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trio

Ci raggiungi in camera?


di Sleepy699
12.09.2026    |    3.258    |    5 9.8
"Jamal annuì, come uno che ha capito il posto che gli spettava: entrare, riempirla, andarsene..."
Marta aveva 48 anni e un corpo che curava in modo ossessivo, con disciplina, palestra ogni giorno, cibo sano. Magra, fianchi stretti, pancia piatta, pelle abbronzata, capelli lunghi e corvini. I seni erano rifatti: alti, sodi, tondi, con capezzoli piccoli e scuri che mostrava orgogliosa. In spiaggia stava sempre in topless, le piaceva farsi notare.
E infatti Jamal, il bagnino, la notò fin dal primo giorno. Ventitré anni, pelle nera lucida, spalle larghe, addominali scolpiti. Ogni volta che lui passava tra gli ombrelloni il suo sguardo si posava su di lei: sdraiata pancia all’aria, occhiali da sole, i seni rifatti immobili sotto il sole, la pelle unta di olio solare. Quando si girava a pancia in giù, il costume a slip le tagliava il culo magro e la schiena era una linea dritta fino alle scapole. Lui non riusciva a distogliere lo sguardo. Quella donna molto più grande di lui lo ipnotizzava.
Quando lei si alzò per entrare in acqua, camminò lenta, i seni fermi, i capezzoli già un po’ duri passando di proposito accanto a Jamal che era in piedi accanto alla postazione. Lui non distolse lo sguardo su di lei, sembrava la stesse radiografando. Marta se ne rese conto mentre gli passava accanto, gli lanciò un’occhiata sopra gli occhiali, e scese in acqua fino alle spalle. Quando uscì, l’acqua le scorreva sul ventre piatto e i seni bagnati puntavano Jamal come se lei li stesse offrendo.
Si fermò a un metro da lui. Si tolse gli occhiali.
«che cos’hai da guardare?»
Lui non si scompose subito. «guardare e’ il mio lavoro, sorvegliare i bagnanti.»
«dovresti guardare chi rischia di annegare. Io sto camminando.»
«E’ che tu cammini così.»
Marta piegò appena la testa, un mezzo sorriso. «Così come?.»
Jamal abbassò gli occhi un attimo sui seni, poi li rialzò. «Senza niente. E facendo finta di non sapere quanto sia bello guardarti.»
«Non faccio finta. Lo so benissimo.» Si passò una mano tra i lunghi capelli neri bagnati.
Lui rise basso. «Se il mio capo nota che mi distraggo troppo, perdo il posto.»
«Allora non farti notare.» Fece un passo, abbastanza vicino da fargli sentire l’odore di sale e crema. «Dillo a me, semmai, quello che stai guardando.»
Jamal restò un secondo in silenzio. «I seni. Gli addominali. Come ti entra lo slip tra i glutei quando cammini. Tutto.»
«Tutto è una parola comoda.» Marta gli lanciò un’occhiata verso l’ombrellone, dove Paolo leggeva senza alzare la testa. «Mio marito è quello là. Non è cieco.»
«Lo so chi è.»
«Allora sai anche che se stai fermo a guardarmi così, prima o poi qualcuno te lo chiede.» Si rimise gli occhiali, ma non si mosse. «Stasera chiudi a che ora.»
«Otto. Se va liscia.»
«Noi siamo in quattrocento dodici. Dopo cena.»
Jamal la guardò dritta. «E se vengo. Cosa succede?.»
Marta si voltò verso l’ombrellone dove c’era il marito. «Succede che smetti di guardarmi da lontano. Il resto lo vedi là.»
Alle nove e venti Jamal bussò. Marta aprì. Accappatoio slacciato, nuda sotto. Magra, abbronzata fino alle linee chiare del costume, i seni rifatti alti.
Jamal restò un attimo sulla soglia.
«Entra, non restare lì», disse lei.
Chiuse la porta. In camera c’era l’aria condizionata troppo fredda e la tv accesa bassa. Paolo era in poltrona, in bermuda, a torso nudo con un bicchiere in mano.
Lei gli prese la mano e gliela posò su un seno.
«Adesso puoi anche toccarli, se ti va. Non si rompono.»
Lui rise, nervoso e già duro. Li strinse. Erano sodi, lisci. Le passò i pollici sui capezzoli. Marta inspirò.
«Così. Non fare il timido adesso.»
Paolo era in poltrona, in pantaloni. «Tutto bene?»
«Sì», rispose Jamal, senza voltarsi.
«Alza le braccia.» disse Marta.
Jamal obbedì. Marta gli prese il bordo della maglietta e gliela tirò su, lenta, facendola strisciare sulla pelle. Il petto gli comparve intero, scuro, largo, gli addominali tesi.
Lei gli posò le palme sopra e restò a guardarli. Non disse subito niente. Gli accarezzò i pettorali, gli strinse i capezzoli, come se dovesse convincersi che era lo stesso ragazzo che faceva il bagnino.
«Resta così.»
Si accovacciò un poco e gli infilò i pollici nel bordo dei pantaloncini. Sentì il tessuto stretto. Alzò gli occhi su di lui e glieli calò sui fianchi, poi sulle cosce. I pantaloncini caddero alle caviglie.
Il cazzo le spuntò davanti, pesante, scuro, già gonfio, il glande largo e lucido. Marta restò ferma. Lo sguardo le si fermò lì, senza pudore.
«Cazzo.»
Jamal fece per coprirsi con una mano, un gesto da ragazzo. Lei gli bloccò il polso.
«No. Non lo nascondere.»
Lo guardò da vicino, il respiro corto. Non lo toccò subito. Lo guardò e basta, le labbra semiaperte, lo stupore scritto in faccia.
«Lo immaginavo. In spiaggia si intuiva. Ma non così.»
Alzò una mano e lo accarezzò con le dita, lieve, quasi rispettosa. Sentì il peso, il calore, il sangue che pulsava. Lo sollevò un poco, gli sfiorò le palle, poi risalì lungo la vena scura fino alla testa. Gli scappò un fiato.
«Madonna», mormorò. «Sei bello anche qui.»
Se lo avvicinò al viso. Lo sentì contro il labbro senza ancora prenderlo in bocca. Lo baciò sulla pelle calda, un bacio piccolo, poi un altro più in basso.
«Mi piace tutto di come sei fatto», disse, bassa, parlando quasi al suo corpo. «Il petto. Gli addominali. E questo.» Lo strinse appena, più decisa. «Soprattutto questo.»
Jamal la guardava dall’alto. «Non mi guardare così che mi imbarazzi.»
Marta alzò la faccia, il cazzo ancora in mano, vicino alla bocca.
«Lascia che me lo goda. Da tre giorni che sto a pensare a com’eri fatto sotto il costume.» Lo accarezzò di nuovo, più lenta, adorante, gli occhi bassi. «Madonna», mormorò lei, senza teatralità. «Lo immaginavo, ma è un’altra cosa vederlo.»
Lo prese in bocca solo dopo, e anche quello fu un gesto lento: prima la testa, le labbra che si chiudevano intorno, lo stupore che le restava negli occhi alzati su di lui. Una mano gli restò aperta sull’addome, ferma sui muscoli, come se non volesse smettere di toccarlo nemmeno mentre lo succhiava, guardandolo. Jamal le mise una mano nei capelli, senza spingere.
«Marta…»
Lo succhiò ancora un po’, poi si alzò. Aveva la bocca lucida. «Andiamo sul letto. Qua sto scomoda.»
Si sdraiò pancia in su, le gambe aperte.
«Ti sta guardando come faceva in spiaggia.» disse il marito.
Jamal si chinò sopra di lei. Prima le baciò la bocca, breve, poi scese. Le prese un seno in mano, lo strinse, e le passò le labbra sul capezzolo. Marta inspirò dal naso.
«Non fare il delicato. Mordi un po’.»
Lui obbedì. Le succhiò il capezzolo, poi lo prese tra i denti, abbastanza da farle chiudere gli occhi e farla ansimare. Passò all’altro seno, stessa cosa: lingua, saliva, un morso più deciso che le fece emettere un suono acuto. I seni restavano sodi sotto la bocca, quasi immobili. Marta gli mise una mano sulla nuca.
«Più giù.»
Jamal scese facendo scivolare la lingua sulla pelle tesa dello sterno, poi sulla pancia piatta. Quando arrivò sotto l’ombelico, lei aprì un po’ di più le gambe.
«Jamal.»
«Mh.»
«Non girarci intorno.»
Lui le baciò l’osso del pube, poi le aprì le labbra con i pollici e le passò la lingua in mezzo, lento, da basso verso l’alto. Marta inspirò e gli afferrò i capelli. Jamal le succhiò il clitoride, poi ci tornò con la lingua piatta. Lei alzò il bacino di un centimetro.
«Siiii… Così.»
Le tenne le cosce aperte e continuò, la bocca premuta, un dito che le sfiorava l’ingresso senza entrare. Marta girò la testa di lato, verso Paolo.
«Ti piace guardare, cornuto?.»
Paolo non rispose. La guardava.
Jamal alzò gli occhi senza staccare la bocca. Marta lo guardò dall’alto, il petto che saliva.
«Adesso entra. Ti voglio sentire.»
Jamal si mise tra le sue gambe, accarezzò con il glande la figa già bagnata e spinse. Entrò solo un poco. Marta mugolò, e gli mise una mano sul fianco.
«Aspetta. È grosso. Aspetta.»
Lui restò lì, a metà. «Ti faccio male?»
«Un po’. Vai, ma piano.»
Spinse ancora. Il glande passò, poi un altro pezzo. Marta chiuse gli occhi, un gemito basso in gola, le unghie sull’avambraccio di lui.
Paolo era già accanto al letto.
«Non stare lì a chiederle permesso a ogni centimetro», disse. «Lo vuole. Faglielo prendere.»
Jamal guardò il marito, poi lei. Marta non lo contraddisse. Respirava a scatti.
«Mettilo», disse lei. «Tutto.»
Lui affondò. Stavolta entrò quasi per intero. Marta mugolò più forte, la schiena inarcata.
«Ecco», fece Paolo. «Adesso non la trattare come se si rompesse. È mia moglie, lo so quanto può prenderne. Scopala. Forte.»
Jamal ritirò e riaffondò. Il primo colpo vero. Marta gemette.
«Così. Ancora. Non fare il gentile, Jamal. Prendila.»
Lui iniziò a stantuffare. Più fondo. Più secco. Marta teneva gli occhi socchiusi, emettendo, un mugolio a ogni spinta.
Paolo le si mise accanto al viso, con il cazzo in mano, e le passò il glande sulle labbra.
«Apri»
Marta aprì la bocca. Paolo glielo mise dentro. Lei succhiò a scatti, perché ogni colpo di Jamal le spingeva la testa in avanti.
Jamal le afferrò i fianchi e accelerò.
«Bravo», disse Paolo, tenendole i capelli. «Così. Falla sentire quanto ce l’hai grosso. Scopala come se fosse tua.»
Marta si staccò un attimo, la voce già rotta, un filo di saliva sul labbro.
«Paolo…»
«Lascialo fare. Lo stai prendendo tutto.» Poi, a Jamal: «Più forte. Non ha detto di fermarti. Prendila.»
Jamal la prese più forte. Colpi lunghi, fondi, le mani strette sui fianchi magri. Marta mugolò intorno al cazzo del marito, gli occhi umidi, i seni rifatti che si muovevano sotto le spinte.
Paolo le tenne la testa e la guardò in faccia.
«La senti? Digli se ti piace.»
Marta annuì, la bocca piena, un suono basso. Jamal non si fermò. Paolo gli fece un cenno col mento.
«Allora continua. Fino in fondo. Scopala.»
Jamal la prese più forte. Colpi fondi, le mani strette sui fianchi magri. Marta mugolò col cazzo del marito in bocca, gli occhi umidi.
Marta mugolava col cazzo di Paolo in bocca. Il letto non stava più fermo.
«Sto per venire», disse Jamal.
Paolo glielo tolse di bocca solo per lasciare il posto a Jamal.
«No. Non dentro. In bocca, sborrale in gola.»
Marta ansimò, le labbra già lucide. «Paolo…»
«Apri. L’hai preso tutta la sera, adesso lo bevi.» Poi, a Jamal: «Fuori. In faccia. Svuotaglielo in bocca.»
Jamal uscì di scatto, il cazzo scuro, lucido, teso. Si mise in ginocchio sul letto, le afferrò la testa e lo cacciò tra le sue labbra. Marta lo prese.
Venne come un cavallo. Un getto denso le riempì la gola, poi un altro le uscì dagli angoli della bocca, caldo, pesante. Jamal gemette basso, i fianchi a scatti, e continuò a sborrare: sul palato, sulla lingua, sulle labbra. Marta tossì, gli occhi umidi, e lui le tenne la testa e le scaricò ancora, finché le colava sul mento e le scendeva sul collo.
«Deglutisci», disse Paolo. «Tutta.»
Marta deglutì, un filo le restò sul labbro inferiore. Respirava a bocca aperta, lo sperma bianco sulla pelle abbronzata, sui seni rifatti.
Jamal era ancora sopra di lei, ansimante, il cazzo che le pulsava contro il mento. Paolo le afferrò la nuca e la spinse verso il ragazzo.
«Baciala. Adesso. Con la tua sborra sulle labbra.»
Jamal ci pensò un secondo. Poi la baciò.
Le schiacciò la bocca sulla sua e le cacciò dentro la lingua. Lo sperma si spalmò subito: caldo, salato, viscido tra i denti. Marta gemette nel bacio e gli afferrò la nuca, tirandolo ancora più contro.
La baciò di nuovo, più fondo. Le tenne il mento fermo e le passò la lingua sulle labbra sporche, una per una, raccogliendo quello che le era rimasto all’angolo, poi glielo rimise in bocca e lo spinse dentro.
Sembravano due ragazzini che limonavano.
Paolo li guardava da sopra, il cazzo ancora duro in mano.
«Così», disse. «Lecca quello che e’ tuo.»
Jamal continuò, mescolando saliva e sborra.
Nella stanza si sentiva ancora il telegiornale, basso, e il rumore condizionatore. Fuori, nel corridoio, si sentirono delle voci e tutti e tre rimasero fermi un attimo, ascoltando.

Paolo la baciò e Marta gli afferrò la nuca.
«Paolo…»
«Stai zitta.» Glielo disse contro le labbra, già sopra di lei, già tra le sue gambe. Si calò i bermuda in fretta e la penetrò d’un colpo. Era slargata, bagnata, piena dell’altro, e lui gemette appena riprese possesso di quello che era suo.
La prese con passione. Colpi fondi, il petto premuto sul suo, una mano nei capelli, l’altra sotto il culo sodo per tenerla stretta. La baciava mentre la scopava, le leccava il sale dallo sperma sul mento.
«Ti ho vista. Ti ho vista prenderlo. Cazzo, Marta.»
Jamal era ancora lì, in piedi adesso, nudo e improvvisamente fuori posto. Guardava il marito la sua eccitazione data dal fatto che sua moglie era stata presa da uno che quella mattina le sistemava l’ombrellone.
Jamal lo capì in quel momento, senza bisogno di spiegazioni. Non era stato invitato solo perché lei lo voleva. Il marito si era acceso così: vedendola posseduta da un estraneo, vedendo la bocca di lei piena di sperma, e adesso riprendendosela ancora calda dell’altro.
Marta piegò la testa all’indietro, gemendo, le braccia intorno al collo di Paolo. «Prendimi tesoro, sono tua…»
Jamal scosse la testa. Raccolse la maglietta dal pavimento. La voce gli uscì bassa, quasi educata, fuori tempo.
«Io vado.»
Paolo non si fermò. Lo guardò, gli occhi lucidi, il viso confuso tra il sesso e qualcosa che somigliava a un ringraziamento.
«Sì. Vai.»
Jamal aprì la porta un attimo, controllò il corridoio. Prima di uscire si voltò. Marta lo cercò con gli occhi sopra la spalla del marito, la bocca aperta, i seni premuti contro Paolo. Jamal annuì, come uno che ha capito il posto che gli spettava: entrare, riempirla, andarsene. Poi chiuse la porta, senza rumore.
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