trio
Hic Manebimus Optime
CoppiaFelix2024
03.07.2026 |
494 |
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"«Non vedi come ti guarda Osvaldo? E poi non abbiamo mica firmato un trattato irrevocabile!»
Intanto Osvaldo scendeva le scale e, nel frattempo, ascoltava il dialogo fra Felicia, sempre carpona,..."
Felicia ne parlava da mesi. Non era un capriccio nato all'improvviso, ma una fantasia che aveva preso forma lentamente, alimentata da lunghe conversazioni con Ernesto durante i loro viaggi e le loro serate insieme.«Vorrei sentirmi davvero al centro dell'attenzione almeno una volta», gli aveva confidato una sera. «Non per vanità, ma per capire cosa si prova quando qualcuno ti guarda con autentico desiderio.»
Ernesto conosceva bene sua moglie. Sapeva distinguere un impulso momentaneo da un desiderio maturato con consapevolezza. Per questo affrontò la questione con il metodo che aveva sempre caratterizzato il suo lavoro. Per anni si era occupato di selezionare persone e riteneva che, anche in quel caso, l'apparenza fosse soltanto il primo passo. La vera differenza stava nell'equilibrio, nell'educazione, nella capacità di comprendere i limiti degli altri.
Pubblicò un annuncio su A69, scritto con estrema chiarezza. Nel giro di pochi giorni arrivarono decine di risposte. Molte vennero eliminate immediatamente: fotografie poco credibili, messaggi arroganti, presentazioni superficiali o eccessivamente insistenti. Alla fine ne rimasero soltanto quattro.
Stampò le fotografie, preparò una breve scheda per ciascuno e le dispose sul tavolo del soggiorno.
«Adesso scegli tu.»
Felicia osservò ogni dettaglio con calma. Non cercava il fisico perfetto, ma uno sguardo capace di trasmettere sicurezza e serenità. Lesse più volte ogni presentazione, confrontando le parole con le immagini. Passarono due giorni prima che prendesse una decisione.
Indicò una fotografia. «Lui.»
Ernesto lesse nuovamente il profilo.
«Osvaldo. Cinquantadue anni. Vive sulle colline appena fuori Firenze.»
Scorse ancora qualche riga e si fermò.
«C'è un particolare che dovresti considerare.» Felicia lo guardò incuriosita.
«Nel profilo scrive di essere anche bisessuale.» Lei rimase in silenzio per qualche secondo, poi sorrise.
«Non vedo il problema. Tu sei eterosessuale. Basta dirglielo con chiarezza.» Ernesto annuì. Era esattamente il tipo di risposta che si aspettava. Nessun imbarazzo, nessuna gelosia, soltanto la volontà di stabilire regole precise prima ancora di incontrarsi.
Gli scrisse un messaggio. La risposta arrivò pochi minuti dopo. «Nessun equivoco. Sono bisessuale, ma esclusivamente con chi lo desidera. Le preferenze delle persone vengono prima di tutto. Per me il rispetto è la condizione indispensabile di qualsiasi incontro.»
Quelle parole colpirono entrambi. Non erano la risposta di chi cercava di convincere qualcuno, ma di chi aveva imparato che il consenso vale più di qualsiasi fantasia.
La domenica successiva partirono per Firenze. La casa di Osvaldo si trovava poco fuori città, immersa nel verde delle colline. Una villa elegante, discreta, con un giardino curato e una grande terrazza affacciata sugli uliveti.
Fu lui stesso ad accoglierli sulla porta. La stretta di mano era sicura ma misurata, il sorriso spontaneo.
Prima ancora di offrire un bicchiere di vino, propose di sedersi in salotto.
«Credo sia giusto parlare un po'. Le aspettative sono importanti, ma lo sono ancora di più i limiti. Preferisco conoscerli prima di qualsiasi altra cosa.»
La luce calda del tramonto entrava dalle grandi vetrate del soggiorno, riflettendosi sul parquet e sui mobili in legno chiaro.
Osvaldo servì tre calici di Chianti senza alcuna ostentazione. Il suo modo di fare trasmetteva sicurezza, ma soprattutto rispetto.
«Prima di qualsiasi cosa», disse accomodandosi in poltrona, «preferisco che ci raccontiamo un po'. Le persone mi interessano molto più delle fantasie.»
Ernesto apprezzò quell'approccio. Da anni aveva imparato che, nelle relazioni più delicate, le parole erano molto più importanti delle apparenze.
La conversazione prese una piega sorprendentemente naturale. Si parlò di viaggi, di fotografia, di cucina toscana e delle rispettive professioni. Felicia interveniva spesso, incuriosita dall'eloquio pacato di Osvaldo e dalla sua capacità di ascoltare senza interrompere.
A un certo punto fu proprio lui ad affrontare l'argomento che Ernesto aveva già chiarito telefonicamente.
«Vorrei ribadire una cosa che per me è fondamentale. Sul mio profilo ho scelto di essere completamente trasparente. Sono bisessuale, ma questo non significa che mi aspetti qualcosa da chiunque incontri. Le preferenze di ciascuno sono intoccabili.»
Ernesto annuì. «È esattamente quello che avevo spiegato anche a Felicia. Preferisco chiarire tutto prima.» Osvaldo sorrise.
«E avete fatto bene. La sincerità evita qualsiasi equivoco.»
Quelle parole sembrarono sciogliere anche l'ultima tensione. Felicia osservava i due uomini dialogare con serenità. Si era preparata a un incontro più formale, forse persino imbarazzante. Invece stava assistendo a una conversazione tra persone adulte che affrontavano ogni tema con naturalezza.
«Posso farvi una domanda?» chiese lei.
«Certo», rispose Osvaldo. «Perché hai risposto proprio al nostro annuncio?»
Osvaldo rimase in silenzio per qualche secondo. «Perché era diverso dagli altri. Non parlava di prestazioni, ma di conoscenza. Ho avuto l'impressione che cercaste una persona prima ancora di un ruolo.» Felicia abbassò lo sguardo sul bicchiere. «Hai colto perfettamente ciò che volevamo.» Ernesto le sorrise. Conosceva quello sguardo. Era lo stesso che aveva visto tante volte quando qualcosa riusciva davvero a colpirla.
Dopo cena uscirono sulla terrazza. Firenze brillava in lontananza, mentre le colline circostanti erano ormai immerse nelle prime ombre della sera. L'aria profumava di tiglio e di terra appena irrigata.
Camminando lentamente lungo il giardino, Felicia si ritrovò per qualche istante accanto a Osvaldo, mentre Ernesto osservava la scena con la tranquillità di chi aveva piena fiducia nella moglie.
Non c'erano gesti plateali né parole studiate. Solo sorrisi, domande, brevi silenzi e quella particolare complicità che talvolta nasce quando tre persone comprendono di poter condividere un momento senza fingere di essere diverse da ciò che sono.
Prima di rientrare in casa, Osvaldo si voltò verso entrambi.
«Qualunque cosa decideremo, anche se sarà semplicemente trascorrere una piacevole serata, vorrei che fosse una scelta condivisa. Nessuna aspettativa vale quanto il piacere di sentirsi completamente a proprio agio.»
Felicia incrociò lo sguardo di Ernesto. In quel momento capì che il viaggio fino a Firenze aveva già raggiunto il suo obiettivo. Non si sentiva giudicata né osservata. Si sentiva ascoltata.
Ed era proprio quella la sensazione che aveva desiderato trovare.
Ernesto chiese dove fossero i servizi. Osvaldo indicò il corridoio e la classica «prima porta a destra». Ernesto aveva effettivamente bisogno di ritirarsi in bagno. Ma quello era anche un vecchio e convenzionale messaggio a Felicia: aveva "carta bianca" se voleva iniziare a giocare con Osvaldo. Ed era anche ciò che aveva concordato telefonicamente con lui.
Difatti, quando, soddisfatti i suoi bisogni, rientrò nell'ampio salone, trovò Felicia in ginocchio e Osvaldo in piedi, con i pantaloni mezzi abbassati e la patta aperta. Felicia gli stava praticando un rapporto orale, ma il sesso di Osvaldo non era completamente eretto. Ciò nonostante, era ben proporzionato. Non alla Rocco Siffredi, ma faceva, come volgarmente si suol dire, la sua "porca figura".
Il rientro di Ernesto interruppe il rapporto e Felicia chiese, a sua volta, di poter usare il bagno. A casa si era preparata con cura, ma preferiva, comunque, darsi una rinfrescata dopo un viaggio di circa un'ora da Siena fino alle colline a nord di Firenze.
Osvaldo si ricompose alla meglio. Ernesto si accomodò sul grande divano semicircolare.
«Non ti sarai offeso», esordì Osvaldo, allungando la bottiglia di Chianti verso Ernesto.
Ernesto rispose: «Siamo qui soprattutto per questo, non solo per parlare di Voltaire o di Cosimo de' Medici...»
E sfoderò un sorriso che contagiò anche Osvaldo.
Felicia rientrò, ma aveva cambiato look. Indossava un baby doll che lasciava il seno completamente scoperto. La parte inferiore era aperta. Sulle gambe portava due calze autoreggenti nere, senza reti né trame. Ai piedi, scarpe rosso Ferrari con tacco dodici. I lunghi capelli sciolti le scendevano lungo le spalle fino a lambire il fondo schiena.
La chicca che donava un tocco di grande impatto erotico era una mascherina con ornamenti in merletto nero, tempestata di piccoli strass che, sotto la luce, rilanciavano riflessi argentei.
I due restarono impalati.
«Sono tutta vostra», esordì Felicia. «Non deludetemi», si raccomandò.
E si sdraiò su una dormeuse dorata, stile Luigi XV, in velluto rosso, appoggiando la schiena contro l'unica spalliera dell'antico mobile. Una gamba era distesa, l'altra poggiava sul pavimento, appena divaricata verso l'esterno del divano.
Sembrava una rivisitazione della Maja Desnuda di Francisco Goya.
Con una mano si copriva il pube e la vagina, ben sapendo che presto quei due avrebbero "violato" quella effimera difesa.
E infatti Osvaldo, inginocchiandosi, le sollevò la mano. Ernesto fu lesto, per far onore alla rima, a sfilarsi scarpe, calzini, pantaloni e slip.
Osvaldo le spostò le gambe dalla dormeuse, si sedette al suo posto e la invitò a sedersi a cavalcioni sulle proprie gambe.
Felicia gli montò sopra, a gambe aperte, cingendogli il collo con entrambe le braccia.
L'asta, ormai turgida, di Osvaldo la penetrò d'un sol colpo, trovando la vagina grondante di umori. Lei lo cavalcava come si farebbe con la soma di un destriero. E il suo sedere, con quel movimento ondulante, invitava a una doppia penetrazione.
Ernesto non si attardò. Prese un lubrificante e lo utilizzò per preparare l'ano di Felicia. Prima con un dito, poi con due, infine con tre. Mentre la penetrava con le dita, le ruotava per dilatare il pertugio.
Poi utilizzò la stessa crema sul proprio sesso e, una volta reso scivoloso dalla sostanza lubrificante, divaricò le natiche di Felicia. Vide il sesso di Osvaldo muoversi nella vagina con un ritmo regolare.
L'orgasmo la colse impetuoso. Un abbondante fiotto di umore bagnò il membro di Osvaldo, che non rallentò il proprio impeto. Anche Ernesto proseguì con i movimenti del bacino, mentre le allargava le natiche.
La sfiancarono. Ma solo per il tempo necessario a svuotare mezzo bicchiere di Chianti che li attendeva ancora sul tavolo.
Felicia aveva goduto. Ma voleva far godere i suoi due partner. E, perché nò, godere nuovamente anche lei.
Andò a lavarsi dicendo: «Riposate, ma non rilassatevi, che adesso torno e... vi mangio!»
I due uomini non sapevano se fosse una minaccia o una promessa.
«C'è un altro bagno?» chiese Ernesto.
«Ve ne sono altri due», aggiunse Osvaldo. «Uno appena dopo quello in cui è andata Felicia, nel corridoio; l'altro al piano di sopra, appena imbocchi il corridoio sulla destra.»
Ernesto si avviò anche lui. Osvaldo, invece, salì a quello del piano superiore.
Quando Ernesto tornò nel salone trovò Felicia che si era messa carponi, nuda, quasi immobile. Muoveva solo le natiche, come un cane che scodinzola, ma lentamente.
«Voglio il tuo cazzo dentro il mio culo», disse, «ma solo se, a tua volta, dai il tuo a Osvaldo.»
«I patti non erano questi», puntualizzò Ernesto.
«Ma dai!», lo rintuzzò Felicia. «Non vedi come ti guarda Osvaldo? E poi non abbiamo mica firmato un trattato irrevocabile!»
Intanto Osvaldo scendeva le scale e, nel frattempo, ascoltava il dialogo fra Felicia, sempre carpona, ed Ernesto.
Quest'ultimo, quando vide Osvaldo, reclamò senza mezzi termini il rispetto del patto.
Osvaldo annuì, ma intanto si tolse l'asciugamano dalla vita e rimase nudo. Aveva nuovamente il cazzo in tiro.
«Posso?» disse, indicando il fondo schiena di Felicia. «Certo che puoi», replicò Felicia e, con entrambe le mani, appoggiando la testa sul tappeto, divaricò le natiche.
Osvaldo si abbassò, lubrificò l'ano con della crema e la penetrò delicatamente. Una volta entrata l'asta, aumentò il ritmo.
Ernesto non stette troppo a rimuginare sulla proposta oscena di Felicia.
«Se volete la guerra», disse, «che guerra sia!» Infilò un profilattico, si pose dietro a Osvaldo, gli appoggiò una mano dietro la nuca e lo costrinse a piegarsi in avanti, sulla schiena di Felicia.
Cercò l'ano di Osvaldo a tastoni. Lo saggiò con le dita e lo trovò già ben lubrificato.
Il culo di Osvaldo non aveva nulla da invidiare a quello di una donna. Morbide e carnose le natiche, le divaricò e vi conficcò nel mezzo il suo arnese.
Osvaldo aveva lo sfintere retrattile. In buona sostanza, gli stava facendo un pompino con l'ano.
Erano uno dentro l'altro: Osvaldo nel culo di Felicia ed Ernesto in quello di Osvaldo.
Durarono a lungo in quel gioco del trenino.
Alla fine, Ernesto, venendo, si sfilò il profilattico e porse il cazzo ancora pulsante alla bocca di Felicia.
Osvaldo, dal canto suo, venne anche lui ma, prima di lasciarsi andare, si avventò anch'egli sul glande di Ernesto e lo prosciugò dello sperma che ancora grondava lungo l'asta.
Infine, stanchi, si accasciarono tutti a terra, sul tappeto.
«Hai proprio un bel cazzo», disse Osvaldo, rivolgendosi a Ernesto.
«E tu un culo che è meglio della bocca di una donna.»
«Dovremmo approfondire meglio il discorso sulla bisessualità», esordì Felicia, accarezzando entrambi i cazzi dei due uomini. «Siete stati bravi», aggiunse.
Poi si recò in bagno.
«Abbiamo un conto in sospeso», disse Osvaldo a Ernesto. «Io sono bisex... ma non gay...» «E quindi?» chiese Ernesto, già immaginando la risposta. «E quindi... io ti ho dato il mio culo, ora dovrai darmi il tuo. Decidi con tua moglie quando. Assieme a lei o da soli, io e te.»
«Non stasera», aggiunse Ernesto. «Ne parlerò con Felicia e vedremo quando.»
E così convennero. Ne avrebbero parlato lui e Felicia. Ma già sapeva che ormai il "dado era tratto".
Salutando Osvaldo tirò fuori una delle sue reminiscenze degli studi classici.
«Felicia aveva goduto. Ma voleva far godere i suoi due partner. E, perché no, godere nuovamente anche lei.
Andò a lavarsi dicendo: «Riposate, ma non rilassatevi, che adesso torno e... vi mangio!»
I due uomini non sapevano se fosse una minaccia o una promessa.
«C'è un altro bagno?» chiese Ernesto.
«Ve ne sono altri due», aggiunse Osvaldo. «Uno appena dopo quello in cui è andata Felicia, nel corridoio; l'altro al piano di sopra, appena imbocchi il corridoio sulla destra.»
Ernesto si avviò anche lui. Osvaldo, invece, salì a quello del piano superiore.
Quando Ernesto tornò nel salone trovò Felicia che si era messa carponi, nuda, quasi immobile. Muoveva solo le natiche, come un cane che scodinzola, ma lentamente.
«Voglio il tuo cazzo dentro il mio culo», disse, «ma solo se, a tua volta, dai il tuo a Osvaldo.»
«I patti non erano questi», puntualizzò Ernesto.
«Ma dai!», lo rintuzzò Felicia. «Non vedi come ti guarda Osvaldo? E poi non abbiamo mica firmato un trattato irrevocabile!»
Intanto Osvaldo scendeva le scale e, nel frattempo, ascoltava il dialogo fra Felicia, sempre carpona, ed Ernesto.
Quest'ultimo, quando vide Osvaldo, reclamò senza mezzi termini il rispetto del patto.
Osvaldo annuì, ma intanto si tolse l'asciugamano dalla vita e rimase nudo. Aveva nuovamente il cazzo in tiro.
«Posso?» disse, indicando il fondo schiena di Felicia.
«Certo che puoi», replicò Felicia e, con entrambe le mani, appoggiando la testa sul tappeto, divaricò le natiche.
Osvaldo si abbassò, lubrificò l'ano con della crema e la penetrò delicatamente. Una volta entrata l'asta, aumentò il ritmo.
Ernesto non stette troppo a rimuginare sulla proposta oscena di Felicia.
«Se volete la guerra», disse, «che guerra sia!»
Infilò un profilattico, si pose dietro a Osvaldo, gli appoggiò una mano dietro la nuca e lo costrinse a piegarsi in avanti, sulla schiena di Felicia.
Cercò l'ano di Osvaldo a tastoni. Lo saggiò con le dita e lo trovò già ben lubrificato.
Il culo di Osvaldo non aveva nulla da invidiare a quello di una donna. Morbide e carnose le natiche, le divaricò e vi conficcò nel mezzo il suo arnese.
Osvaldo aveva lo sfintere retrattile. In buona sostanza, gli stava facendo un pompino con l'ano.
Erano uno dentro l'altro: Osvaldo nel culo di Felicia ed Ernesto in quello di Osvaldo.
Durarono a lungo in quel gioco del trenino.
Alla fine, Ernesto, venendo, si sfilò il profilattico e porse il cazzo ancora pulsante alla bocca di Felicia.
Osvaldo, dal canto suo, venne anche lui ma, prima di lasciarsi andare, si avventò anch'egli sul glande di Ernesto e lo prosciugò dello sperma che ancora grondava lungo l'asta.
Infine, stanchi, si accasciarono tutti a terra, sul tappeto.
«Hai proprio un bel cazzo», disse Osvaldo, rivolgendosi a Ernesto.
«E tu un culo che è meglio della bocca di una donna.»
«Dovremmo approfondire meglio il discorso sulla bisessualità», esordì Felicia, accarezzando entrambi i cazzi dei due uomini. «Siete stati bravi», aggiunse.
Poi si recò in bagno.
«Abbiamo un conto in sospeso», disse Osvaldo a Ernesto. «Io sono bisex... ma non gay...»
«E quindi?» chiese Ernesto, già immaginando la risposta.
«E quindi... io ti ho dato il mio culo, ora dovrai darmi il tuo. Decidi con tua moglie quando. Assieme a lei o da soli, io e te.»
«Non stasera», aggiunse Ernesto. «Ne parlerò con Felicia e vedremo quando.»
E così convennero. Ne avrebbero parlato lui e Felicia. Ma già sapeva che ormai il "dado era tratto".
Salutando Osvaldo tirò fuori una delle sue reminiscenze degli studi classici.
«Hic manebimus optime.»
Sapevano già tutti e tre che sarebbero tornati e che lui avrebbe "saldato" il debito con Osvaldo..»
Sapevano già tutti e tre che sarebbero tornati e che lui avrebbe "saldato" il debito con Osvaldo.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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