tradimenti
Notte al Policlinico: Desideri Repressi
29.09.2025 |
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"Iniziò a muoversi con ritmo controllato, affondi lenti che la facevano sentire ogni centimetro, le mani che le stringevano i fianchi larghi, le dita che affondavano nella carne morbida lasciando..."
Il Policlinico di Bari, con i suoi corridoi interminabili illuminati da luci al neon fredde e impietose, era un mondo a parte. Fuori, la città pulsava con il traffico serale e il profumo salmastro del mare Adriatico che si insinuava dalle finestre socchiuse, ma dentro, al terzo piano del reparto di chirurgia generale, regnava un silenzio rotto solo dal bip ritmico dei monitor cardiaci e dal lontano lamento di un paziente insonne. Erano le due del mattino, e il turno di notte sembrava infinito, un'eterna veglia tra emergenze represse e routine asfissianti. L'aria era densa di disinfettante, mescolato a un vago odore di caffè stantio dalla macchinetta rotta in sala infermieri.Il dottor Marco Rossi, quarant'anni portati con la grazia di un lupo in gabbia, era seduto alla scrivania ingombra di cartelle cliniche. Alto un metro e ottantacinque, con spalle larghe che tendevano il tessuto del camice bianco, aveva i capelli neri leggermente mossi, scompigliati da una giornata di operazioni delicate e decisioni affrettate. I suoi occhi castani, profondi come pozzi di segreti, tradivano una stanchezza che non era solo fisica: era il peso di un matrimonio finito da due anni, di notti solitarie in un appartamento troppo grande sul lungomare, dove il rumore delle onde non riusciva a coprire il vuoto. Marco sfogliava distrattamente la cartella di un paziente post-operatorio, ma la sua mente era altrove, intrappolata in un loop di fantasie che ruotavano intorno a lei.L'infermiera Sofia Lombardi, ventotto anni di vitalità pugliese, entrò nella sala con il passo leggero di chi cerca di non disturbare i fantasmi della notte. Trasferita solo un mese prima da un piccolo ospedale di Lecce, dove il ritmo era lento come un tango estivo, Sofia si sentiva ancora un'estranea in quel colosso barese. I suoi capelli castani, folti e ondulati, erano legati in una coda alta e disordinata, con qualche ciocca ribelle che le accarezzava il collo sudato. L'uniforme verde, attillata sulle sue curve generose – fianchi larghi da donna mediterranea, seni pieni che premevano contro il tessuto sottile – la faceva sentire esposta, vulnerabile. Ma erano gli occhi di Marco, quelli che la facevano tremare: sguardi rubati durante i round mattutini, un tocco casuale sul braccio mentre passavano lo stetoscopio, un complimento sussurrato su come gestisse le flebo con "mani d'angelo". Da settimane, Sofia fantasticava su di lui nei bagni del personale, le dita che scivolavano sotto la gonna mentre immaginava il suo corpo premuto contro il suo."Buonasera, dottor Rossi," disse lei con voce morbida, posando una siringa piena di morfina sul tavolo di acciaio inossidabile. Il suono metallico echeggiò come un invito proibito. "Ho finito le medicazioni nel letto 7. Il signor Esposito dorme come un bambino ora. C'è altro che posso fare per lei... per il reparto, intendo?"Marco alzò lo sguardo lentamente, come se stesse assaporando ogni secondo di quell'ingresso. Il suo sorriso era obliquo, malizioso, con una fossetta sulla guancia sinistra che lo rendeva irresistibilmente umano. "Sofia, sempre un passo avanti. Sei un angelo in questo inferno. Vieni, siediti un attimo. Sembri esausta, e non voglio che crolli durante il prossimo codice rosso."Lei esitò sulla soglia, il cuore che le martellava nel petto come un tamburo barese durante la festa di San Nicola. Sapeva che era pericoloso: le regole del policlinico erano ferree sui rapporti tra personale, ma in quel momento, con il reparto vuoto e il caposala in pausa caffè al piano di sotto, la tentazione era un fuoco che le divorava le viscere. Obbedì, sedendosi sul bordo della scrivania, le cosce morbide che sfiorarono accidentalmente il ginocchio di lui. Un brivido elettrico la percorse, facendole stringere le gambe sotto la gonna dell'uniforme. "È solo stanchezza, dottore. Questo posto... è così diverso da Lecce. Lì, i turni finivano con un gelato sul lungomare. Qui, finiscono con... sogni strani."Lui chiuse la cartella con un gesto deliberato, le dita lunghe e abili – quelle che salvavano vite durante le appendicectomie – che sfiorarono il polpaccio di lei attraverso il nylon sottile delle calze. "Sogni strani, eh? Raccontami. Magari posso prescrivertene uno migliore." La sua voce era un sussurro rauco, intriso di quell'accento barese che rotolava come olive mature.Sofia arrossì, le guance che prendevano il colore del tramonto sul mare. "Non so se è il caso, dottore. Potrebbe essere... inappropriato." Ma i suoi occhi verdi, luminosi sotto le ciglia folte, lo sfidavano, implorando.Marco si alzò piano, torreggiando su di lei come una statua greca. Con un movimento fluido, le sue mani guantate – ancora impregnate dell'odore di lattice e alcol – le afferrarono i fianchi, attirandola contro il bordo del tavolo. Il calore del suo corpo la avvolse, e Sofia sentì il rigonfiamento nei pantaloni di lui premere contro la sua coscia. "Inappropriato? Sofia, in questo ospedale salviamo vite di giorno e reprimiamo desideri di notte. È ora di curare noi stessi." Le sue labbra sfiorarono l'orecchio di lei, il fiato caldo che le solleticava la pelle. Poi, la baciò. Non un bacio timido, ma un'invasione: la lingua che tracciava la linea dei denti, esplorando la sua bocca con la stessa precisione con cui lui incideva una ferita. Sofia gemette piano, un suono soffocato che echeggiò nella sala vuota, le mani che afferravano il camice di lui, strappando un bottone che rotolò sul pavimento come una moneta del destino.Le dita di Marco, esperte e impazienti, scivolarono sotto l'uniforme, slacciando i ganci del reggiseno con la maestria di un chirurgo. Il tessuto cedette, e i suoi seni si liberarono, pesanti e perfetti, con capezzoli rosa che si indurirono all'aria fresca della stanza. Lui li accarezzò con palmi ruvidi, i pollici che roteavano intorno alle areole sensibili, strappandole un sospiro tremante. "Dio, Sofia, sei un capolavoro. Morbida come il pane di Altamura, calda come il sole di agosto." Chinandosi, prese un capezzolo in bocca, succhiandolo con avidità, la lingua che danzava in cerchi lenti mentre l'altra mano pizzicava l'altro, facendola inarcare contro di lui. Sofia affondò le dita nei capelli di Marco, tirandoli leggermente, il corpo che si tendeva come una corda di violino.Non poteva più resistere. Con mani febbrili, gli sbottonò la camicia, rivelando il petto villoso e muscoloso, segnato da una cicatrice sottile sul pettorale destro – ricordo di un incidente in moto da giovane. Le sue unghie graffiarono la pelle, lasciando linee rosse che lo fecero ringhiare di piacere. Poi, scese più in basso, aprendo la zip dei pantaloni con un gesto audace. Il suo membro balzò libero, eretto e imponente, venoso e pulsante, la cappella già lucida di pre-eiaculazione. Sofia lo strinse nella mano piccola e calda, accarezzandolo dalla base alla punta con movimenti lenti, deliberati, sentendo il calore che le irradiava fino al centro del ventre. "È così... grosso, dottore. Ti ho sognato così, notte dopo notte."Marco inspirò резко, gli occhi che si velavano di lussuria. "Chiamami Marco, qui. Niente titoli." La girò di scatto, facendola appoggiare al tavolo con il ventre piatto contro il legno freddo. Le sue mani tirarono su l'uniforme fino alla vita, esponendo le cosce tonde e le mutandine di pizzo nero – un segreto sotto l'uniforme asettica. Con un gesto secco, le strappò via, il tessuto che si lacerava con un suono che la fece rabbrividire. Sofia ansimò quando sentì le dita di lui esplorarla: prima un tocco leggero sulle labbra esterne, poi scivolando tra le pieghe umide, trovando il clitoride gonfio e sfregandolo con cerchi esperti, lenti all'inizio, poi più veloci. Era fradicia, il suo aroma muschiato che riempiva l'aria, tradendo settimane di masturbazione solitaria nei ripostigli del policlinico, immaginando proprio quelle mani su di lei. "Sei bagnata come il mare in tempesta," mormorò lui, inserendo un dito, poi due, curvandoli per sfiorare quel punto sensibile dentro di lei che la fece gemere forte, le ginocchia che cedevano."Marco, ti prego... non torturarmi," implorò Sofia, spingendo indietro i fianchi contro la sua mano, il tavolo che scricchiolava sotto il peso.Lui rise basso, un suono gutturale che le vibrò nella spina dorsale. Si posizionò dietro di lei, la cappella del suo cazzo che premeva contro l'ingresso bagnato, stuzzicandola senza entrare. "Dimmi se vuoi fermarti. Ultima chance, infermiera.""Non osare fermarti," rispose lei, la voce rotta dal desiderio, girando la testa per guardarlo con occhi imploranti. "Scopami, Marco. Fammi dimenticare questo posto."Entrò in lei con un colpo deciso, profondo, riempiendola fino in fondo. Sofia gridò piano, mordendosi il labbro inferiore fino a sentire il sapore del sangue, per non svegliare il reparto. Lui era grosso, caldo, le sue vene che pulsavano contro le pareti contratte. Iniziò a muoversi con ritmo controllato, affondi lenti che la facevano sentire ogni centimetro, le mani che le stringevano i fianchi larghi, le dita che affondavano nella carne morbida lasciando segni rossi come marchi di possesso. Il tavolo cigolava in protesta, i loro corpi che sbattevano in un tango proibito, sudati e frenetici. Ogni spinta la portava più vicino al bordo, il piacere che montava come una marea alta, le pareti vaginali che lo stringevano in spasmi involontari."Più forte, cazzo," implorò lei, la testa china, i capelli che le coprivano il viso arrossato. Marco obbedì, accelerando il ritmo, i fianchi che sbattevano contro il suo culo rotondo con schiocchi umidi. Una mano scivolò avanti, le dita che tornavano al clitoride, sfregandolo in cerchi sincronizzati con le spinte. Sofia venne per prima, un orgasmo violento che la squassò come un terremoto, le gambe che tremavano, un fiotto di umidità che bagnava le cosce di entrambi. Gridò il suo nome, "Marco!", le unghie che graffiavano il tavolo.Lui la seguì a ruota, gemendo rauco mentre si svuotava dentro di lei, ondate calde di sperma che la riempivano, colando piano lungo le sue gambe quando lui si ritrasse. Rimasero così per minuti infiniti, ansimanti, i corpi appiccicosi di sudore e fluidi, il profumo di sesso che si mescolava al disinfettante in un cocktail inebriante. Marco la girò dolcemente, baciandola sulle labbra gonfie, la fronte contro la sua. "Cristo, Sofia... sei stata incredibile. Questo non finisce qui."Lei sorrise, le dita che tracciavano la cicatrice sul suo petto. "No, non finisce. Ma ora? Il caposala tornerà tra cinque minuti. Dobbiamo ripulirci."Si rivestirono in fretta, ridendo piano per un bottone mancante, per una macchia sospetta sull'uniforme. Mentre uscivano dalla sala mano nella mano per un istante rubato, il corridoio sembrava meno opprimente. Sapevano che il Policlinico di Bari custodiva ora un segreto: non solo cartelle cliniche, ma desideri nudi e crudi. E quella notte era solo l'inizio – la prossima pausa caffè, il prossimo turno di notte, sarebbe stata la loro medicina privata, un antidoto alla solitudine in camice. Fuori, il mare mormorava promesse, e dentro, i loro cuori battevano all'unisono. ospedale dottore infermiera turno di notte scrivania sala operatoria uniforme rapporti sul lavoro rapporto consensuale
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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