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La notte sospesa del Marchese 1/3


di MarquisDeLaPhoenix
09.04.2026    |    294    |    0 6.0
"» La dama riaprì gli occhi e, per la prima volta da quando era entrata, fu lei ad annullare la distanza rimasta..."
La notte era avanzata, e Venezia sembrava essersi raccolta in un respiro unico, trattenuto appena sopra la superficie dell’acqua. Nella stanza del Marchese, le candele si erano consumate quel tanto che bastava a rendere le fiamme più basse, più intime, come se anch’esse avessero capito che non era più tempo di ostentazione, ma di sussurri. Il canto lontano, che prima riempiva l’aria come un coro solenne, ora era solo un’eco dolce, un mormorio che accompagnava il battito dei loro polsi.
Lorenzo osservò la dama davanti a sé: i polsi avvolti dalla seta, lo sguardo che alternava timidezza e sfida, come se cercasse di misurare quanto lontano potesse spingersi in quel territorio nuovo. Si avvicinò di un passo, poi di un altro, accorciando la distanza senza fretta, lasciando che fosse il silenzio a parlare per entrambi. Le ombre li disegnavano sul muro come due figure che danzavano senza toccarsi davvero, un preludio perenne che sembrava non voler mai diventare compimento.
«Siete ancora libera di andarvene», disse il Marchese, con una calma che tradiva la disciplina più che l’indifferenza. «Ogni scelta resta vostra, fino all’ultimo respiro di questa notte.» La dama alzò lo sguardo, come se quelle parole l’avessero sfiorata più di qualsiasi contatto fisico, e lasciò che un sorriso appena accennato nascesse ai bordi delle labbra. «Se avessi voluto andarmene», rispose piano, «non avrei permesso a questa seta di restare dove l’avete posata.»
Il Marchese inspirò lentamente, quasi a trattenere nella memoria la forma di quella risposta. Con un gesto delicato, sfiorò il bordo del nastro, non per stringere, ma per ricordarle che ogni limite era ancora lì, visibile, negoziabile. «La vera arte», mormorò, «non è alimentare il desiderio a ogni costo, ma concedergli uno spazio preciso, un confine chiaro... e poi invitarlo a esplorarlo.»
La guidò verso il baldacchino, senza trascinarla, seguendo il ritmo dei suoi passi. Ogni movimento era lento, misurato, quasi coreografato, come se un regista invisibile avesse disposto scene e pause. La seta dell’abito sfiorava i tappeti persiani in un fruscio regolare, un contrappunto al crepitio sottile della cera che colava. Quando furono accanto al letto, Lorenzo non la spinse a sedersi: le offrì semplicemente la mano, come all’inizio di un valzer.
Lei la accettò, lasciandosi condurre sul bordo del materasso, le spalle illuminate da una sola candela che, posta dietro di lei, ne disegnava il profilo con una linea di luce. Il Marchese prese una delle coperte di seta e la posò sulle sue ginocchia, un gesto premuroso che somigliava più a una richiesta che a un atto di gentilezza. «Vi sentite osservata?», domandò, inclinando appena il capo. «Da voi? O da Venezia?»
La dama lasciò che lo sguardo scivolasse verso la finestra socchiusa. Fuori, i lampioni riflettevano sul Canal Grande come stelle cadute nell’acqua scura. «Da tutto», rispose. «Da questa città che vive di segreti, da queste mura che hanno ascoltato più promesse di quante ne possano contenere... e da voi, Marchese, che sembrate conoscere il peso di ogni silenzio.»
Lorenzo sorrise, sedendosi al suo fianco, ma mantenendo uno spazio tra loro, come un confine dopo il quale nulla sarebbe stato più solo teoria. «I segreti», disse, «sono come corde sottili: più si tirano, più rischiano di spezzarsi. Il nostro compito non è strapparle, ma accordarle.» Allungò la mano verso il comodino, dove una piccola pila di libri antichi aspettava ancora di essere sfogliata.
Ne prese uno, lo aprì a caso, e senza guardare le pagine iniziò a leggere a voce bassa, lasciando che le parole — mescolate alla sua stessa inventiva — si trasformassero in un racconto che sfumava tra finzione e confessione. Parlò di una donna che, in una notte simile a quella, aveva deciso di non nascondersi più dietro la propria reputazione ma di trattarla come una maschera da appendere all’ingresso, prima di entrare davvero in una stanza. Parlò di un uomo che non cercava la conquista, ma l’accordo; non il possesso, ma il patto.
Mentre raccontava, la sua voce si avvicinò impercettibilmente, non tanto al volto della dama, quanto al suo respiro. Ogni frase era un passo, ogni pausa un invito a colmare la distanza con un gesto, uno sguardo, una parola che potesse cambiare la direzione della storia. La dama chiuse gli occhi per un istante, ascoltando più il tono che il significato, come si ascolta un canto in una lingua straniera che, pur sconosciuta, riesce a raggiungere la pelle.
«Se la protagonista decidesse di restare», sussurrò lei, senza aprire gli occhi, «a cosa andrebbe incontro?» Il Marchese lasciò che il silenzio le cadesse addosso come un mantello leggero. «Andrebbe incontro a una notte in cui ogni gesto è scelto, non subito», rispose infine. «Dove nulla le viene tolto, ma molto le viene offerto.»
La dama riaprì gli occhi e, per la prima volta da quando era entrata, fu lei ad annullare la distanza rimasta. Si voltò verso di lui, avvicinandosi quel tanto che bastava perché la sua voce potesse farsi ancora più bassa. «Allora raccontatemi», mormorò, «non cosa desiderate voi... ma cosa ritenete che potrei desiderare io.»
Lorenzo trattenne per un istante il respiro, sorpreso da quella inversione di ruoli. Posò il libro, chiudendolo senza rumore, come se la loro storia non avesse più bisogno di appoggiarsi ad altre. «Potrei supporre», iniziò, «che desideriate essere vista senza essere giudicata. Che cerchiate un luogo in cui il vostro corpo non sia un enigma da risolvere, ma una presenza da ascoltare. Che vogliate esplorare, senza dovervi difendere.»
Le sue parole non descrivevano atti, ma possibilità: non passaggi obbligati, ma biforcazioni aperte. Ogni frase dava forma a un ambiente in cui la sensualità non era un traguardo, ma un linguaggio: carezze suggerite più che nominate, vicinanze rese tangibili da dettagli minimi — il calore della pelle a pochi centimetri, il rumore del respiro che cambia quando una mano si avvicina senza ancora toccare.
La dama lo ascoltò a lungo, lasciando che le immagini si disponessero dentro di lei come scene di un quadro ancora da dipingere. A un certo punto, inclinò appena il capo e, con una calma quasi sorprendente, disse: «Continuate a parlare. Se vorrò che le vostre parole si trasformino in gesto, ve lo farò capire io.»
Nella stanza, il tempo sembrò perdere consistenza. Il Marchese accettò quella regola non detta, e proseguì: la sua voce disegnava scenari intimi, ma mai dichiarati; avvicinamenti che restavano sul filo del sottinteso, descritti più come tensione che come azione. Parlò di mani che si cercano nel buio non per possedere, ma per orientarsi; di labbra che si fermano un respiro prima del contatto, per assaporare il momento in cui la scelta potrebbe ancora cambiare direzione.1-Il-Marchese-di-Venezia.
Fu così che la notte si distese, non in una sequenza di atti, ma in una trama di decisioni condivise. A ogni nuova immagine, la dama rispondeva con un gesto minimo — una spalla che si rilassa, un polso che si inclina verso di lui, un respiro che si fa più vicino — trasformando il racconto in un dialogo silenzioso. Nulla di ciò che accadde in quella stanza apparteneva a chi stava fuori dalle sue mura: Venezia poteva intuire, sospettare, mormorare, ma non sapere.
Quando le candele furono ormai ridotte a piccoli cerchi luminosi, pronti a spegnersi, il Marchese si rese conto che la vera intensità di quella notte non stava in ciò che avevano fatto, ma in ciò che avevano scelto consapevolmente di fare, insieme. La seta attorno ai polsi non era più un vincolo, ma un ricordo: il segno tangibile di una fiducia che si era concessa, provata, e forse avrebbe chiesto di essere rinnovata.
All’alba, quando il primo chiarore filtrò tra le imposte, Lorenzo rimase a osservare il volto della dama, rilassato in un’espressione che non aveva nulla di vinto o sconfitto. Era il volto di qualcuno che aveva esplorato un confine e aveva deciso di farlo proprio. Il Marchese si alzò in silenzio, aprì leggermente la finestra e lasciò entrare l’aria umida del Canal Grande, come se Venezia dovesse benedire, senza capire, ciò che era avvenuto.
«Ogni storia», pensò, guardando la luce crescere, «non finisce quando cala il sipario... ma quando chi vi ha preso parte decide che non ha più nulla da imparare da essa.» E quella notte, sospesa tra scelta e desiderio, non aveva ancora esaurito il proprio insegnamento.
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