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Cap 17 - Primo cliente
22.03.2026 |
311 |
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"Mi accascio definitivamente sulla coperta, sotto di lui, maledicendo tutti e la sensibilità zero di Drag..."
~Tre anni fa~Sono passati due mesi da quando mamma mi ha preso da parte e mi ha detto con uno sguardo in colpa: «Gabriel, se vuoi puoi andare a battere, i soldi te li tieni»
Dopo numerose bestemmie e imprecazioni mi sono ritrovato quella sera in stazione, in camicia e i pantaloni più stretti che ho trovato nell'armadio.
«Che cazzo, Gabriel, che cazzo stai facendo?!»
E mi appoggio a un muro, tremando tutto e rosso dalla vergogna, con le dita incrociate che nessuno dei conoscenti mi veda.
Ho tenuto lo sguardo basso per almeno una mezz'ora, denti stretti, e sto per correre a casa e fingere di non aver fatto nulla, quando sento qualcuno sfiorarmi un braccio.
E vedo un uomo davanti a me.
Certo, è proprio quello che mi aspetto, ma mi viene un colpo lo stesso: un conto è pensarlo, un conto è averlo davanti.
Mi tocca il collo, scivola intorno al girocollo della camicia.
Sogghigna divertito quando sbianco tutto e mi metto a tossire, mio malgrado.
«Nuovo in zona, eh?» Mi fa, con uno sguardo famelico che mi fa paura.
Cerco di respirare, gli faccio un sorriso imbarazzato e annuisco.
«Piuttosto giovane, mi pare» mi squadra, inclinando la testa.
Non faccio in tempo a rispondere che mi tira a sé, una mano sulla camicia e mi palpa attraverso il tessuto.
Per poco non mi metto a gridare, Cristo, mi tocca come si tocca la frutta al supermercato, ho iniziato a tremare incontrollato.
«Inesperto, eh?» Ridacchia lui, sente che mi sono irrigidito tutto, mi stringe un fianco.
Mi mordo le labbra e abbasso lo sguardo, ma sento due dita sotto il mento e devo alzare la faccia.
«Proprio un bel faccino» mormora lui, mi passa un dito sulla faccia, mi ritraggo d'istinto, invano.
Ride piano.
«Quanto vuoi per un giro?»
Quasi mi strozzo.
Ecco. Gabriel. Puoi ancora tornare indietro, forse.
Mi sento morire quando rispondo, tremante: «Quaranta»
In realtà ho sparato una cifra a caso, e sbianco tutto quando quello mi fissa come se avessi ucciso qualcuno.
«Ma ti sembro Elon Musk?» Impreca, e mi stringe le natiche così forte che gemo e barcollo.
Più tardi avrei capito che bluffa, ma in quel momento ho pensato di aver esagerato e basta.
«Cosa... Quanto mi dai?» Balbetto, fissandolo con gli occhi sbarrati.
Mi tocca ancora un po' il sedere, poi passa davanti. La mano scende sul cavallo dei pantaloni, stringe con calma.
Quasi mi metto a vomitare dalla nausea, incespico, quello ride e mi tira a sé. «Messo bene, bello, carne davvero tenera»
Stringo i denti e mi dico che fanno sempre così, lascialo parlare.
«Ti faccio... 20, dai, sei ancora inesperto, è già un buon prezzo» dichiara infine, mi sento quasi sollevato.
Quello ridacchia quando vede il sollievo sulla mia faccia, si avvicina all'improvviso e si attacca alla mia faccia.
Mi sento soffocare sotto la sua bocca, indietreggio e sento il muro dietro la schiena, cerco di spingerlo via, invano.
Mi accorgo finalmente che non avevo mai baciato.
Cristo, è il mio primo bacio, e lo sto facendo con un quarantenne che manco conosco.
Quando si stacca sono così abbattuto che quasi mi metto a piangere.
«Paura?» Mi fa lui, stringendomi i fianchi. «Hai un posto?»
Lo guardo senza capire subito.
Lui alza un sopracciglio, e ridacchia. «Non penserai di scopare qui, bello»
«No... Non ce l'ho» per un attimo penso di portarlo a casa, ma poi mi dico che non ce la faccio. Non fino a questo punto.
Quello mi squadra, mi palpa ancora, poi scrolla le spalle. «Vabbè, vieni da me, su»
Mi afferra per un polso e mi trascina fuori dalla stazione, camminiamo verso un condominio di fronte.
Sono così ansioso che sto per crollare. Che cazzo ho fatto?
«Pagami... Adesso...» Dico improvvisamente, in un lampo di lucidità.
Quello mi guarda un po' infastidito: «Metà. Il resto dopo.»
Annuisco e infilo la banconota da dieci nelle tasche.
Ecco, Gabriel, complimenti. Ti sei venduto.
Saliamo le scale, sento la sua mano già sotto la camicia, un po' nei pantaloni, mi sento svenire.
Poi mi spinge in un piccolo appartamento e chiude la porta, mette la sicura e si gira, famelico.
Indietreggio d'istinto verso il muro e lì rimango a fissarlo, ansimante.
Viene verso di me lentamente, sogghignando.
Tremo tutto quando appoggia le mani sul muro ai lati della mia testa e si china a guardarmi.
«Dimentico sempre quanto siano carini quelli più piccoli» commenta lui, alzandomi il mento. «Come ti chiami?»
Sto per dirgli il mio vero nome ma mi mordo la lingua in tempo.
«Ga... Casanova» e arrossisco tutto: quel nome me lo sono scelto ieri e mi sembra ancora ridicolo.
«Casanova... Interessante» mi fa, mi sta sbottonando la camicia.
Stringo i denti e cerco di non svenire quando mi me la slaccia del tutto e la lascia cadere sul pavimento.
Mi squadra leccandosi le labbra e inizia a palparmi, affamato.
Mi schiaccio tutto contro il muro, il viso contratto, conficco le dita nel palmo.
«Oh, ma stai rilassato» sogghigna lui, si sfila la maglia con un movimento secco e mi si butta addosso.
Mi viene la nausea al contatto, ma non posso fare niente.
Sento una sua mano scendere sotto i pantaloni, solleva l'elastico delle mutande e si ferma sulle natiche.
Lo fisso con gli occhi sbarrati, mi mordo l'interno guancia così forte che sento il sangue.
Quello ridacchia, divertito, mi abbassa di scatto i pantaloni.
Arrossisco tutto, sento che è sceso ancora con la mano, cerca l'entrata e prova a infilarci un dito.
Stringo i denti fino a limite, chiudo quasi anche gli occhi, ma non entra.
Ma non perché non voglia: non ci riesce.
Mi guarda incredulo: «Cristo, ancora chiuso?»
Apro un occhio e lo guardo terrorizzato.
Se mi fossi documentato un po' di più avrei dovuto aumentare subito il prezzo anche tre volte tanto, è merce preziosissima la verginità, ma in quel momento ero terrorizzato e basta.
Quello attende un attimo, poi ridacchia, scuotendo la testa. Mi afferra per i fianchi e mi gira contro il muro.
«Vai tranquillo, ora rimediamo»
Non è certo una sorpresa su cosa dovessi fare, ho visto abbastanza video per saperlo, ma quando sento che mi allarga le cosce e infila a fatica un dito, mi sono contratto tutto e mi sono morso le labbra fino a sentire dolore.
«Rilassati, bello» mi dà uno schiaffo sul sedere, poi aggiunge un altro dito, e cerca di allargarmi.
Arrossisco tutto, dio santo, ma dio santo davvero.
Sento che mi sputa addosso, per poco non vomito sul momento, ma riesce a affondare le dita più in profondità.
Mi schiaccio contro il muro, chiudo gli occhi e mi chiedo disperato che cazzo ho fatto.
Passano alcuni minuti interminabili e sento che si ritira, il mio corpo si richiude con sollievo.
Poi mi afferra per le spalle e preme forte.
Mi giro, quasi in iperventilazione mentre mi inginocchio.
Quello sogghigna e si slaccia la cintura, si toglie i pantaloni e mi spoglia completamente.
Arrossisco così violentemente che mi sembra di bruciare la stanza, socchiudo gli occhi per non guardarlo.
Cristo, ho quasi quindici anni e sono nudo in un appartamento un quarantenne svestito pure lui.
«Cosa fai, il timido?» Ride, mi afferra e mi tira verso di lui.
Me lo ritrovo addosso e arrossisco ancora di più, con una smorfia imbarazzata.
«Sei proprio carino» commenta, toccandomi con fame, e mi bacia con violenza ancora.
Cerco di imitare gli attori nei film, invano, e mi limito a non soffocare.
Dio santo, mi sto baciando con uomo, che cazzo, non mi sono neanche mai fidanzato ancora.
Sento con orrore che mi sta toccando all'inguine, mi contorco per sfuggire alla sua mano, mi stringe a sé e continua, compiaciuto.
«Proprio tenero» commenta lui. «Ancora acerbo, hmm?»
Mi maledico e arrossisco fino al collo quando sento che il corpo risponde subito.
«Ti piace, eh? Così veloce, poi» sogghigna l'uomo, e mi molla di colpo.
Mi spinge per terra, si tocca un attimo e quasi me lo sbatte in faccia.
Cado all'indietro per evitarlo, tutto rosso.
«Il preservativo» dichiaro, tremante, e mi viene la nausea quando lo prendo in mano.
Devo aver fatto una smorfia orrenda, tant'è che quello si infastidisce e mi dà una sberla in faccia.
«Casanova, capisco che sei inesperto, ma ti sbrighi?»
Lo guardo quasi con il terrore negli occhi, la faccia mi brucia da morire, faccio un respiro profondo e cerco di convincermi che c'è il preservativo, non lo sto toccando direttamente.
Mi abbasso con la testa, nauseato lo stesso, cerco di non guardarlo mentre lo prendo in bocca.
E mi sento morire: lo sto succhiando a un maschio, Dio santissimo. A un maschio.
«Sai almeno come si fa? Devi muoverti, sai?» Sbotta l'uomo, sento che mi prende la testa e schiaccia verso il basso.
Soffoco all'istante, cerco disperatamente di alzarmi, invano.
Mi vengono le lacrime agli occhi, non respiro, Cristo.
Finalmente mi lascia, ansimo convulsamente, sto per mettermi a piangere.
«Su, riprova da solo» mi fa quello, scuotendo la testa.
Chiudo gli occhi, mi maledico e cerco di imitare i video, va un po' meglio, quello sospira leggermente e mi accarezza i capelli.
«Meglio di quanto temessi» dice lui, nel mentre.
Quando mi stacca sono così sollevato che non penso neanche cosa stia per succedere.
Solo quando mi sbatte contro il muro, mi afferra i polsi e me li incrocia dietro la schiena che mi rendo conto di cosa sta per fare.
Il terrore mi assale così tanto che mi divincolo con tutte le forze, quello ringhia e mi molla uno schiaffo con tutte le forze. «Stai fermo, cazzo!»
Sbatto contro il muro per la spinta e rimango lì, in fiamme, sto davvero per piangere. Non ce la faccio, davvero.
«Lasciami andare, non lo voglio più...» Mi ritrovo a balbettare, terrorizzato. «Ti ridò i soldi, va bene? Non me la sento...»
Quello ride, scuote la testa e mi morde sul collo, l'altro mano che mi scivola addosso.
«Casanova, Casanova, sei troppo carino per lasciarmi scappare questa occasione... Tranquillo, ti piacerà»
Sento che passa sul solco del sedere, mi schiaccio così tanto contro il muro che lo sto quasi mangiando.
Penso disperato che davvero, questa volta e basta, mai più, non ce la faccio.
Preme, ringhia per la frustrazione, sputa, poi affonda con tutte le forze.
E urlo, così forte che vedo i puntini neri balzare davanti agli occhi: mi ha lacerato in due e continua a lacerarmi in due, affonda ancora più in profondità senza esitare.
«Nooo...» Graffio il muro, mi sanguinano le dita per quanto li ho graffiati, il dolore è così acceso che non sento più un cazzo, solo quello.
Sto piangendo a dirotto, quello mi afferra per i fianchi e inizia a spingere.
«Piano, piano, ti prego...»
È inutile, mi accascio completamente contro il muro e mi limito a piangere e a mordermi le labbra.
Oggi muoio, muoio qui dentro, non lo reggo, mi dispiace, mamma, non lo reggo.
Forse sono svenuto, ad un certo punto, mi sveglio con uno schiaffo in faccia.
«Stai su, bello, che cazzo pensi di fare accasciandoti così?» Impreca quello, continuando a inchiodarmi contro il muro, mi afferra per le natiche e mi allarga a forza.
Lascio fare, gemendo dal dolore che ormai ha sopraffatto tutto.
Non so neanche come ma poi mi sono ritrovato sul letto, a quattro zampe, e quello che continua a sfondarmi ansimando.
«Ah... Sì, bello...» Alla fine caccia all'improvviso un gemito di piacere e sento che si contrae tutto, si appoggia su di me per alcuni secondi, poi esce con un sospiro.
Sono così distrutto che il corpo resta aperto da solo, e mi accascio sul letto.
Mi sfioro il sedere e urlo dal dolore: ritiro le dita piene di sangue, Cristo.
«Non ti agitare così, Casanova» borbotta quello. «È normale, fidati che una notte e sei più che a posto»
Mi limito a gemere, non riesco neanche a rialzarmi.
Resto tremante, lì, ancora per un pochino, poi rotolo giù, vado a carponi verso i vestiti e in lacrime mi rivesto a fatica.
«Toh, il resto del pagamento» l'uomo mi allunga con un ghigno soddisfatto l'altra banconota da dieci che intasco senza nemmeno guardare.
A fanculo tutti, neanche mille euro una roba del genere.
Mai più, ma davvero.
«Un po' inesperto, ma un buco così stretto mai fatto prima, Dio santo» commenta lui molto compiaciuto, mi dà uno schiaffo sul sedere mentre mi spinge fuori dall'appartamento.
«Mi sei piaciuto abbastanza, Casanova. Un affare più che buono. Quanti anni hai?»
Mi mordo le labbra e mento: «Diciassette»
Quello ridacchia, è ovvio che non mi ha creduto, ma si limita a darmi una spinta e mi chiude la porta in faccia.
Barcollo giù per le scale, mi appoggio al muro con la fronte e mi metto a piangere dal dolore.
Per che cazzo mi sono venduto? Venti euro? Solo questo, per farmi spaccare in due e il primo bacio con un uomo quarantenne?
Chiamo un taxi e spendo già metà del pagamento.
Il tassista mi guarda con commiserazione: ha già capito cosa mi è successo appena gli dico che abito alle Piagge. Fa una smorfia e parte senza dire nulla.
Scendo barcollando, il dolore lacerante tra le cosce, salgo le scale rischiando di svenire ad ogni passo e cerco di fare meno rumore possibile, ma poi capisco che mamma è ancora fuori con qualche cliente, e mi metto a piangere di nuovo.
Forse è addirittura meglio così, non voglio farle scoprire che ci ho provato, visto che non lo farò più.
Vado in bagno, mi spoglio tutto e corro sotto la doccia, mi strofino così forte che mi graffio a sangue, ma non riesco a lavare via la sensazione di quell'uomo.
Mi siedo sotto l'acqua con la testa tra le mani e singhiozzo disperato, il sedere in fiamme.
Alla fine mi trascino in camera da letto e mi abbraccio al cuscino, senza nemmeno avere le forze di mettermi il pigiama.
------
Mi sveglio con mamma che mi scuote piano, un'espressione tirata in viso, e un pacco di ghiaccio sul mio sedere.
«Tranquillo, starai meglio» si limita a dire, abbassando lo sguardo.
«Non lo farò mai più» gemo, esausto. «Mai più»
Lei mi guarda senza dire niente, poi mi fa, piatta: «Quanto hai chiesto?»
«Quaranta» le dico la cifra iniziale senza nemmeno pensarci, poi arrossisco e cerco di correggermi: «lo so, ho sbagliato prezzo...»
Lei sgrana gli occhi. «Gabriel, ma dovevi chiedere di più, Dio santo, eri vergine! Minimo novanta, o qualcosa del genere!»
Rimango a bocca aperta, paralizzato.
E penso ai venti che mi aveva dato il tipo, e stringo i denti.
Cerco di sorridere in modo rassicurante. «Scusa, mamma...»
Lei fa una smorfia e scuote la testa. «Se ti senti male chiamami, provo a prepararti qualcosa»
Mi affetto a rifiutare, è esausta, lo vedo benissimo.
Non si è ancora lavata e ha addosso l'odore dei clienti.
«Mamma, non ti preoccupare... Vai a dormire...»
Sospira, annuisce e va in bagno.
Barcollo in punta dei piedi in cucina, bevo un bicchiere d'acqua, sono le due.
Mamma è rimasta fuori a battere fino a mezzanotte, evidentemente.
Conto le banconote che mamma ha tirato su stanotte, fisso con una stretta al cuore che non bastano ancora per coprire le bollette e l'affitto.
Scorro disperato la data di scadenza, è domani, e dopodomani per le bollette.
Mancano ancora più di centinaio di euro, mamma non ce la farebbe nemmeno se si ammazza con i clienti.
«Che cazzo!» Mi ritrovo a piangere di nuovo, mi accascio contro il muro, e capisco che quel mai più che mi sono detto è una bugia.
Ma una bugia bella buona.
«Solo stavolta, davvero, mi faccio un paio di clienti, solo stavolta» mi dico, disperato. «Poi basta, non lo reggo, davvero»
-------
Finisco il racconto che sto quasi piangendo, e sento Dragan ridere così forte che una guardia ha aperto lo sportellino allarmato.
Per una volta che non si sentono né voci né gemiti evidentemente si è spaventato.
«Tutto ok, tranquillo» grida Drag, all'agente, ancora scosso dalle risate.
Mi accascio definitivamente sulla coperta, sotto di lui, maledicendo tutti e la sensibilità zero di Drag.
«Cosa ridi?» Sbotto. «Non c'è niente di divertente»
«No, è che mi immagino te che non riesci a fare un pompino...» Sta sussultando tutto, trema e ride. «Dio santissimo, Cas, ti adoro»
Mi arrendo e chiudo gli occhi. «Dormi, Dragan. E taci, per favore»
«Quindi tua madre batteva anche lei?» Mi fa, proprio la sensibilità zero.
E mi metto a singhiozzare davvero, affondo la testa nelle coperte e non parlo più.
Sento Dragan irrigidirsi, scende e mi viene davanti.
«Scusa, Cas» dice piano, vicino alla mia faccia. «Scusa, ok? Non piangere»
Mi asciuga le lacrime.
«Vorrei essere stato io la tua prima volta» sussurra, dopo qualche minuto. «Sarei stato delicato»
Non ce la faccio più, mi tiro su di scatto e lo travolgo tra le braccia.
È così stupefatto che rimane a bocca aperta, sotto di me, mentre mi ci aggrappo con tutto il corpo singhiozzando. «Drag, Drag...»
Mi accarezza i capelli e mi bacia piano.
«Ti avrei coccolato, allargato e sfondato» dichiara compiaciuto, e mi chiedo che cosa pensa di avere detto.
«Scusa, Drag, ma che cazzo di differenza c'è tra questo che hai appena detto e quello che mi è successo davvero?»
Ridacchia tutto gonfio d'orgoglio.
«Ti avrei coccolato prima e dopo ti avrei imboccato con una ciambella»
Tutta l'emozione sprecata.
In pratica è una versione vip dello sfondamento.
Provo a rotolare via imbronciato, ma Drag mi afferra di colpo e mi ribalta sogghignando. «Ora dormiamo»
«Faccia a faccia?» Faccio io, occhi sbarrati.
«Cosa, vuoi il mio cazzo in bocca? Posso girarmi» propone con un ghigno.
Arrossisco così violentemente che mi soffoco nella saliva e tossisco convulsamente.
«No» articolo a fatica. «Va benissimo faccia a faccia»
Drag ride tutto compiaciuto e mi bacia, completamente sdraiato sopra di me. «Notte, Cas»
«Ormai è un buongiorno, cazzo» borbotto, ma due secondi dopo sono già addormentato.
E urlo, così forte che vedo i puntini neri balzare davanti agli occhi: mi ha lacerato in due e continua a lacerarmi in due, affonda ancora più in profondità senza esitare.
«Nooo...» Graffio il muro, mi sanguinano le dita per quanto li ho graffiati, il dolore è così acceso che non sento più un cazzo, solo quello.
Sto piangendo a dirotto, quello mi afferra per i fianchi e inizia a spingere.
«Piano, piano, ti prego...»
È inutile, mi accascio completamente contro il muro e mi limito a piangere e a mordermi le labbra.
Oggi muoio, muoio qui dentro, non lo reggo, mi dispiace, mamma, non lo reggo.
Forse sono svenuto, ad un certo punto, mi sveglio con uno schiaffo in faccia.
«Stai su, bello, che cazzo pensi di fare accasciandoti così?» Impreca quello, continuando a inchiodarmi contro il muro, mi afferra per le natiche e mi allarga a forza.
Lascio fare, gemendo dal dolore che ormai ha sopraffatto tutto.
Non so neanche come ma poi mi sono ritrovato sul letto, a quattro zampe, e quello che continua a sfondarmi ansimando.
«Ah... Sì, bello...» Alla fine caccia all'improvviso un gemito di piacere e sento che si contrae tutto, si appoggia su di me per alcuni secondi, poi esce con un sospiro.
Sono così distrutto che il corpo resta aperto da solo, e mi accascio sul letto.
Mi sfioro il sedere e urlo dal dolore: ritiro le dita piene di sangue, Cristo.
«Non ti agitare così, Casanova» borbotta quello. «È normale, fidati che una notte e sei più che a posto»
Mi limito a gemere, non riesco neanche a rialzarmi.
Resto tremante, lì, ancora per un pochino, poi rotolo giù, vado a carponi verso i vestiti e in lacrime mi rivesto a fatica.
«Toh, il resto del pagamento» l'uomo mi allunga con un ghigno soddisfatto l'altra banconota da dieci che intasco senza nemmeno guardare.
A fanculo tutti, neanche mille euro una roba del genere.
Mai più, ma davvero.
«Un po' inesperto, ma un buco così stretto mai fatto prima, Dio santo» commenta lui molto compiaciuto, mi dà uno schiaffo sul sedere mentre mi spinge fuori dall'appartamento.
«Mi sei piaciuto abbastanza, Casanova. Un affare più che buono. Quanti anni hai?»
Mi mordo le labbra e mento: «Diciassette»
Quello ridacchia, è ovvio che non mi ha creduto, ma si limita a darmi una spinta e mi chiude la porta in faccia.
Barcollo giù per le scale, mi appoggio al muro con la fronte e mi metto a piangere dal dolore.
Per che cazzo mi sono venduto? Venti euro? Solo questo, per farmi spaccare in due e il primo bacio con un uomo quarantenne?
Chiamo un taxi e spendo già metà del pagamento.
Il tassista mi guarda con commiserazione: ha già capito cosa mi è successo appena gli dico che abito alle Piagge. Fa una smorfia e parte senza dire nulla.
Scendo barcollando, il dolore lacerante tra le cosce, salgo le scale rischiando di svenire ad ogni passo e cerco di fare meno rumore possibile, ma poi capisco che mamma è ancora fuori con qualche cliente, e mi metto a piangere di nuovo.
Forse è addirittura meglio così, non voglio farle scoprire che ci ho provato, visto che non lo farò più.
Vado in bagno, mi spoglio tutto e corro sotto la doccia, mi strofino così forte che mi graffio a sangue, ma non riesco a lavare via la sensazione di quell'uomo.
Mi siedo sotto l'acqua con la testa tra le mani e singhiozzo disperato, il sedere in fiamme.
Alla fine mi trascino in camera da letto e mi abbraccio al cuscino, senza nemmeno avere le forze di mettermi il pigiama.
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Mi sveglio con mamma che mi scuote piano, un'espressione tirata in viso, e un pacco di ghiaccio sul mio sedere.
«Tranquillo, starai meglio» si limita a dire, abbassando lo sguardo.
«Non lo farò mai più» gemo, esausto. «Mai più»
Lei mi guarda senza dire niente, poi mi fa, piatta: «Quanto hai chiesto?»
«Quaranta» le dico la cifra iniziale senza nemmeno pensarci, poi arrossisco e cerco di correggermi: «lo so, ho sbagliato prezzo...»
Lei sgrana gli occhi. «Gabriel, ma dovevi chiedere di più, Dio santo, eri vergine! Minimo novanta, o qualcosa del genere!»
Rimango a bocca aperta, paralizzato.
E penso ai venti che mi aveva dato il tipo, e stringo i denti.
Cerco di sorridere in modo rassicurante. «Scusa, mamma...»
Lei fa una smorfia e scuote la testa. «Se ti senti male chiamami, provo a prepararti qualcosa»
Mi affetto a rifiutare, è esausta, lo vedo benissimo.
Non si è ancora lavata e ha addosso l'odore dei clienti.
«Mamma, non ti preoccupare... Vai a dormire...»
Sospira, annuisce e va in bagno.
Barcollo in punta dei piedi in cucina, bevo un bicchiere d'acqua, sono le due.
Mamma è rimasta fuori a battere fino a mezzanotte, evidentemente.
Conto le banconote che mamma ha tirato su stanotte, fisso con una stretta al cuore che non bastano ancora per coprire le bollette e l'affitto.
Scorro disperato la data di scadenza, è domani, e dopodomani per le bollette.
Mancano ancora più di centinaio di euro, mamma non ce la farebbe nemmeno se si ammazza con i clienti.
«Che cazzo!» Mi ritrovo a piangere di nuovo, mi accascio contro il muro, e capisco che quel mai più che mi sono detto è una bugia.
Ma una bugia bella buona.
«Solo stavolta, davvero, mi faccio un paio di clienti, solo stavolta» mi dico, disperato. «Poi basta, non lo reggo, davvero»
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Finisco il racconto che sto quasi piangendo, e sento Dragan ridere così forte che una guardia ha aperto lo sportellino allarmato.
Per una volta che non si sentono né voci né gemiti evidentemente si è spaventato.
«Tutto ok, tranquillo» grida Drag, all'agente, ancora scosso dalle risate.
Mi accascio definitivamente sulla coperta, sotto di lui, maledicendo tutti e la sensibilità zero di Drag.
«Cosa ridi?» Sbotto. «Non c'è niente di divertente»
«No, è che mi immagino te che non riesci a fare un pompino...» Sta sussultando tutto, trema e ride. «Dio santissimo, Cas, ti adoro»
Mi arrendo e chiudo gli occhi. «Dormi, Dragan. E taci, per favore»
«Quindi tua madre batteva anche lei?» Mi fa, proprio la sensibilità zero.
E mi metto a singhiozzare davvero, affondo la testa nelle coperte e non parlo più.
Sento Dragan irrigidirsi, scende e mi viene davanti.
«Scusa, Cas» dice piano, vicino alla mia faccia. «Scusa, ok? Non piangere»
Mi asciuga le lacrime.
«Vorrei essere stato io la tua prima volta» sussurra, dopo qualche minuto. «Sarei stato delicato»
Non ce la faccio più, mi tiro su di scatto e lo travolgo tra le braccia.
È così stupefatto che rimane a bocca aperta, sotto di me, mentre mi ci aggrappo con tutto il corpo singhiozzando. «Drag, Drag...»
Mi accarezza i capelli e mi bacia piano.
«Ti avrei coccolato, allargato e sfondato» dichiara compiaciuto, e mi chiedo che cosa pensa di avere detto.
«Scusa, Drag, ma che cazzo di differenza c'è tra questo che hai appena detto e quello che mi è successo davvero?»
Ridacchia tutto gonfio d'orgoglio.
«Ti avrei coccolato prima e dopo ti avrei imboccato con una ciambella»
Tutta l'emozione sprecata.
In pratica è una versione vip dello sfondamento.
Provo a rotolare via imbronciato, ma Drag mi afferra di colpo e mi ribalta sogghignando. «Ora dormiamo»
«Faccia a faccia?» Faccio io, occhi sbarrati.
«Cosa, vuoi il mio cazzo in bocca? Posso girarmi» propone con un ghigno.
Arrossisco così violentemente che mi soffoco nella saliva e tossisco convulsamente.
«No» articolo a fatica. «Va benissimo faccia a faccia»
Drag ride tutto compiaciuto e mi bacia, completamente sdraiato sopra di me. «Notte, Cas»
«Ormai è un buongiorno, cazzo» borbotto, ma due secondi dopo sono già addormentato.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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