











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