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Il ritorno di Sara " il culto dell'abisso"


di Valico57
20.02.2026    |    742    |    2 9.0
"Sara si sentiva spaccare in due, ma invocava ancora più carne: "Dammi la tua sborra, riempimi!"..."
Sara era ormai pienamente consapevole della sua natura, una parte di sé che aveva sempre tenuto repressa: quella di una donna insaziabile, ninfomane, costantemente desiderosa di cazzi e di situazioni perverse. Quella scommessa al cinema porno, nata quasi per gioco con il marito Leo, aveva scoperchiato un vaso di Pandora. Ora, Sara si aggirava nei meandri della trasgressione alla ricerca di nuovi stimoli, decisa a trasformare definitivamente la "moglie e madre" in ciò che sentiva realmente di essere: una troia infognata e in calore.
Voleva tornare dove tutto era iniziato, in quel cinema a luci rosse. Questa volta, però, voleva farlo da sola. Sapeva che quello era il suo vero posto; lì risiedeva la sua vera natura. Il suo ritorno non era un semplice atto di ribellione, ma un vero "ritorno a casa" simbolico. Quel luogo, che per molti rappresentava solo degrado, per lei era diventato il catalizzatore di una metamorfosi irreversibile: il punto di rottura definitivo tra la maschera sociale della moglie impeccabile e l’urgenza carnale che ormai la governava.
Varcata la soglia, si presentò alla cassa. L'uomo dietro il vetro la fissò sbalordito. Sara, con spavalderia, lo sfidò:
"Guardi ancora la gran figa o stasera hai il coraggio di usarla, o farti usare?"
Pagò il biglietto senza curarsi del resto e si diresse dritta verso la tenda. Lì non trovò la solita mascherina, ma una donna dal volto segnato e sciupato. Sara la guardò intensamente: "Lascia quel porco schifoso, tu ti meriti ben altro". Le prese il viso tra le mani e la baciò con foga, cercando e trovando la sua lingua in un contatto umido e profondo.
Sara non entrò con timore, ma con la sicurezza di chi conosce il potere della propria provocazione. Il rumore dei suoi tacchi sul pavimento consumato suonava come una dichiarazione di guerra alla morale. Sotto un trench elegante e sobrio, nascondeva l'assenza totale di biancheria: la seta era studiata per essere strappata. L’odore di tabacco stantio e disinfettante, che un tempo l’avrebbe disgustata, agiva ora come un feromone, confermando la sua natura predatrice.
Sola tra le file di poltrone logore, Sara cercava la conferma del suo nuovo ruolo. Si sedette in una zona d’ombra, lasciando che i riflessi dello schermo illuminassero parzialmente le sue gambe. Si tolse il trench con lentezza calcolata, rivelando un abito di seta nera talmente corto e scollato da rendere palese l'assenza di barriere. Accavallò lentamente le gambe, segnalando ai "predatori" della sala che la preda era consenziente e desiderosa di essere sopraffatta.
L’atmosfera cambiò istantaneamente. Gli uomini, abituati a ombre silenziose, percepirono la sua regalità. Per Sara, quel cinema era diventato una chiesa dove officiare il culto del piacere. La consapevolezza di essere una "moglie infognata" aggiungeva un brivido psicologico: il rischio di essere scoperta e la profanazione della sua vita quotidiana erano gli ingredienti segreti dell'estasi. Non era più una scommessa con Leo; era un patto con se stessa: non negare mai più l’abisso.
Seduta al centro della fila, accese una sigaretta sfidando ogni divieto. Non guardava il film, ma la platea, sfidando ogni uomo a sostenere il suo sguardo. Quando i primi ammiratori si avvicinarono, lei diresse il gioco. Estrasse dalla borsetta dei toys e, alzandosi il vestito, cominciò a giocarci freneticamente. Li prendeva in bocca succhiandoli con avidità, se li passava tra le cosce ormai inondate dal proprio eccitamento. Con un cenno imperioso, decideva chi potesse toccarla e chi dovesse restare a guardare.
In breve, si ritrovò al centro di un cerchio di desiderio brutale. Accettava ogni tocco rude, ogni mano callosa, ogni sapore proibito. Le stringevano i seni, le succhiavano i capezzoli, le infilavano dita ovunque. Decine di cazzi le passavano sul viso mentre i primi uomini cominciavano a sborrarle addosso, coprendola di sperma. Qualcuno, preso dal delirio, le urinò sul seno. Ogni tabù era caduto: la sua pelle era diventata il territorio su cui la sala scriveva la sua nuova identità.
Sara si spostò verso il centro della fila, dove la luce del proiettore tagliava il fumo come una stroboscopica. Un uomo anziano le sfiorò una coscia; lei gli afferrò la nuca con un sorriso predatore:
"Leccami la figa, vecchio porco. Voglio sentire la tua lingua sul clitoride, fai godere una puttana come faresti con tua moglie!"
Lui ubbidì con una foga inaspettata, e Sara esplose in uno squirt devastante che quasi soffocò l'uomo. Poco dopo, un uomo imponente la sollevò di peso. La girò alla pecorina e la penetrò con una violenza che le mozzò il fiato. Sara si sentiva spaccare in due, ma invocava ancora più carne: "Dammi la tua sborra, riempimi!". L’uomo la inondò, mentre la donna della tenda si precipitava sotto di lei per leccare lo sperma che colava dalle sue cosce.
Mentre veniva impalata nuovamente, Sara sentì un altro uomo prenderla da dietro, violando il "buco del culo", mentre un terzo le riempiva la bocca. Era una maschera di sudore, urina e sperma. Gli orgasmi non si contano più. In quel luogo degradato, tra l'odore di umori forti, Sara aveva finalmente trovato la sua corona.
Quando tutto finì, i suoi vestiti erano ridotti a stracci bagnati. Recuperò il trench e lo indossò direttamente sulla pelle nuda e segnata. Il contatto del tessuto freddo sulla carne martoriata le provocò un ultimo brivido. Camminò verso l’uscita con un incedere regale, sentendo su di sé il peso del "piacere sporco" che ora la definiva.
Passando davanti allo specchio opaco del bancone, si guardò: vide una donna stravolta nei tratti, ma finalmente intera nello spirito. Lanciò un ultimo sguardo al cassiere e, con un ghigno di trionfo, disse:
"Ciao, vecchio porco. Vai a farti fottere."
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