Adoro il football americano
Bassolazio35
Parto per Palermo con il telefono pieno di contatti e la testa già proiettata agli incontri che potrebbero aspettarmi. Decine di ragazzi, eterosessuali o semplicemente curiosi, con cui parlo da giorni, da mesi, in qualche caso persino da un anno. Alcuni mi hanno cercato proprio sapendo del mio arrivo in città. Altri sono comparsi all'improvviso, attratti dalla possibilità di sperimentare qualcosa di diverso, di oltrepassare per qualche ora i confini delle proprie abitudini.
Essere tickler, master e conoscere a fondo il mondo kinky mi apre porte che, a prima vista, sembrerebbero inaccessibili. Dietro certe conversazioni apparentemente disinvolte intuisco curiosità mai confessate, desideri ancora indefiniti, voglia di lasciarsi andare senza dover necessariamente prendere l'iniziativa. Ma organizzare tutto questo è diventato quasi un secondo lavoro. Messaggi, attese, promesse, appuntamenti da incastrare. Cerco di capire cosa cerchi ciascuno, fin dove voglia spingersi, quanto sia davvero disposto a trasformare le parole in qualcosa di concreto. Eppure, proprio quando arriva il momento di incontrarsi, qualcuno si tira indietro, qualcun altro sparisce senza spiegazioni. Il rischio di ritrovarmi con una città intera a disposizione e nessun incontro reale è sempre in agguato.
Quando arrivo sotto casa, ho ancora addosso la stanchezza del viaggio e quella particolare tensione che precede ogni partenza carica di aspettative. Ad aspettarmi c'è il figlio del proprietario, un ragazzo sui vent'anni, molto carino, che so essere un calciatore. Dovrebbe essere soltanto un rapido saluto, qualche parola di cortesia per la consegna delle chiavi. Invece la conversazione si allunga. Mi racconta dei suoi viaggi all'estero, delle sue avventure, mentre sul telefono scorrono fotografie che mi mostra con una naturalezza disarmante. In alcune indossa soltanto il costume; in altre, l'inquadratura indugia sui piedi. Io ascolto, sorrido, faccio domande. Intanto, la fantasia comincia a correre per conto suo. Nell'aria si mescolano il profumo che indossa e l'odore caldo della pelle. O forse è soltanto la mia immaginazione, già troppo vigile dopo settimane di messaggi e aspettative. Lui, comunque, non sembra avere alcuna fretta di andarsene. Mi concedo qualche allusione, lancio un paio di esche per vedere se abbocca, ma senza oltrepassare il limite. In quella casa tornerò ancora, e non ho nessuna intenzione di compromettere un rapporto che potrebbe restare piacevole anche senza diventare altro.
Quando finalmente se ne va, chiudo la porta e recupero il cellulare, che ho lasciato silenziato durante il viaggio e la conversazione. Lo schermo si accende come una piccola esplosione: notifiche, messaggi, richieste, conversazioni lasciate in sospeso. Per un istante non so nemmeno da dove cominciare. Poi, tra decine di nomi e soprannomi, uno in particolare cattura la mia attenzione.
Il nick rimanda al mondo dei bull. Apro il profilo, incuriosito. Le fotografie mostrano un fisico scolpito, addominali profondi, spalle larghe e una presenza che buca lo schermo. Eppure non c'è nulla di esplicito: cerca coppie eterosessuali, almeno così dichiara. Non è tanto il suo aspetto a colpirmi, però, quanto il modo in cui scrive. Poche parole, nessun giro inutile, nessuna esitazione. Mi domanda se voglio essere la sua troia. Rispondo di sì quasi d'istinto, prima ancora di avere il tempo di ragionare su quello che sto facendo. Quindici minuti dopo è già sotto casa. Ed è proprio allora che i dubbi cominciano a farsi sentire. Un conto è guardare fotografie, un altro è trovarsi davanti una persona in carne e ossa. Quando arriva sul viale, per qualche secondo rimango quasi senza parole. È alto, almeno un metro e ottantacinque, e ha una massa muscolare impressionante, distribuita con un'armonia che sembra studiata. Lineamenti mediterranei, capelli impeccabili, denti bianchissimi e una carnagione olivastra esaltata dall'abbronzatura. Indossa abiti casual, ma scelti con cura. Al braccio tiene il casco della moto. È uno di quegli uomini che sembrano perfettamente consapevoli dell'effetto che producono, senza avere bisogno di dimostrarlo. Scambiamo poche parole. L'atmosfera è diversa da quella delle conversazioni online: più concreta, più intensa, quasi priva di spazio per le esitazioni. Entriamo e la porta si chiude alle nostre spalle.
Da quel momento è lui a dettare il ritmo. Mi colpiscono la sicurezza dei gesti e la naturalezza con cui assume il controllo della situazione. Io, che sono abituato a muovermi in questo mondo e a leggere le intenzioni degli altri ma, soprattutto a condurre il gioco, mi ritrovo per una volta nella posizione di chi osserva, ascolta, subisce ed aspetta di capire dove porterà l'incontro. Il suo aspetto continua a sorprendermi. Ogni dettaglio sembra curato, dal fisico atletico alla pelle, fino al profumo pulito che lascia nell'aria quando mi passa vicino. È una presenza difficile da ignorare, quasi irreale nella sua perfezione. L'intesa si costruisce attraverso ordini, risposte e piccoli cambiamenti d'espressione. Mi impone di inginocchiarmi davanti al suo corpo nudo e al cazzo già durissimo. Non mi dà il permesso da subito di succhiarlo, mi chiede di annusarlo e aspettare. Poi mi ordina di aprire la bocca e me lo spinge giù in gola. Mi scopa la bocca facendomi lacrimare e, così, segna definitivamente i ruoli tra noi. La sua sicurezza è ciò che mi aveva incuriosito nei messaggi, ma dal vivo acquista una dimensione completamente diversa. C'è qualcosa di magnetico nel modo in cui alterna fermezza e attenzione, nel contrasto tra l'immagine dominante con cui si è presentato e i momenti in cui sembra cercare una conferma da parte mia. A un certo punto, però, un gesto brusco interrompe quell'equilibrio, mi dà uno schiaffo e mi sputa in viso. Non mi piace o meglio, mi blocca, anche se dentro mi eccita molto. Lui se ne accorge immediatamente e cambia atteggiamento. La durezza scompare, lascia spazio a una delicatezza inaspettata. Si scusa, senza cercare giustificazioni. È un passaggio breve, ma significativo. In quel momento capisco che, al di là dell'immagine che vuole dare di sé, anche lui sta cercando di capire fin dove può spingersi e come vivere quell'esperienza senza tradire la fiducia che gli ho accordato.
La tensione si scioglie. Gli dico che possiamo continuare, purché restiamo attenti a ciò che entrambi desideriamo. Il tempo, da lì in avanti, perde quasi consistenza. L'incontro si sviluppa in un alternarsi di iniziativa e complicità, con lui sempre più disinvolto e io sempre più sorpreso dalla sua capacità di lasciarsi andare. Tanto che, ad un certo punto, mi chiede di distendermi sul letto a pancia in su e di sporgere la testa dal materasso. In quel modo può infilarmi il cazzo in gola fino alla trachea. Ci riesco, nonostante a tratti mi senta soffocare. Poi si ferma, si siede col sedere sulla mia faccia e mi ordina di leccarlo. Il sapore di culo maschile mi inebria e sono in estasi. Poi si mette sul letto a pecora, espone quei due glutei muscolosissimi e mi dice di leccarlo. Faccio quasi fatica ad arrivare all’ano, tanto sono consistenti le sue natiche. Poi mi permetto di chiedergli se posso entrare con un dito a cercare la prostata ma lui mi ferma. “Niente dita, prendi qualche giochino”. Non mi sembra vero. Caccio un piccolo massaggiatore prostatico, lo lubrifico bene, avvio la vibrazione al massimo e provo a spingerlo dentro. All’inizio fa un po’ di resistenza ma, poco dopo, lo sfintere si rilassa all’improvviso e il vibratore entra di botto. “Siiii, cazzo!”, fa lui ad alta voce. Questo mi motiva a continuare la penetrazione, afferrando, nel contempo, il cazzone da sotto. Lo mungo un po’ ma subito mi chiede di succhiarlo, così lascio il massaggiatore vibrare nel culo e mi chino per arrivare al cazzo con la bocca. Ci sono momenti in cui sembra dimenticare completamente l'immagine di uomo sicuro e imperturbabile che aveva portato con sé entrando in casa. È proprio questa trasformazione a colpirmi: la distanza tra il ragazzo deciso che mi aveva scritto poche righe sul telefono e l'uomo che, poco alla volta, comincia a mostrarsi senza tante difese. Finito questo momento, si rialza, si rimette in piedi davanti a me, mi dice di sedermi a bordo letto e mi scopa la bocca finché esplode e mi riempie di sborra. Quando finalmente ci fermiamo, sono convinto che sia arrivato il momento dei saluti. Mi aspetto il consueto rituale: una rapida sistemata, qualche parola di circostanza, la porta che si chiude e il ricordo di un incontro destinato a rimanere isolato. Invece, lui si riveste con calma. E poi si siede.
Comincia a parlare come se ci conoscessimo da molto più tempo. Mi racconta che gioca a football americano ad alti livelli, che si è sposato da poco e che, ogni tanto, si concede qualche libertà quando frequenta le spiagge nudiste. Gli piace cercare coppie, mi spiega, e vivere esperienze che gli permettano di uscire dalla routine senza stravolgere il resto della sua vita. A un certo punto viene fuori anche il discorso sugli uomini. Mi confessa di aver avuto una sola esperienza precedente, qualcosa che liquida con poche parole, quasi fosse un episodio insignificante. Io lo ascolto, cercando di conciliare ciò che mi sta raccontando con l'immagine che mi ero costruito di lui. È evidente che la sua curiosità è più complessa di quanto lasciasse intuire il profilo. E sapere di aver rappresentato per lui un'esperienza nuova mi regala una sensazione particolare, difficile da spiegare: non tanto l'orgoglio di essere stato scelto, quanto la consapevolezza di aver condiviso un momento che, per lui, aveva un significato diverso dal semplice incontro occasionale. Continua a raccontare, si sofferma sui dettagli delle sue avventure, mi fa domande e ascolta le mie risposte. La conversazione scorre senza imbarazzi. Quasi non sembra più lo stesso uomo che, poco prima, aveva attraversato la soglia con quell'aria sicura e inaccessibile. A un certo punto, però, guardo l'orologio. Sono in ritardo per un altro appuntamento.
Devo interromperlo, anche se mi dispiace. Ci salutiamo con la sensazione che il nostro incontro non sia stato soltanto ciò che avevamo immaginato all'inizio. Non ci sono fotografie. Nessuna immagine da conservare, nessuna prova da riguardare nei giorni successivi. Soltanto qualche messaggio rimasto sul telefono e una serie di dettagli che la memoria, con il tempo, selezionerà a modo suo. Ripenso spesso a quella giornata, soprattutto al contrasto tra l'uomo apparso sullo schermo e quello che ho conosciuto davvero. E mi rendo conto che, in mezzo a decine di contatti, appuntamenti mancati e promesse evaporate, gli incontri destinati a restare sono quasi sempre quelli che non ho programmato fino in fondo. Questa volta, Palermo mi ha riservato una sorpresa. E certe sorprese, per quanto brevi, non hanno bisogno di fotografie per restare impresse.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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