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Gay & Bisex

La gerarchia dei cazzi 4


di MASQUARATE
19.10.2026    |    218    |    1 8.9
"Accelerò, spinse fino in fondo un’ultima volta e si svuotò dentro di lui, caldo, a getti lunghi, tenendolo fermo contro il suo bacino..."

Era passato quasi un mese.
Roberto ormai conosceva i segnali. Sapeva quando Marco voleva la bocca, quando voleva solo la mano, quando bastava restare seduto sul bordo del letto con le labbra già socchiuse. Sapeva riconoscere il tono di voce con cui veniva chiamato, il modo in cui Marco si sedeva, lo sguardo che gli lanciava durante la cena. Si rendeva disponibile senza che glielo dicessero. A volte addirittura prima.
Il suo corpo aveva imparato più in fretta della testa. Il cazzo gli si induriva solo a sentire i passi di Marco avvicinarsi di notte. L’odore di quelle sborrate, il sapore salato sulla lingua, il peso di un membro caldo tra le dita… erano diventati una necessità. Si segava quasi ogni sera dopo, inspirando ciò che gli restava sulla pelle, e a volte veniva solo ripensando a come gli avevano usato la bocca.
Era dipendente. E lo sapeva.
Marco se ne era accorto. E voleva di più.
Una sera, dopo la conta, i quattro si attardarono sotto le docce. Diego e Samuele si piazzarono vicino all’ingresso della stanza bagnata, facendo da palo senza troppa discrezione. L’acqua scorreva già quando Marco spinse Roberto contro le piastrelle fredde.
«Stasera ti preparo.»
Roberto deglutì. Sapeva cosa voleva dire. Lo aveva sentito dire a Samuele settimane prima. Il cuore gli batteva forte, ma non disse di no. Ormai non diceva quasi più di no.
Marco gli fece voltare le spalle e gli allargò le natiche con una mano. L’acqua calda scorreva su entrambi. Con l’altra mano prese il sapone liquido e se ne versò un bel po’ sulle dita. Poi, senza fretta, iniziò a lavorare il buco di Roberto.
Il primo dito entrò piano, girando, spingendo, cercando di rilassare l’anello di muscoli. Roberto emise un suono basso, metà sorpresa e metà qualcosa di più oscuro. Marco ne aggiunse un secondo. Le dita entravano e uscivano, allargate a forbice, strofinando, aprendo. Il sapone rendeva tutto scivoloso. Roberto premeva la fronte contro le piastrelle, le gambe leggermente divaricate, e sentiva il proprio cazzo indurirsi completamente sotto il getto d’acqua.
«Respira. Spingi fuori quando entro. Così… bravo.»
Marco fu paziente. Pulì, allargò, lavorò il buco finché non riuscì a infilare tre dita senza troppa resistenza. Poi tirò fuori una crema densa, medica, che sapeva di niente. Se ne mise una buona quantità sulle dita e la spinse tutta dentro Roberto, massaggiando, spalmandola in profondità.
«Adesso sei pronto. Torniamo.»
Si asciugarono in fretta. Diego e Samuele li seguirono in silenzio fino alla camerata. Le luci erano già basse. Gli altri due si sistemarono sui loro letti, pronti a guardare.
Marco fece sdraiare Roberto a pancia in giù sul materasso, poi gli sollevò i fianchi finché non fu a ginocchia e gomiti. Gli abbassò i boxer fino a metà coscia. Il buco era ancora lucido di crema, leggermente aperto.
Marco si mise in ginocchio dietro di lui, si calò i pantaloni e si prese il cazzo in mano. Era già duro, spesso, la testa scura. Si mise un po’ di crema anche lì, poi avvicinò la punta all’ingresso di Roberto.
«Piano. Se fa male troppo, dimmelo. Ma non mi tiro indietro.»
Spinse.
La testa entrò con una resistenza lenta, calda, stretta. Roberto affondò la faccia nel cuscino e gemette, un suono lungo e roco. Marco aspettò, una mano sulla sua schiena, l’altra che gli teneva un fianco. Poi spinse ancora, centimetro dopo centimetro, finché non fu dentro fino in fondo.
Roberto tremava. Il dolore c’era, sordo, profondo, ma insieme a esso arrivava qualcosa di altro: una pressione calda, un riempimento che gli toglieva il respiro, un piacere sporco che saliva dalla base della spina dorsale.
Marco iniziò a muoversi. Lento all’inizio. Usciva quasi tutto e rientrava con pazienza, lasciando che Roberto si abituasse. Ogni spinta faceva gemere il ragazzo contro il cuscino. Diego e Samuele si erano già tirati fuori i cazzi e si toccavano guardando.
«Cazzo quanto sei stretto…» mormorò Marco, la voce roca. «Lo senti? Tutto dentro.»
Roberto annuì, incapace di parlare. Le spinte diventarono un po’ più profonde, un po’ più ritmate. Marco gli afferrò i fianchi con entrambe le mani e iniziò a scoparlo davvero: lunghe penetrazioni che gli facevano muovere tutto il corpo in avanti, il suono umido di pelle contro pelle, i gemiti che non riusciva più a trattenere.
A un certo punto Marco si chinò sul suo dorso, una mano che gli scendeva a prendere il cazzo duro di Roberto, e iniziò a segarglielo a tempo con le spinte.
«Vieni pure. Voglio sentirti stringere.»
Roberto venne dopo pochi secondi, con un gemito soffocato, lo sperma che gli schizzava sul materasso mentre il culo gli si contraeva intorno al cazzo di Marco. Quella stretta fece perdere il controllo anche a Marco. Accelerò, spinse fino in fondo un’ultima volta e si svuotò dentro di lui, caldo, a getti lunghi, tenendolo fermo contro il suo bacino.
Restarono così per qualche secondo, ansimanti. Poi Marco uscì piano. Roberto sentì lo sperma colargli lungo la coscia interna, caldo e denso. Si lasciò cadere di fianco, le gambe molli, il corpo ancora scosso da piccoli brividi.
Marco gli passò una mano tra i capelli, quasi affettuoso.
«Adesso sei completo, Bob. D’ora in poi ti prendo anche così. Quando voglio.»
Roberto non rispose. Chiuse gli occhi e sentì ancora il calore residuo dentro di sé, l’odore di sesso che riempiva la camerata, e la consapevolezza chiara, definitiva, che non avrebbe più potuto farne a meno.
Diego e Samuele erano già venuti da soli, guardando. La stanza tornò quieta solo molto più tardi.
Roberto si addormentò con il buco ancora leggero, dolente, lo sperma di Marco che gli si asciugava sulla pelle, e un sorriso piccolo, stanco, che non riusciva a togliersi dalla faccia.
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