Lui & Lei
Miami sex cap.3
Matertattoo
18.06.2026 |
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"Mi alzai, la spinsi contro la ringhiera di legno della veranda e la baciai con una foga pazzesca..."
Mi svegliai prima di Camila, che era rimasta a dormire lì con me nella suite. Rimasi un attimo a guardarla: splendida, i tratti tipicamente venezuelani, i capelli mori sparsi sul cuscino. Aveva quel fascino latino che a Miami ti gira la testa.Invece di pensare ad andare a vedere gli appartamenti che mi venivano proposti, la mia testa era già altrove. Dovevo progettare la giornata a modo mio. Mi misi subito a smanettare su internet alla ricerca di un servizio di car rental di livello, perché avevo in mente un'idea precisa: ci serviva una splendida cabriolet d’epoca anni '60. Dopo pochi minuti di ricerca la trovai, il modello perfetto: una Plymouth Barracuda del 1965. Rossa come si deve, fiammante, con gli interni in pelle bianca e la capote rigorosamente abbassata. Un vero mostro americano. Il prezzo? Sticazzi, inserii i dati e misi tutto sul conto della società. Tanto, per i budget che gestivamo, erano spiccioli.
Appena Camila si svegliò, feci portare in camera una splendida colazione direttamente con il servizio dell'hotel. Mentre iniziava a mangiare, lei afferrò il suo smartphone. Sapeva che oggi i piani erano diversi e non aveva nessuna intenzione di andare a lavorare; la prospettiva di mollar tutto per una giornata di mare e di sesso con me era decisamente troppo forte.
Cercò di darsi un tono professionale, ma nei suoi occhi mori c'era già una scintilla di malizia. Digitò il numero del suo ufficio e, appena risposero, cambiò completamente voce, improvvisando una parte da Oscar.
"Pronto? Sì, ciao... Senti, oggi purtroppo non riesco assolutamente a venire in ufficio. Mi è presa una fitta assurda allo stomaco, credo sia un'intossicazione alimentare. Sto malissimo, resto a letto... Sì, ci aggiorniamo domani, scusami."
Buttò giù la chiamata e scoppiò a ridere, lanciando il telefono sul letto. La finta malata era svanita in un secondo, sostituita da una voglia matta di iniziare la giornata.
"Risolto," disse guardandomi con un sorriso provocante. "Adesso sono tutta tua."
"Perfetto. Allora muoviamoci," le risposi. "Passiamo da casa tua, è assolutamente necessario che tu prenda il cambio e tutto l'occorrente per una giornata di mare. Prima però andiamo a ritirare la macchina."
Lasciammo la suite e salimmo sul taxi. Quando il tassista ci lasciò davanti al garage del noleggio, la vidi subito. Spiccava in mezzo a tutte le altre.
Era un capolavoro di design americano. La carrozzeria brillava sotto il sole di Miami di un rosso fuoco, profondo e aggressivo, che contrastava da dio con la capote abbassata. Le linee erano slanciate, con quella griglia anteriore cattiva e i fari tondi che aggredivano la strada. Ma il vero spettacolo erano gli interni: una distesa di pelle bianca immacolata, perfetta, con il volante a tre razze in legno e metallo e la leva del cambio cromata che spuntava dal tunnel centrale. Era massiccia, rumorosa, fottutamente americana.
Camila rimase a bocca aperta. "Tu sei completamente pazzo," disse, ma sul viso le era spuntato un sorriso enorme.
"Paga la società, te l'ho detto. Sali."
Passammo da casa sua a South Beach. Camilla corse su e tornò giù dopo dieci minuti scarsi: aveva buttato dentro una borsa un bikini nero minimale, teli da mare, occhiali da sole e un vestito leggerissimo da infilare sopra. Era già pronta.
Girai la chiave nel cruscotto e il motore V8 della Barracuda si svegliò con un ruggito rauco, profondo. Ingranai la marcia e ci buttammo nel traffico, puntando decisi verso sud. Avevo deciso di prendere quella strada pazzesca che taglia l'oceano: la Overseas Highway. Una striscia di asfalto stupenda che attraversa tutte le Keys, saltando da un'isola all'altra grazie a una serie infinita di ponti sospesi nel nulla, dritti fino a Key West.
Il vento tiepido ci schiaffeggiava la faccia, la radio passava musica ad alto volume e la Barracuda rossa filava che era un piacere. Camilla si era già legata i capelli mori per il vento e teneva le gambe nude poggiate sul cruscotto di pelle bianca. La guardai di sfuggita mentre guidavo: sapevamo entrambi benissimo che non sarebbe stata una giornata fatta solo di mare, ma di tanto, tantissimo sesso.
Mentre la macchina divorava i primi chilometri dopo Key Largo, la tensione era diventata letteralmente insostenibile. Le gambe nude di Camilla a pochi centimetri dalla mia mano sul cambio erano un mix micidiale. Non ce la facevo più, e guardandola negli occhi capii che anche lei era al limite.
"Fanculo la strada dritta," dissi, scalando la marcia con decisione. "Dobbiamo fermarci. Adesso."
Camilla mi guardò con un luccichio selvaggio negli occhi mori. "Pensavo non me lo chiedessi più..."
Girai bruscamente il volante a destra, imboccando una deviazione sterrata verso una delle prime isolette minori, un piccolo lembo di terra coperto di mangrovie e palme, lontano dalla carreggiata. La Barracuda sollevò una nuvola di polvere prima di fermarsi all'ombra, completamente nascosta agli occhi di chiunque.
Non facemmo nemmeno in tempo a spegnere il motore che eravamo già l'uno sopra l'altra.
Camilla si mise a cavalcioni sopra di me, direttamente sui sedili in pelle bianca della cabriolet. Il contrasto tra la sua pelle ambrata, venezuelana, e il bianco immacolato del sedile era una visione pazzesca. Le strappai di dosso il vestitino leggero. Sotto non aveva nient'altro: niente reggiseno, solo lo slip del bikini nero che andò via in un secondo.
La baciai con rabbia, con tutta la voglia che avevo accumulato dalla mattina. Lei mi graffiava la schiena, gemendo forte nell'aria calda e salmastra. La presi lì, sul sedile della Barracuda rossa, sotto il sole tropicale filtrato dalle palme, in un amplesso selvaggio, rapido e fottutamente intenso. Venimmo quasi insieme, sudati, distrutti e completamente appagati, mentre l'odore del sesso si mescolava a quello della pelle dell'auto e del mare.
Dopo quel round selvaggio, ci buttammo in acqua così com'eravamo per un bagnetto ristoratore. L'oceano era caldo e trasparente, perfetto per toglierci di dosso il sudore. Restammo a mollo a goderci la pace, con Camilla che rideva e mi schizzava.
Usciti dall'acqua, aprimmo il frigo portatile che Camilla aveva recuperato da casa sua. Stappai due birre ghiacciate con l'accendino e ci godemmo quei sorsi freddi che sembravano scendere direttamente in paradiso.
"Ok, adesso sì che sono rigenerata," disse lei, infilandosi gli occhiali da sole scuri e quel bikini nero minimale che risaltavano da dio sulla sua pelle. "Dove mi porti adesso?"
"Direzione Key West," risposi, riaccendendo il V8. "Ma ci godiamo il viaggio."
Ci rimettemmo sulla Overseas Highway. La tappa successiva fu a Islamorada. Ci fermammo in un baracchino di legno sulla spiaggia con la musica reggae in sottofondo; lì ci sparammo due cocktail tropicali carichi di rum, belli ghiacciati, e un piattino di pesce al volo. Camilla ballava a piedi nudi sulla sabbia mentre sorseggiava il suo drink, attirando gli sarguardi di tutti. Ma era mia.
Rimontati in macchina, continuammo a scendere verso sud, superando il famoso Seven Mile Bridge. Sette miglia di cemento dritte nel mezzo dell'oceano. Camilla tirò indietro il sedile e alzò il volume della radio a palla, cantando con il vento tra i capelli mori.
L'ultima sosta prima della meta finale la facemmo a Bahia Honda. Una spiaggia da cartolina, con palme selvagge che si allungavano sull'acqua. Ci infilammo in mezzo alle piante, ben imboscati, per un altro quarto d'ora di baci caldi, palpeggiamenti pesanti sotto il costume e promesse per la notte. Eravamo di nuovo bollenti.
Nel tardo pomeriggio, finalmente, arrivammo a Key West.
Trovammo esattamente quello che cercavamo: un motel particolare in stile coloniale, tutto in legno bianco, nascosto tra palme e ibiscus, proprio a due passi dall'acqua. Ci diedero una suite pazzesca, vista mare, con una veranda enorme in legno grezzo che affacciava direttamente sul Golfo del Messico.
Ci facemmo una doccia veloce insieme per toglierci il sale, e poi ordinammo una cena di pesce tipico direttamente in camera per godercela in veranda, mentre il cielo si colorava di rosso e viola. Ci portarono un vassoio enorme di stone crab claws locali servite fredde, un pesce alla griglia profumato al lime e una bottiglia di vino bianco ghiacciato. Mangiammo con le mani, ridendo, stuzzicandoci e scambiandoci morsi e sorsi di vino direttamente dalle labbra. L'alcol e il profumo del mare stavano accendendo di nuovo quel fuoco.
Appena il cameriere portò via il vassoio, la notte tropicale era ormai scesa, calda e piena di stelle.
Camilla si alzò dalla sedia, lasciando scivolare a terra il vestitino leggero che si era rimessa dopo la doccia. Restò nuda sul legno scuro della veranda, illuminata solo dalla luna. La sua pelle venezuelana sembrava d'oro. Mi guardò con quel sorriso provocante e gli occhi mori carichi di sfida.
"Adesso basta parlare," sussurrò.
Mi alzai, la spinsi contro la ringhiera di legno della veranda e la baciai con una foga pazzesca. Le sue gambe mi avvolsero subito i fianchi. Fu un round di sesso selvaggio, animalesco, amplificato dall'aria aperta e dalla libertà di quel posto. I suoi gemiti si perdevano nel vento della notte di Key West mentre la prendevo da dietro, guardando l'oceano nero e sentendo le sue mani che stringevano forte il legno.
Venimmo insieme, bagnati di sudore, con il cuore a mille. La sollevai e la portai dentro, lasciandoci cadere sul letto gigante della stanza, esausti ma fottutamente felici. La Barracuda rossa era parcheggiata sotto la finestra, la società stava pagando tutto, e la notte era ancora lunghissima.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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