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L'ovetto "2"


di Valico57
01.02.2026    |    1.050    |    1 9.5
"Marco, in un abito blu gessato impeccabile, sembrava l'uomo d'affari più integerrimo della capitale..."
Il rientro in casa fu rapido, scandito solo dal suono metallico delle chiavi e dal respiro corto di Luana. L’appartamento, moderno e lussuoso, era il palcoscenico perfetto: ampie vetrate affacciate sulle luci di Roma e una serie di specchi a tutta altezza posizionati strategicamente.
Appena varcata la soglia, Marco non le lasciò nemmeno il tempo di sfilarsi il cappotto. La guidò verso il grande salone, dove una maestosa poltrona in pelle nera troneggiava proprio davanti a una delle finestre. Marco aprì le tende: "Il mondo è là fuori, Luana. Ma tu sei qui, per me," mormorò. La costrinse a restare in piedi davanti al vetro, dove il riflesso di lei si sovrapponeva alle luci della città.
Con la perizia di chi ama il dettaglio tecnico, Marco utilizzò delle funi di seta rossa. Non un bondage coercitivo, ma una serie di passaggi "soft" che incorniciavano il seno e le braccia, costringendola in una posa plastica, da statua vivente. Ogni nodo era stretto con una precisione chirurgica che lei avvertiva come un abbraccio possessivo.
Qui Marco diede spazio alla sua ossessione. Si inginocchiò ai suoi piedi mentre lei, ancora legata, restava rivolta verso la finestra. Con estrema lentezza iniziò a sfilarle le calze velate, facendole scivolare lungo i polpacci e assaporando il fruscio del nylon contro la pelle; risaliva poi con le labbra, baciando le gambe per poi soffermarsi a lungo sui suoi piedi affusolati.
La slegò parzialmente solo per trascinarla davanti al grande specchio della camera da letto. Voleva che lei si guardasse mentre lui la possedeva con lo sguardo e con le mani. "Guarda come sei bella mentre tremi," le sussurrò, riattivando il telecomando dell'ovetto che Luana indossava ancora.
Nello specchio, Luana vedeva due persone: l'impiegata seria che era di giorno e la donna completamente sottomessa ai desideri del marito che diventava di notte. Il suo esibizionismo esplose in quel momento; sapere che Marco la osservava attraverso il vetro, studiando ogni sua reazione, la spingeva oltre ogni limite.
Marco passò all'azione fisica utilizzando gli strumenti del loro arsenale: piume e frustini leggeri per stuzzicare la pelle nei punti più sensibili, alimentando un'eccitazione sempre più prorompente. Le descriveva ogni gesto, nutrendo il piacere mentale oltre a quello fisico. La pelle chiara, contrapposta al cuoio nero degli accessori scelti per quella notte, le donava un tocco ancora più sensuale.
La notte si consumò in un’alternanza di silenzi carichi di tensione e picchi di passione pura, dove la vendita di auto e le pratiche d'ufficio erano ormai ricordi sbiaditi, sostituiti dal calore del comando e dalla dolcezza della resa. Riportandola in salone davanti alle finestre, Marco usò il frustino per sollecitare il clitoride e i glutei. Luana, travolta dallo stimolo e dalla vertigine di sentirsi osservata dalla città, raggiunse un orgasmo devastante.
Infine, preparandola con estrema sensibilità all'unione finale, la riempì con un gesto d'amore e possesso che la fece godere in maniera profonda e perversa. Al culmine dell'atto, Luana mormorò: "Amore, sono completamente tua, nel corpo e nella mente. Fai di me quello che vuoi."
Esausti, si abbandonarono sul grande divano. L'alba iniziava appena a colorare di un grigio metallico lo skyline di Roma, filtrando attraverso le tende socchiuse. Ma per loro il tempo si era fermato in quella bolla di trasgressione. Prima che il sole illuminasse la stanza, Marco decise di suggellare la notte con un ultimo gioco psicologico. Estrasse dal cassetto un collarino di velluto nero, sottile come un nastro, con un piccolo anello d'argento al centro.
Fece sedere Luana davanti allo specchio e glielo allacciò, posizionandosi dietro di lei. "Questo non lo vedrà nessuno sotto la tua camicia oggi in ufficio," sussurrò, facendole sentire il freddo del metallo contro la gola. Impostò l'ovetto sulla modalità "Heartbeat", un battito costante e profondo. "Voglio che tu lo tenga così per tutta la mattina. Durante le riunioni, durante i caffè con i colleghi. Ogni volta che sentirai questo battito, saprai che sono io a toccarti da lontano."
Luana fissò il suo riflesso: i segni leggeri delle corde sui polsi sarebbero spariti in poche ore, ma il collarino nascosto e quel fremito interno le davano una sensazione di onnipotenza segreta.
Due ore dopo, l'odore di caffè appena fatto riempiva la cucina. Luana indossava una camicia di seta bianca abbottonata fino al collo e una gonna a tubino grigia, con i capelli raccolti in uno chignon perfetto. Marco, in un abito blu gessato impeccabile, sembrava l'uomo d'affari più integerrimo della capitale.
Mentre lei sorseggiava il caffè, Marco le passò accanto e, con un gesto fulmineo, premette un tasto sul telecomando nascosto nel palmo. Luana ebbe un sussulto, il cucchiaino tintinnò contro la tazzina, ma non distolse lo sguardo dal giornale.
"Buona giornata di lavoro, cara. Cerca di non essere troppo... distratta," disse Marco con tono neutro, ma con un lampo di complicità negli occhi.
"Sarò impeccabile, come sempre," rispose lei con un sorriso ambiguo, mentre il battito regolare dentro di sé le ricordava chi fosse la vera Luana.
Si salutarono con un bacio casto sulla porta. Due professionisti stimati pronti a recitare il loro ruolo nel mondo, portando con sé il calore di una notte che nessuno avrebbe mai potuto sospettare.
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