lesbo
Ai suoi piedi
29.04.2026 |
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"Pensavo al suo piede perfetto, alle dita lunghe con lo smalto rosso scuro, alla pianta morbida che avevo leccato come una disperata..."
All’epoca lavoravo part-time in un piccolo studio legale come segretaria. Avevo 22 anni, studiavo Lettere e facevo quel lavoro per pagarmi qualche spesa. La titolare, una donna di 48 anni, divorziata, elegante e curatissima, si chiamava Monica. Alta, mora con qualche filo grigio che non nascondeva, corpo ancora tonico, sempre vestita con camicette di seta e gonne a matita o pantaloni morbidi. Aveva un profumo discreto ma persistente che riempiva la stanza quando passava.Quello che mi colpiva di più, però, erano i suoi piedi. Monica aveva piedi lunghi e affusolati, misura 38, sempre curatissimi: unghie smaltate con colori classici (rosso scuro o nero), pelle morbida, talloni lisci. Li curava come un rituale: ogni settimana pedicure professionale. E adorava i sandali. Ne aveva di tutti i tipi: eleganti con tacco medio, infradito di pelle, sandali con cinturini sottili.
Io ero già sensibile alle calzature e ai piedi, così ogni mattina, quando arrivava in ufficio, il mio sguardo cadeva inevitabilmente sulle sue calzature. Le ammiravo di nascosto mentre era seduta alla scrivania o quando attraversava la stanza. Mi piaceva come il piede si muoveva dentro il sandalo, come le dita premevano leggermente sulla suola, come il tacco metteva in risalto l’arco del piede.
Un giorno di giugno, faceva caldo. I colleghi erano usciti per la pausa pranzo, Monica era in ufficio con un paio di sandali nuovi: neri, in pelle lucida, con cinturini incrociati sul dorso del piede e un tacco di otto centimetri. Erano bellissimi, raffinati ma sexy. Io non riuscivo a staccare gli occhi, mi fermai forse troppo ad ammirarli.
Lei se ne accorse e sorrise.
«Ti piacciono?» mi chiese, muovendo leggermente il piede sotto la scrivania.
Arrossii. «Sì, tantissimo. Sono davvero eleganti. E i suoi piedi sono sempre così curati. Complimenti.»
Monica rise. «Grazie, Sara. Ci tengo. Alla mia età bisogna curare i dettagli.»
Poi, senza che me l’aspettassi, tolse il piede dal sandalo destro e lo allungò leggermente verso di me, facendolo dondolare.
«Vuoi vederli da vicino? Sono comodi, ma stringono un po’ sul tallone.»
Esitai, ma la curiosità (e l’attrazione) fu più forte.
Mi chinai un po’ e presi il sandalo che aveva sfilato. Lo girai tra le mani, estasiata.
«Sono bellissimi» dissi, la voce un po’ bassa. «Li vorrei regalare a una mia amica, ha più o meno il suo piede. Posso guardarli meglio?»
Lei annuì, divertita. «Certo, fai pure.»
Mi inginocchiai accanto alla sua sedia, fingendo di esaminare il sandalo da vicino. In realtà il mio sguardo era sul suo piede nudo, appoggiato ora sul pavimento. La pelle era chiara, liscia, le dita lunghe con lo smalto rosso scuro perfetto. Senza pensarci troppo, mormorai:
«Ha dei piedi davvero belli, curatissimi, vorrei averli io così»
Monica mi guardò dall’alto, con un’espressione che passava dall’ironico al curioso.
«Grazie. Nessuno me li aveva mai notati così tanto. Mi stai facendo un complimento molto particolare, lo sai vero?.»
Sentii il viso andare a fuoco, ma non mi tirai indietro. «Sì, mi piacciono molto. Soprattutto quando hanno una forma regolare e sono curati come i suoi.»
«Chiudi la porta a chiave per favore» disse con voce calma, quasi professionale. «E vieni qui.»
Obbedii. Il cuore mi batteva così forte che temevo lo sentisse anche lei. Mi avvicinai alla sua poltrona. Monica ruotò leggermente la sedia verso di me e allungò il piede destro, posandolo sul mio ginocchio.
«Hai detto che ti piacciono i miei piedi» mormorò. «Vuoi assaggiarli?»
Deglutii. Non riuscii nemmeno a rispondere a parole, annuii soltanto.
«Allora fallo. Con calma. Non c’è fretta.»
Mi inginocchiai sul tappeto davanti alla sua poltrona. Presi il suo piede destro tra le mani. Avvicinai il viso e, con il cuore che mi esplodeva nel petto, diedi il primo bacio sulla punta delle dita. Poi un secondo, più lento. Monica emise un piccolo sospiro di approvazione.
«Brava… continua.»
Aprii leggermente le labbra e presi il suo alluce in bocca. Lo succhiai piano, facendo girare la lingua intorno. Aveva un sapore leggermente salato. Monica chiuse gli occhi per un istante e appoggiò la testa allo schienale.
«Così… piano. Goditelo.»
Passai al dito successivo, poi a quello dopo, succhiandoli uno a uno, passando la lingua tra di essi. La mia saliva rendeva la pelle lucida. Quando arrivai alla pianta, la leccai con passate lunghe, dalla base delle dita fino al tallone, premendo con la lingua piatta. La pelle era morbida, quasi vellutata. Sentivo il suo arco perfetto sotto la lingua.
Monica respirava più profondamente. Una mano scese ad accarezzarmi i capelli.
«Leccami tutta la pianta. Non lasciare nemmeno un centimetro.»
Obbedii. Leccai con dedizione, coprendo ogni parte: il centro morbido, i lati, il tallone un po’ più spesso. Ogni tanto lo mordicchiavo delicatamente, come avevo visto fare nei video che guardavo di nascosto. Lei emise un gemito basso quando passai la lingua sotto le dita, in quel punto sensibile.
«Oddio… sei brava» mormorò.
Cambiò piede. Presi il sinistro e ripetei tutto: baci, succhiate lente su ogni dito, lingua tra le dita, lunghe leccate sulla pianta.
A un certo punto spinse leggermente il piede contro la mia bocca, premendo le dita sulle mie labbra.
«Aprila… prendili tutti in bocca.»
Aprii di più e cercai di prenderne tre dita insieme. Succhiavo, leccavo, facevo girare la lingua. La saliva colava lungo la pianta e sul mio mento. Monica aveva cominciato a muovere piano il bacino sulla poltrona, eccitata.
«Sei una piccola pervertita, lo sai?» disse con voce roca ma affettuosa.
Annuii senza togliere la bocca, continuando a venerarla. Lei continuava a volte spingendomi più forte contro il piede, a volte lasciandomi respirare.
Quando alla fine mi fermai, avevo le labbra lucide di saliva. Monica mi guardò con un’espressione soddisfatta e un po’ sorpresa.
«Vieni qui» disse, tirandomi su verso di lei.
Mi baciò sulla bocca, assaggiando il sapore dei suoi stessi piedi sulla mia lingua. Fu un bacio lungo, profondo, quasi tenero.
«adesso vai a darti una sistemata» mi aveva detto quasi divertita.
Mi alzai sulle gambe tremanti. Avevo la figa così bagnata che sentivo le mutandine appiccicate. Senza dire una parola, andai in bagno in fondo al corridoio, chiusi la porta a chiave e mi ci appoggiai contro con la schiena.
Mi guardai allo specchio: avevo le guance rosse, gli occhi lucidi, i capelli un po’ spettinati. Mi abbassai i pantaloni e le mutandine. Erano fradice, una macchia evidente al centro.
Mi sedetti sul water con le gambe aperte. Una mano scese subito tra le cosce. Ero così bagnata che due dita scivolarono dentro senza resistenza. Cominciai a toccarmi quasi con rabbia.
Nella testa continuavo a rivedere la scena: il piede di Monica premuto contro la mia bocca, il sapore salato della sua pianta, il modo in cui gemeva mentre le succhiavo l’alluce, il suo sguardo dall’alto mentre si toccava.
Accelerai il movimento delle dita. Con l’altra mano mi strizzai una delle mie tettine attraverso la maglietta, tirando il capezzolo fino a farmi male. Respiravo con la bocca aperta, cercando di non fare troppo rumore.
«Cazzo… Monica…» mormorai tra me e me, quasi senza accorgermene.
Mi infilai due dita più a fondo, poi tornai sul clitoride, massaggiandolo con movimenti veloci e circolari. Pensavo al suo piede perfetto, alle dita lunghe con lo smalto rosso scuro, alla pianta morbida che avevo leccato come una disperata.
L’orgasmo arrivò e mi morsi il labbro per non gridare, ma un suono soffocato mi uscì comunque. Le gambe mi tremavano, la figa si contraeva intorno alle dita mentre venivo, bagnandomi ancora di più la mano.
Rimasi seduta lì per quasi un minuto, con il respiro corto e la testa appoggiata al muro. Il cuore batteva all’impazzata. Quando mi ripresi, mi pulii con la carta igienica, mi lavai le mani e mi sistemai i vestiti.
Tornando in ufficio ero ancora rossa in viso. Monica era seduta alla scrivania, composta come sempre, ma con un sorrisetto consapevole.
«Tutto bene?» mi chiese, inclinando leggermente la testa.
Annuii, incapace di guardarla negli occhi. «Sì certo, tutto bene.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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