tradimenti
Imbarazzo eccitante
03.04.2026 |
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Si è chinato per darmi un bacio veloce sulla fronte – l’unico punto del viso non troppo sporco – e ha mormorato: «Sei pericolosa, Silvia..."
Mio marito Marco l’ho conosciuto a 27 anni a una festa di amici comuni. Era carino, simpatico, con un buon lavoro e un futuro solido. Mi ha corteggiata come nei film: fiori, cene, weekend romantici. Ci siamo sposati dopo un anno e mezzo. All’inizio il sesso era decente, ma già dopo pochi mesi è diventato meccanico. Marco è il classico uomo “da missione compiuta”: due minuti di preliminari frettolosi, entra, spinge tre-quattro volte, viene e si addormenta. Io resto lì, con la figa ancora pulsante e bagnata, a fingere di essere soddisfatta mentre dentro di me cresceva un vuoto sempre più grande.Ormai siamo insieme da più di dieci anni e da due anni circa ho iniziato a masturbarmi quasi ogni giorno pensando ad altri uomini. Prima erano solo fantasie generiche, poi sono diventate sempre più specifiche. Immaginavo di essere presa con forza, di essere usata, di sentirmi una puttana. Marco non sa niente di tutto questo. Per lui sono ancora la sua “mogliettina dolce e un po’ timida”.
Poi è arrivato Alex.
Alex è il migliore amico di Marco da quindici anni. Si conoscono dalle superiori, hanno fatto sport insieme, vacanze, serate. È alto quasi 1,90, spalle larghe, braccia tatuate, mascella squadrata e uno sguardo scuro che mi fa tremare le ginocchia. Ha sempre avuto un debole per me, lo sentivo, ma per rispetto verso Marco non aveva mai oltrepassato il limite.
Tutto è cambiato quando, durante una grigliata a casa nostra.
Era una domenica di fine estate. Marco aveva organizzato una grigliata in giardino con pochi amici. Io indossavo un vestitino leggero bianco, corto, che mi fasciava il corpo e lasciava poco all’immaginazione. Mentre mi chinavo per prendere le birre dal frigo portatile, ho sentito gli occhi di Alex sul mio culo. Mi sono girata lentamente e l’ho beccato. Invece di abbassare lo sguardo, lui ha sorriso appena, un sorriso complice e pericoloso. In quel momento ho capito: lo volevo. E lo volevo davvero.
Quella sera stessa, mentre Marco russava sul divano dopo troppe birre, ho preso il telefono e ho iniziato a scrivere.
Ore 22:47
Io: Ciao Alex, grazie ancora per oggi, mi sono divertita un sacco.
Alex: Figurati! È sempre bello vedervi. Marco è crollato?
Io: Sì, come al solito. Io invece non riesco a dormire. Tu?
Ore 23:12
Alex: Sto guardando una partita. Tutto ok?
Io: Non proprio, posso essere sincera?
Alex: Certo.
Io: Marco è un bravo marito, ma a letto è un disastro. Mi sento sempre insoddisfatta.
Silenzio di dieci minuti. Vedevo che stava scrivendo e poi cancellava.
Alex: forse non dovresti dirmi queste cose. Sono il suo migliore amico.
Io: Lo so. Ma non riesco a smettere di pensare a te. Mi guardi in un modo che mi fa bagnare.
Ho mandato la prima foto: io in reggiseno di pizzo bianco, sdraiata sul letto, un capezzolo che spuntava appena.
Alex: Cazzo… Silvia, sei bellissima ma… questo è pericoloso.
Io: Pericoloso è bello. Ne vuoi un’altra?
Ore 23:45
Gli ho mandato una foto dal bagno: specchiata, solo perizoma nero, culo in fuori, una mano che lo stringe.
Alex: Porca troia… sei una bomba. Ma Marco è mio fratello. Non posso.
Io: Lui non lo saprà mai. Io ho bisogno di sentirmi desiderata. Tu mi desideri, Alex?
Da quel momento è iniziata la mia escalation.
Giorno 2
Io: Buongiorno! Hai sognato il mio culo stanotte?
Alex: Sì, e mi sono svegliato duro come il marmo. Ma dobbiamo smetterla.
Io: No che non dobbiamo.
Foto del giorno: topless in cucina, tette al vento, mani che le strizzano, lingua fuori.
Alex: Silvia, sei pazza. Se Marco vede questi messaggi…
Io: Non li vedrà. Mandami una foto del tuo cazzo. Voglio vederlo.
Alex: Non posso.
Io: Ti prego, solo una. Giuro che la cancello dopo.
Il terzo giorno ho alzato ancora il livello.
Ore 14:30
Io: Oggi Marco è al lavoro fino a tardi. Io sono a casa da sola… tutta bagnata.
Foto: sdraiata sul nostro letto matrimoniale, gambe aperte, dita che tengono aperte le labbra della figa rasata, già lucida di eccitazione.
Alex: Madonna santa… hai una figa perfetta.
Io: È tutta per te. La vuoi leccare?
Alex: Cazzo sì, ma non possiamo.
Io: Invece sì.
Quarta foto: io a quattro zampe sul letto, culo in aria, un dito infilato nel buchetto del sedere.
Alex: Sei una troia, una troia bellissima.
Io: La tua troia se lo vuoi.
Il pomeriggio del quarto giorno ho mandato il video che l’ha fatto crollare.
Ero in cucina, vestita solo con una canotta corta. Ho preso una banana grossa e matura, l’ho guardata in camera con occhi da puttana e ho iniziato a mimare un pompino. Leccavo la punta lentamente, poi la prendevo in bocca sempre più profonda, fino a farla sparire quasi tutta, con la gola che si contraeva. Facevo rumori bagnati, guardavo in camera e dicevo con voce roca: «Questo è quello che voglio farti, Alex… voglio succhiartelo fino a farti venire in gola o in faccia. Dimmi di sì.»
Ho mandato il video di 28 secondi.
Alex: Silvia, questo è troppo. Sto impazzendo.
Io: Allora vieni da me. Oggi alle 16. Marco e’ in trasferta per lavoro, rientra domani. Casa vuota. Ti aspetto in lingerie.
Alex: Non dovrei
Io: Invece devi. Ti voglio. Vieni.
Alle 15:50 ho sentito la macchina di Alex parcheggiare davanti a casa. Il cuore mi batteva fortissimo. Avevo addosso solo un completino di pizzo rosso fuoco: reggiseno a balconcino, perizoma e autoreggenti nere. Mi sono guardata allo specchio: sembravo una pornostar.
Quando ha bussato, ho aperto la porta e l’ho tirato dentro per la maglietta.
«Silvia, cazzo, non dovrei essere qui» ha mormorato, la voce bassa e incerta. Si passava una mano tra i capelli, evitando il mio sguardo. «Se Marco lo scopre…»
Mi sono chiusa la porta alle spalle e mi sono avvicinata, ma senza toccarlo ancora. Volevo godermi quel momento di imbarazzo, vedere quanto fosse combattuto.
«Lo so» ho sussurrato con voce dolce ma provocante. «Ma sei venuto lo stesso. Questo vuol dire qualcosa, no?»
Per qualche secondo è calato un silenzio imbarazzante. Alex mi guardava, poi distoglieva lo sguardo, poi tornava a fissarmi.
«Sei bellissima» ha detto alla fine, ma la voce gli tremava un po’. «Però questo è sbagliato. Tu sei la moglie del mio amico. Non posso fargli questo.»
L’ho preso per mano e fatto accomodare sul divano. Invece di rispondere subito, ho sfilato lentamente una delle calze autoreggenti, facendola scivolare lungo la gamba con gesti sensuali. Poi ho fatto lo stesso con l’altra. I miei piedini nudi, curatissimi, con le unghie rosso fuoco, erano ora completamente esposti. Li ho mossi piano, flettendo le dita, facendo ondeggiare i piedini in aria come per stuzzicarlo.
«Guarda quanto sono curati» ho mormorato con voce bassa e calda. «Li ho fatti fare stamattina solo per te. Ti piacciono?»
Alex deglutì visibilmente. I suoi occhi erano inchiodati sui miei piedi. Ho allungato una gamba e ho appoggiato delicatamente la pianta del piede destro sulla sua coscia, vicinissimo all’inguine. Ho iniziato a muoverlo, sfiorando il tessuto dei jeans con le dita dei piedi, premendo leggermente.
Lui ha sussultato, ma non si è spostato.
«Silvia, porca troia…» ha sussurrato, la voce rauca. «Non farlo…»
Invece di fermarmi, ho continuato. Ho fatto scivolare il piede più in alto, fino a sentire il rigonfiamento duro sotto i jeans. Ho premuto la pianta contro il suo cazzo intrappolato, massaggiandolo lentamente su e giù con movimenti circolari. I miei piedini morbidi lavoravano con calma, stuzzicandolo attraverso il tessuto.
Alex ha chiuso gli occhi per un momento, respirando pesante. «Cazzo… non dovrei, ma è troppo bello…»
Sentivo il suo cazzo diventare sempre più duro sotto il mio piede. L’imbarazzo iniziale stava cedendo il posto al desiderio puro. Ho deciso di spingere oltre. Mi sono alzata, mi sono messa in ginocchio tra le sue gambe e gli ho slacciato lentamente i jeans, abbassandoli insieme ai boxer.
Il suo cazzo è schizzato fuori: lungo, spesso, venoso, già bagnato di liquido preseminale. Era bellissimo.
Ho guardato Alex negli occhi mentre prendevo il suo membro in mano. «Vedi? Il tuo corpo non mente. Mi vuole.»
L’ho guardato negli occhi mentre lo prendevo in mano.
«Finalmente! Era ora che questo diventasse mio» ho mormorato.
Ho iniziato a leccarlo dalla base fino alla punta, lentamente, bagnandolo tutto di saliva. Poi l’ho preso in bocca. Prima solo la cappella, succhiando lentamente, poi sempre più giù, fino a sentirlo in gola. Ho iniziato a muovere la testa con ritmo, succhiando forte, facendo quei rumori osceni che so che agli uomini fanno impazzire. Una mano gli massaggiava le palle, l’altra pompava la base mentre la bocca lavorava sul resto.
Alex gemeva, una mano tra i miei capelli.
«Cazzo Silvia… sei bravissima!»
Ho tirato fuori il cazzo per un secondo, fili di bava che mi colavano dal mento.
«Voglio la tua sborra in faccia» gli ho detto guardandolo negli occhi. «Tutta quanta.»
Ho ricominciato più vorace di prima, la testa che andava su e giù velocemente, la gola che lo prendeva fino in fondo. Sentivo le sue palle contrarsi.
«Sto per venire…» ha ringhiato.
Sono uscita appena in tempo. Il primo schizzo potente mi ha colpito dritto sulla guancia, caldo e denso. Poi un altro sulla fronte, sulle labbra, sul naso. Ho aperto la bocca e ho preso gli ultimi getti sulla lingua, mentre lui continuava a venire come una fontana.
Quando ha finito, avevo il viso completamente imbrattato di sborra bianca e vischiosa. Sentivo i rivoli bianchi e vischiosi che mi colavano lentamente: uno mi scendeva dalla guancia verso il mento, un altro mi attraversava il naso e mi gocciolava sulle labbra, un terzo mi aveva colpito l’occhio sinistro rendendo tutto un po’ sfocato. Il sapore salato e muschiato mi riempiva la bocca mentre passavo la lingua sulle labbra per raccoglierne un po’.
Alex era seduto sul divano, il respiro ancora affannato, il cazzo che pulsava semi-duro tra le mie dita. Mi fissava con gli occhi sgranati, un misto di piacere residuo e di improvviso, pesante imbarazzo.
«Cazzo, Silvia…» mormorò con voce bassa e incerta, passandosi una mano sulla faccia. «Ti ho appena sborrato in faccia… sul divano di Marco. Che cazzo ho fatto?»
Non sembrava più l’uomo sicuro di sé dei messaggi. Ora sembrava un ragazzino colto in flagrante. Le guance gli si erano arrossate, evitava il mio sguardo e continuava a guardare verso la porta d’ingresso come se da un momento all’altro potesse entrare qualcuno.
Io, invece, mi sentivo euforica. Con due dita ho raccolto un grosso grumo di sborra dalla guancia e l’ho portato alla bocca, succhiandolo lentamente mentre lo guardavo.
«Mmm… mi è piaciuto tantissimo» ho sussurrato con voce roca e soddisfatta. «Mi sento finalmente una vera troia. La tua troia.»
Mi sono alzata piano, ancora con il viso imbrattato, e mi sono messa a cavalcioni su di lui. Il perizoma era fradicio. Ho preso il suo viso tra le mani appiccicose e l’ho baciato, facendo sentire sulla sua lingua il sapore della sua stessa sborra. Lui ha ricambiato per un secondo, poi si è tirato indietro di scatto, imbarazzato.
«Silvia… aspetta» ha detto, la voce tremante. «Questo è sbagliato. Non dovevo»
Proprio in quel momento, il suo telefono ha iniziato a squillare sul tavolino accanto al divano. Il nome sullo schermo ha illuminato la stanza: “Sara” – sua moglie.
Alex è diventato pallido. Ha guardato il telefono come se fosse una bomba.
«Merda…» ha imprecato sottovoce. Ha esitato un secondo, poi ha risposto, cercando di controllare la voce.
«Pronto, amore?» ha detto, tentando di sembrare normale. Ma la voce gli usciva strozzata.
Io ero ancora a cavalcioni su di lui, il viso sporco di sborra, e ho sorriso maliziosa. Ho iniziato a muovere lentamente i fianchi, strusciando la mia figa bagnata contro il suo cazzo che, nonostante l’imbarazzo, stava tornando a indurirsi.
Dall’altro lato della linea sentivo la voce di Sara, allegra e ignara: «Amore, dove sei? Ti ho chiamato prima ma non rispondevi. Stasera ceniamo dai miei, ti ricordi? Sono già le 17:10, dovresti essere a casa a cambiarti.»
Alex ha deglutito rumorosamente. Io ho avvicinato le labbra al suo orecchio libero e ho sussurrato piano, quasi senza fiato: «Dille che sei da un amico»
Lui mi ha lanciato un’occhiata terrorizzata e ha cercato di spostarmi delicatamente, ma io sono rimasta lì, divertita dal suo panico.
«Sì, sì… sono da Marco. Stavamo parlando di lavoro. Arrivo tra poco, promesso. Ti amo.»
Ha chiuso la chiamata in fretta e ha buttato il telefono sul divano come se scottasse.
«Porca puttana, Silvia» ha esclamato, ora visibilmente agitato. «Devo andare. Subito.»
L’ho guardato mentre si rimetteva in fretta i boxer e i jeans, le mani che tremavano leggermente.
«Alex… calmati» ho detto con tono dolce ma provocante. «È stato bellissimo. E lo sai anche tu.»
Lui si è passato una mano tra i capelli, evitando di guardarmi direttamente. «È stato… cazzo, è stato incredibile. Ma non possiamo più farlo. Questo è troppo pericoloso, se ci scoprono roviniamo tutto.»
Si è chinato per darmi un bacio veloce sulla fronte – l’unico punto del viso non troppo sporco – e ha mormorato: «Sei pericolosa, Silvia. Troppo.»
Poi si è diretto verso la porta quasi di corsa. Prima di uscire si è girato un’ultima volta guardando il mio viso imbrattato e la porta.
«Cancella i messaggi… per favore» ha detto piano, poi è uscito frettolosamente, chiudendo la porta dietro di sé.
Ho sentito la sua macchina che partiva di fretta dal vialetto.
Mi sono alzata, sono andata davanti allo specchio dell’ingresso e mi sono guardata: rossetto sbavato, mascara un po’ colato, sborra bianca che mi decorava le guance, le labbra, il naso e il mento. Sembravo una pornostar dopo una scena hardcore.
Ho sorriso al mio riflesso, passando un dito sulla guancia e mettendomelo in bocca.
«Tornerai, Alex» ho sussurrato. «Lo so che tornerai.»
Ho preso il telefono e gli ho mandato un ultimo messaggio WhatsApp, con una foto del mio viso ancora sporco:
Io: «Grazie per la sborrata… la tua mogliettina insoddisfatta ti aspetta già per la prossima volta. Non sparire.»
Poi sono andata in bagno a lavarmi soddisfatta, l’imbarazzo di Alex non aveva fatto altro che rendere tutto ancora più eccitante.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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