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Prologo: Patto "corpo per protezione" (C&C1)


di Raphs_0406
17.03.2026    |    376    |    2 8.7
"Scuoto la testa, fisso il ragazzo di fronte a me con disperazione pura, ma lui sembra goderne ancora di più..."
~ Ciao raga, sono Raphs, questa è una storia erotica gay con una trama ben precisa, tantissime scene hot ma anche pizzichi di romanticismo... Come già si vede dal genere scelto è un dark con una dose di BDSM e anche scene non del tutto consensuali all'inizio, quindi se non vi piace skippate ~ tema carcerario

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Febbraio 2006, IPM (Firenze)

«Un altro giovanotto che si è rovinato!» ridacchia la guardia, sprezzante.

«Piano, per favore...» Supplico io, ma continuano a torcermi le braccia dietro la schiena con forza.

«Zitto e cammina, non c'è bisogno che ti metti a gemere» sogghigna l'altra guardia, e arrossisco furiosamente.

Sento ancora i pantaloni un po' bagnati per il cliente di prima, non mi hanno nemmeno dato il tempo di cambiarmi, e lo sanno.

«Dior Sauvage, eh?» Mi fa uno, con un sorrisetto mentre mi strattona le braccia.

Barcollo per il dolore. «È il mio distintivo...» Mi scappa, abbasso gli occhi, guance in fiamme.

«Cristo, per essere uno che si vende è messo bene con i soldi» ridacchia, si avvicina al collo per annusarmi.

«Non toccarmi...» mormoro con disperazione, sento le mani della guardia sotto i vestiti.

«Cosa, vuoi che ti paghi? Dobbiamo perquisirti, tranquillo»

Lo fisso terrorizzato, mi mordo le labbra. Non so come ribattere.

Quello ride, soddisfatto, mi spinge contro la parete di colpo.

Mi strappa l'aria e mi ritrovo a boccheggiare, senza riuscire a fare niente che a fissarlo.

Le sua mani mi scivola sul corpo, con calma, palpa, esplora.

«Non... Non è perquisizione, questo!» Sto per mettermi a piangere, cerco di divincolarmi. «Lasciami...»

Mi inchioda contro il muro, fa scorrere una mano sul manganello.

«Se non ti fossi venduto, non saresti qui» mi sibila.

È come ricevere un pugno in piena faccia: mi immobilizzo di colpo, la vergogna che mi brucia tutto.

Lui sogghigna, sa di aver preso giusto, mi prende la faccia con una mano, l'altra che scende quasi nei pantaloni.

Stringo i denti, cerco di non fargli vedere quanto sono terrorizzato.

«Hai proprio un bel faccino» commenta lui, sfiorandomi il viso. «Come ti chiami?»

«Gabriel» sussurro, senza forze. Mi sta ancora toccando.

Ridacchia, scuote la testa. «L'arcangelo, addirittura. I tuoi sanno che ti vendi?»

Una fitta mi oltrepassa il petto quando ripenso a mia madre. Non rispondo, non so come rispondere.

Un agente poco lontano ride, e dice: «Gio, è attività di famiglia, ormai. Sua madre è una puttana, non ha il padre»

Ormai sono prossimo alle lacrime, sono scosso dai tremiti.

«Cristo, poverino» fa lui, mi sorride con un lampo predatorio, mi afferra l'inguine con uno scatto.

Mi piego in due per il dolore lancinante, e mi aggrappo all'agente con un gemito. «Basta, per favore...»

Lui mi tira su per il mento, ridacchia ancora e dice: «Dai, andiamo a conoscere i tuoi futuri compagni»

Mi torce le braccia di nuovo dietro la schiena, mi afferra i polsi e mi spinge in avanti. Il movimento mi fa partire fitte dalla spalla, quasi casco in ginocchio, ed è ancora peggio.

«No...» Barcollo, gemendo, cerco di assecondare i suoi movimenti.

Mi tira attraverso un corridoio, vedo davanti a me una sala con le porte di ferro e due oblò un po' sporche.

«Vedrai che ti divertirai tanto, questa è la mensa» dice lui, sogghignando, apre la porta con un click di serratura e mi trascina dentro.

Con un colpo mi butta quasi di peso, cado sul pavimento a quattro zampe, e sento che esce, e blocca la porta di nuovo.

Mi affretto ad alzarmi, terrorizzato al limite, mi guardo intorno e vedo ragazzi intorno a tavoli di metallo che mi fissano.

Non so cosa fare, mi limito a guardarli di rimando, rosso in faccia, senza smettere di tremare.

«Ma guarda chi è arrivato» sussurra uno di loro, staccandosi dalla folla.

Rimango senza parole.

Non so se indietreggiare o se, invece, guardarlo per sempre.

Alto, robusto, il petto tonico teso sulla canottiera nera. Pantaloni della tuta mollemente allacciati, un po' macchiati di terra.

Non è brutto. No. Per niente.

I lineamenti marcati incorniciati dai capelli castani, gli occhi così scuri che sembrano bruciare.

Ma il sorriso che ha in faccia mi terrorizza.

Da predatore che ha già fiutato la preda.

È un pochino più grande di me, diciott'anni, forse.

Viene verso di me, passi tranquilli, non alza neanche la voce, ma tutti si spostano in automatico.

Fende la folla in silenzio, occhi socchiusi sotto il ciuffo di capelli castani, fissi su di me.

Cerco di calmarmi, lo guardo tremante che si avvicina.

«Ti hanno beccato che ti vendevi, eh?» Mormora ancora, girandomi intorno. «Proprio una puttana di merda»

I ragazzi hanno ridacchiato, si sono sgomitati tra loro. Qualcuno mi ha fissato divertito, altri quasi affamati.

Arrossisco tutto, indietreggio d'istinto quando mi viene davanti.

Alzo le mani cercando di non sembrare una minaccia: «Non voglio problemi...»

Sorride, lentamente, ed è ancora più disturbante. Alza una mano e mi sfiora il mento. «Come ti chiami?»

Deglutisco, lo guardo cercando di capire le sue intenzioni. Non ci riesco.

Nei suoi occhi scuri brilla una luce quasi maniaca.

«Gabriel» dico a fatica.

Ridacchia piano.

«Oh, no, intendo come ti fai chiamare quando ti fai scopare per soldi»

E mi sbatte contro il muro, una mano alla gola.

Sgrano gli occhi, cerco disperatamente di staccarlo da me, invano.

Mi sorride quasi con dolcezza, è inquietante, sto per farmela addosso.

«Quindi? Sto aspettando la risposta» mi fa lui.

Rallenta leggermente la presa, riesco a parlare a fatica.

«Io... sono... Casanova» balbetto, chiedendomi perché lo vuole sapere.

«Casanova...» ripete, lentamente, una sillaba alla volta, si lecca le labbra con il mio terrore.

Ha una voce seducente, ipnotica, mi ritrovo ad ascoltarlo senza pensare a nulla.

Poi sogghigna, e mi lascia il collo.

Sono quasi sollevato quando mi arriva uno schiaffo in piena faccia.

Boccheggio, senza fiato, la faccia che mi brucia dal dolore, mi mordo l'interno guancia per non piangere.

Il ragazzo è davanti con la mano alzata, sorride divertito.

«Io sono Dragan» sussurra, una mano a tenermi il mento. «Detto anche il Drago»

Annuisco, disperato. Cosa vuole da me?

Poi sento la sua mano infilarsi sotto la mia maglia, deciso, affamato.

Rimango così spiazzato che lo fisso a bocca aperta.

«Qui comando io, capito, hmm?» Sussurra lui, così vicino a me che potrebbe quasi baciarmi.

Annuisco, la sua mano mi sta toccando con così tanta foga che mi ha quasi sollevato la maglia, mi fissa con gli occhi lucidi di voglia.

Ho paura.

«Bel fisico» mormora, toccandomi il petto. «Quanti anni hai?»

«Diciassette» sussurro subito.

Annuisce soddisfatto. Sussulto di scatto quando la sua mano solleva l'elastico dei pantaloni, mi viene istintivo muovermi di lato, cerco di allontanarmi da lui.

«Fermo» mi sibila.

Mi blocca con l'altra mano, mi inchioda al muro. E le sue dita si fanno esplicite.

Parte qualche fischio, ridono, qualche commento sporco vola già.

Arrossisco così violentemente che mi sembra di fumare.

È chiarissimo cosa sta facendo, mi stanno guardando tutti.

Dragan ride, mi osserva come per capire come reagirò.

Mi sento morire dentro, vorrei accasciarmi sul pavimento e non alzarmi più.

Sento che le sue dita mi pizzicano in un punto sensibile e mi scappa un gemito.

Ridono ancora più forte.

Scuoto la testa, fisso il ragazzo di fronte a me con disperazione pura, ma lui sembra goderne ancora di più.

Allora gli sorrido. In modo più seducente possibile. L'unica opzione rimasta.

Sgrana gli occhi, l'ho preso in contropiede, quasi ritira la mano.

Mi mordo le labbra, inclino la testa e lo squadro con uno sguardo languido, inumidendomi le labbra con lentezza.

Lui sogghigna ancora di più, toglie le mani dal mio corpo, le mette sulle mie spalle. E preme.

Capisco cosa vuole fare.

Vuole che mi inginocchi.

Resisto un secondo. Due.

E mi arrendo.

Scivolo in ginocchio e lo guardo dal basso verso l'alto, mi sforzo di guardarlo con adorazione. Magari non mi fa fuori.

Sorride, soddisfatto, mi tira in piedi.

Non mi lascia il polso, come invece pensavo, si limita a stringerlo ancora di più.

«Mio»

Sussurra, e il silenzio cade nella sala all'istante.

Lo guardo senza capire. Non subito.

Poi mi trascina verso il suo tavolo, mi mette a sedere quasi a forza. Mi mette una mano sulla coscia, e stringe. Forte.

E lì ho capito. Che mi sono venduto.

Il corpo per protezione.

Cerco di mantenere il sorriso, a fatica.

Il ragazzo mi sorride di rimando, ma è predatorio. Gli occhi lucidi di voglia spaventosa.

Si china verso di me, mi sfiora i capelli. «Sei proprio carino, Cas» sussurra, fissandomi affamato.

Il diminutivo suona come una minaccia.

Cerco di non pensare a quello che sarebbe accaduto in futuro. Mi limito a sorridergli.



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