incesto
L'abisso del padrone
10.04.2026 |
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"La possedette lì, nel parcheggio, sporcando il legame di sangue e rendendolo eterno attraverso quel segreto inconfessabile..."
Per Elisa e Domenico, venticinquenni cresciuti in una provincia che stava loro stretta, l’amore non era mai stato un porto sicuro, bensì un laboratorio di sperimentazione. Domenico, con la sua indole silenziosa e osservatrice, aveva scoperto presto che nulla lo eccitava di più del vedere Elisa trasformarsi nell'oggetto del desiderio altrui. La sua natura cuckold non era debolezza, ma un modo per possedere Elisa attraverso gli occhi degli altri.Elisa, dal canto suo, fioriva sotto lo sguardo degli sconosciuti. Era un’esibizionista nata, ma non cercava l’ammirazione dei coetanei palestrati o dei ragazzi "per bene". Il suo desiderio virava verso il decadente e il viscerale: cercava uomini segnati dal tempo, con la pelle ruvida e i modi bruschi. Per lei, la maturità rappresentava un mix di autorità corrotta e urgenza biologica. Adorava l'idea di uomini "maiali": individui che non nascondevano i loro istinti più bassi, privi dei filtri della galanteria moderna, ma pieni di rudezza ed esperienza.
Il nucleo più oscuro della fantasia di Elisa, però, era quello che nemmeno Domenico osava nominare apertamente, pur alimentandolo nei loro giochi di ruolo: l’archetipo del padre. Non si trattava di un affetto filiale deviato, ma della ricerca di una sottomissione assoluta a una figura che rappresentasse l’origine e il comando. In quegli uomini maturi e volgari che incontravano nei bar di periferia o nei club privati, Elisa cercava inconsciamente quell'autorità patriarcale da profanare.
"Vedere quegli uomini guardarla con bramosia," rifletteva spesso Domenico, "è come assistere a un rito antico." Lei non cercava un amante, cercava un padrone che sapesse di tabù e di divieto, desiderando sempre più di essere la loro schiava sottomessa. Nelle loro serate, il rituale era preciso: frequentare locali bui e poco raccomandabili, dove Elisa si esponeva in modo inequivocabile per provocare i presenti. Domenico restava in disparte, recitando la parte del fidanzato impotente e godendo del disprezzo che gli uomini maturi riversavano su di lei.
Quella sera, l’aria nell’Osteria del Moro era pesante, intrisa di fumo stantio e vapori di vino rosso. Elisa spiccava in quel tugurio come un diamante nel fango: la pelle giovane sotto le luci giallastre e un vestito di seta nera che sembrava scivolarle addosso. I suoi occhi cercarono quelli di un uomo sui sessant'anni, con la barba brizzolata e l’odore di tabacco.
"Sembri una che si è persa, ragazzina," gracchiò l’uomo.
"O forse sono esattamente dove volevo essere," rispose lei.
L’uomo le appoggiò una mano pesante sulla coscia. La differenza d’età era brutale, grottesca, ed era esattamente ciò che li eccitava. "Ragazzina, sei una gran troia," sussurrò lui con voce roca, "dovresti avere una razione di cazzo vero, non come quei frocetti che frequenti." Lo sconosciuto la spinse rudemente verso il retro del locale, in un magazzino umido. Domenico li seguì, posizionandosi dietro una porta socchiusa.
Lì, tra le casse di legno, Elisa si offrì con una spudoratezza che sfidava ogni morale. L’uomo la spinse contro uno scaffale, le alzò il vestito e la penetrò brutalmente. "Ecco troietta, così piena di cazzo devi essere... il mio cazzo da vecchio porco ci sguazza," sibilava lui mentre continuava a possederla. Elisa cercò lo sguardo di Domenico attraverso la fessura della porta: era l'estasi di essere "rovinata" da una figura paterna sotto gli occhi del compagno.
Dopo aver raggiunto l'orgasmo urlando la propria sottomissione, Elisa ricevette l'ultimo spregio: l'uomo le eiaculò dentro, ordinandole poi di pulirlo. Prima di andarsene, le schiaffeggiò le natiche con disprezzo, lasciandola lì, nel fango di quel tugurio.
Il gioco, però, era solo all'inizio. Domenico guidò verso la zona industriale, un luogo di scalo merci dove i guardoni si muovevano nell'oscurità. Elisa scese dall'auto e iniziò a toccarsi sotto la luce fioca di un lampione, usando un dildo vibrante per eccitare le ombre che la circondavano.
Dall'oscurità emerse una figura massiccia: era Massimo, il fratello maggiore di suo padre Giuseppe. Il cuore di Elisa accelerò per la pura, adrenalinica perversione. Massimo, il capostipite della famiglia, era lì a nutrirsi della sua nudità. Quando lui la riconobbe, rimase impietrito, ma non se ne andò.
"Zio, vuoi sostituirlo con il tuo e scopare finalmente tua nipote?" lo sfidò Elisa. Massimo, travolto dal desiderio, cedette. La possedette lì, nel parcheggio, sporcando il legame di sangue e rendendolo eterno attraverso quel segreto inconfessabile.
Il pranzo domenicale a casa di Giuseppe fu il teatro della normalità più stridente. Ma in giardino, Elisa e Massimo sancirono il loro patto. "Quello che è successo... è un peccato che ci porterà all'inferno," disse lui tremando.
"Non chiamarlo peccato, zio. Chiamalo desiderio," ribatté lei.
Elisa confessò il suo piano: voleva che Massimo corrompesse Giuseppe, portandolo a reclamare la figlia come sua proprietà. Massimo, sedotto dall'idea di un potere così oscuro, accettò di fare da mediatore. Iniziò a lavorare ai fianchi del fratello, parlandogli di autorità e di come una figlia, senza la mano ferma di un padre, finisca per perdersi.
La tensione esplose una sera di pioggia. In salotto, provocato da Massimo e dalla sfrontatezza di Elisa, Giuseppe perse il controllo. Il patriarca si scagliò sulla figlia, afferrandola per la nuca. "Ora imparerai cosa significa appartenere a questo nome," ringhiò.
Non c’era più il genitore, ma il dominatore assoluto. Giuseppe si sfilò la cinta e ordinò a Elisa di inginocchiarsi. Il tabù era crollato. Elisa sentì un brivido di estasi pura: aveva finalmente trasformato la sua casa nel santuario della sua più estrema sottomissione. La danza sull'abisso era finita; ora l'abisso era la loro dimora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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