Gay & Bisex
La gerarchia dei cazzi 6
20.10.2026 |
1.515 |
4
"Accanto a lui, su un altro letto, c’era un ragazzone di colore che Roberto non aveva mai visto: alto, spalle enormi, petto largo, i capelli corti e ricci..."
Passarono alcuni giorni prima che Roberto capisse che qualcosa stava davvero cambiando.
Salvo compariva sempre più spesso. Prima non lo si vedeva quasi mai nella loro sezione. Adesso invece lo incontrava in cortile, in mensa, lungo i corridoi. E ogni volta il suo sguardo si posava su Roberto e ci restava. Lungo. Pesante. Come chi sta già calcolando i tempi.
Marco se ne accorse. Non disse niente, ma il suo umore diventò più nervoso. Le serate in camerata erano più tese. Roberto continuava a fare la sua parte — bocca, mani, culo quando gli veniva chiesto — ma sentiva che l’equilibrio stava per rompersi.
Una sera, dopo che aveva appena finito di spompinare i tre uno dopo l’altro, si sentirono passi pesanti nel corridoio. Troppo regolari per essere di un detenuto. Marco fece un gesto secco. In meno di dieci secondi erano tutti di nuovo sotto le coperte, i pantaloni tirati su, i volti rivolti al muro.
La porta della cella si aprì.
«Roberto De Angelis. Raccogli la tua roba. Sei stato spostato ai piani alti.»
Roberto si alzò lentamente. Guardò Marco. Quello gli fece un cenno breve del mento, la mascella contratta. Era incazzato, si vedeva. Ma se lo aspettava. Non disse una parola.
Roberto prese il sacchetto di tela che fungeva da borsone, ci infilò le poche cose che aveva — due magliette, i boxer di ricambio, lo spazzolino — e seguì la guardia fuori.
Due corridoi lunghi, una rampa di scale, un’altra sezione. L’aria cambiava già di odore: meno affollata, più chiusa. Lo fecero entrare in una stanza piccola, con un tavolo di metallo e una lampada al neon. C’erano due guardie. Una più giovane, alta, con gli occhi chiari. L’altra più tozza, i capelli rasati, un sorriso che non arrivava agli occhi.
«Spogliati. Tutto.»
Roberto obbedì. Maglietta, pantaloni, boxer. Restò nudo sotto la luce fredda. La guardia più tozza gli fece voltare le spalle e gli allargò le natiche con le mani guantate. Fischiò piano.
«Guarda un po’ in che stato è. Qualcuno ti ha lavorato bene, eh?»
La guardia giovane rise. «Ancora aperto. E umido.»
Non ci fu bisogno di molte parole. Il tozzo si sbottonò i pantaloni e tirò fuori un cazzo già duro, medio ma spesso. «In ginocchio.»
Roberto si inginocchiò. Prese il membro tra le labbra mentre l’altra guardia gli si metteva dietro. Sentì le dita guantate che gli aprivano di nuovo il buco, poi la punta del cazzo che premeva. La guardia giovane entrò con un solo movimento deciso, fino in fondo. Roberto gemette intorno al cazzo che aveva in bocca. Lo scoparono in silenzio, professionali quasi, come se fosse solo un altro compito del turno. Il tozzo venne per prima, tenendogli la testa ferma e sparando in gola. L’altra lo prese ancora per un paio di minuti, poi si svuotò dentro di lui con un grugnito basso.
Quando finirono, si sistemarono i pantaloni come se niente fosse.
«Vestiti. Ti portiamo dal tuo nuovo compagno di cella.»
La cella di Salvo era al piano superiore. Quattro letti, solo due occupati. Salvo stava seduto sul suo, a torso nudo, e sorrise appena Roberto entrò. Accanto a lui, su un altro letto, c’era un ragazzone di colore che Roberto non aveva mai visto: alto, spalle enormi, petto largo, i capelli corti e ricci. Doveva avere più o meno l’età di Salvo.
«Eccolo il mio Bob», disse Salvo, alzandosi. «Vieni, accomodati. Questo è Kofi. Kofi, Roberto.»
Kofi annuì, lo sguardo lento che scendeva sul corpo di Roberto e ci restava.
Salvo gli mise una mano sulla spalla.
«Con le guardie è andato tutto bene? Ti hanno fatto i controlli?»
Roberto deglutì. «Sì.»
«Racconta. Cosa ti hanno fatto?»
La voce di Salvo era tranquilla, quasi curiosa. Roberto esitò un secondo, poi raccontò. Le dita guantate, la bocca, il culo, chi era venuto dove. Mentre parlava, vide chiaramente Salvo e Kofi portarsi una mano tra le gambe. Si toccavano sopra i pantaloni, senza nascondersi, ascoltando ogni dettaglio.
Quando Roberto finì, Salvo sorrise più largo.
«Quello era il prezzo del trasferimento. Dovevi pagarlo. Ma adesso… cazzo, con questo racconto guarda in che condizioni ci hai messo.»
Si calò i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già completamente duro. Kofi fece lo stesso: il suo membro era lungo, molto scuro, spesso, con la testa larga che già luccicava in punta.
Roberto li fissò per un attimo. Poi, senza che nessuno glielo ordinasse, si mise in ginocchio sul pavimento tra i due letti.
Salvo gli passò una mano tra i capelli, soddisfatto.
«Bravo ragazzo. La serata è appena cominciata. E tu devi ambientarti.»
Kofi si alzò e gli si mise di fianco, il cazzo a pochi centimetri dal viso di Roberto. Salvo dall’altra parte. Due membri caldi, diversi, già pronti.
Roberto aprì la bocca e iniziò.
Doveva imparare le nuove regole. E la notte era lunga.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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