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Concetta la donna delle pulizie 2 parte
06.02.2026 |
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«Sono… la tua troia… avvocato… la tua puttana… con il culo e la fica pieni per te…»
Lui accelerò..."
Concetta arrivò alle 21:14 precise. Il motorino lo lasciò spento due isolati prima, per non farsi sentire. Camminò gli ultimi metri con il passo lento e pesante di chi sa esattamente cosa l’aspetta e ha già il corpo che si prepara da ore.La gonna era quella estiva che usava anni fa: corta, plissettata, nera, l’orlo che le arrivava a metà coscia e si alzava pericolosamente a ogni passo. Sotto, calze autoreggenti nere con bordo in pizzo spesso, che le stringevano la carne morbida delle cosce creando un piccolo rigonfiamento sensuale. Reggiseno a balconcino rosso fuoco, visibile dalla scollatura profonda della camicetta bianca sbottonata di due bottoni in più rispetto al solito. Il rossetto era scarlatto, lucido, quasi vernice: se lo era rimesso tre volte davanti allo specchio di casa, mordendosi le labbra per farle gonfiare di più.
Nel marsupio aveva infilato il vibratore piccolo, quello a uovo con il telecomando. Lo aveva già inserito prima di uscire: liscio, freddo all’inizio, poi caldo e pulsante una volta acceso in modalità bassa. Camminava con le gambe leggermente divaricate, i muscoli interni che si contraevano intorno all’oggetto per non farlo scivolare. Ogni gradino delle scale era una piccola tortura-delizia: il vibratore premeva contro la parete anteriore, sfiorandole il punto che la faceva tremare.
Entrò nello studio senza bussare.
Lui era già lì, in piedi al centro della stanza principale, cravatta allentata, camicia sbottonata fino al petto, maniche arrotolate. Non disse niente. La fissò mentre lei chiudeva la porta a chiave con un gesto lento, quasi cerimoniale.
«Mostrami» ordinò.
Concetta posò il carrello delle pulizie. Fece due passi indietro, si fermò sotto la luce centrale. Alzò le braccia e afferrò l’orlo della gonna con entrambe le mani. La sollevò piano, scoprendo prima il bordo di pizzo delle autoreggenti, poi la pelle chiara delle cosce, poi… niente. Nessuna mutandina. Solo la fica completamente depilata, le grandi labbra gonfie e scure, già lucide di umore che colava abbondante lungo l’interno coscia. Il piccolo uovo vibrante spuntava appena tra le labbra, il filo sottile del telecomando che pendeva come un invito osceno.
Lui si avvicinò. Le prese il mento tra pollice e indice, le inclinò la testa indietro.
«Hai tenuto il vibratore acceso per tutto il tragitto?»
«Sì, avvocato» sussurrò lei, la voce già spezzata.
«Fammi vedere quanto sei bagnata.»
Le infilò due dita direttamente dentro, senza preavviso. Le sentì scivolare fino in fondo, immerse in un calore liquido e denso. Le tolse e gliele portò davanti alle labbra.
«Apri.»
Concetta aprì la bocca. Succhiò le sue dita con lentezza deliberata, la lingua che girava intorno, gli occhi fissi nei suoi. Lui premette il telecomando: il vibratore passò a intensità media. Lei gemette forte contro le sue dita, le ginocchia che quasi cedettero.
«In ginocchio» disse lui.
Concetta si abbassò lentamente, la gonna ancora sollevata intorno alla vita. Si mise in ginocchio sul tappeto persiano, le mani posate sulle cosce. Lui si slacciò i pantaloni con calma esasperante. Tirò fuori il sesso: già durissimo, spesso, la vena dorsale gonfia e pulsante, la cappella lucida di liquido preseminale.
«Prendilo in bocca. Tutto. Fino in fondo.»
Lei si sporse in avanti. Lo prese con le labbra, piano all’inizio, solo la punta. Poi più profondo. Lui le afferrò i capelli con entrambe le mani, la tenne ferma e spinse. Le arrivò in gola di colpo. Concetta gorgogliò, gli occhi che lacrimavano, il rossetto che si spalmava lungo l’asta. Lui non si fermò: la scopò in bocca con affondi controllati ma profondi, tenendola per i capelli come una morsa. Ogni volta che lei cercava di respirare lui le dava un secondo, poi spingeva di nuovo.
«Brava puttana… prendilo tutto in gola… così…»
Quando lo tirò fuori, il filo di saliva le collegava ancora le labbra al suo sesso. Concetta tossì piano, il mascara che colava sulle guance.
Lui la fece alzare, la girò di forza e la spinse contro la scrivania. Le allargò le gambe con un calcio deciso. Le strappò le autoreggenti all’altezza dell’inguine, un rumore secco di tessuto che cede. Il vibratore cadde sul mogano con un tonfo umido.
«Mani dietro la schiena.»
Concetta incrociò i polsi sulla schiena bassa. Lui le legò le mani con la sua stessa cravatta, stretta ma non dolorosa. Poi le piegò il busto in avanti, schiacciandole i seni sul legno freddo. La gonna rimase sollevata, il culo nudo e rotondo esposto, le natiche già arrossate dall’attesa.
Le diede uno schiaffo forte sulla natica destra. Poi un altro, più forte. Concetta gridò, ma il suono si trasformò subito in un gemito profondo.
«Conta» le ordinò.
«Uno… due… tre…»
Arrivò a dieci. Le natiche erano fuoco, rosse e pulsanti. Lui le allargò con le mani, osservò l’ano stretto che si contraeva spasmodicamente, la fica che colava senza sosta, un rivolo continuo che formava una piccola pozza sul mogano.
Prese il vibratore caduto. Lo spense. Lo lubrificò con l’umore di lei. Poi lo spinse dentro l’ano, lentamente ma senza fermarsi. Concetta si inarcò, un urlo rauco che le uscì dalla gola.
«Tienilo dentro» le disse. «E non farlo cadere.»
Le infilò il sesso nella fica con un unico colpo deciso, riempiendola completamente. Il vibratore nell’ano premeva contro di lui attraverso la sottile parete interna. Concetta urlò, il corpo che tremava violentemente.
Lui cominciò a scoparla così: fica e culo contemporaneamente pieni, affondi brutali, ritmici, selvaggi. La scrivania sbatteva contro il muro a ogni spinta. I seni di Concetta strusciavano sul legno, i capezzoli duri come sassi. Lui le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro fino a farle inarcare la schiena al limite.
«Dimmi cosa sei.»
«Sono… la tua troia… avvocato… la tua puttana… con il culo e la fica pieni per te…»
Lui accelerò. Le infilò una mano davanti, trovò il clitoride gonfio e lo pizzicò forte, ruotandolo tra le dita. Concetta venne quasi subito: un orgasmo devastante, il corpo che si scuoteva come percorso da scariche elettriche, l’ano che si contraeva spasmodicamente intorno al vibratore, la fica che schizzava fiotti caldi sulle sue cosce e sul mogano. Urlò senza ritegno, la voce che si spezzava in singhiozzi di piacere estremo.
Lui non si fermò. Continuò a martellarla attraverso l’orgasmo, prolungandolo fino al dolore. Poi si tirò fuori dalla fica, tolse il vibratore dall’ano con un gesto secco e lo sostituì con il suo sesso. Entrò nel culo già aperto e rilassato, fino in fondo con un unico affondo brutale.
Concetta gridò di nuovo, lacrime che le rigavano il viso. Lui la scopò lì con violenza cieca: affondi profondi, veloci, i testicoli che sbattevano contro la fica bagnata. Le natiche arrossate tremavano a ogni impatto.
«Dove vuoi che venga?» ringhiò.
«Dentro… dentro il culo… riempimi… per favore…»
Lui grugnì forte, spinse un’ultima volta fino alla radice e venne. Schizzi caldi, densi, profondi dentro di lei. Concetta sentì ogni pulsazione, ogni getto che la riempiva. Venne di nuovo solo per quello: un secondo orgasmo anale, più lento e profondo, che la lasciò tremante e svuotata.
Lui rimase dentro qualche secondo, poi si tirò fuori piano. Il seme colò dall’ano aperto, denso e bianco, lungo la fessura depilata, mischiandosi all’umore della fica.
Le slegò le mani. Concetta crollò sulla scrivania, il respiro spezzato, il corpo madido di sudore, rossetto sbavato, mascara colato, gonna sgualcita, calze strappate, culo e fica pulsanti e colmi.
Lui le accarezzò la schiena sudata con una mano quasi dolce.
«Domani» disse piano «vieni con il vestito nero attillato. Quello con la zip dietro. Niente reggiseno. Niente mutandine. Tacchi alti. E porta le manette che tieni nel comodino.»
Concetta, ancora ansimante, girò la testa quel tanto che bastava per guardarlo.
«Le manette… le porto ai polsi o alle caviglie?» chiese con voce roca.
Lui sorrise lento.
«Entrambe.»
Lei chiuse gli occhi, un brivido le attraversò la schiena.
«Sì, avvocato.»
Poi, con le gambe che ancora tremavano, si rialzò piano.
Prese lo straccio.
E cominciò a pulire.
Le impronte delle sue mani erano ancora sul mogano.
Il seme gocciolava lento lungo le cosce.
Domani sarebbe tornata.
Con le manette.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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