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Gay & Bisex

La gerarchia dei cazzi 5


di MASQUARATE
20.10.2026    |    1.150    |    4 9.8
"Quando venne, lo fece spingendo fino in fondo e restando lì, svuotandosi dentro di lui con un grugnito basso e soddisfatto..."

La mattina dopo Roberto camminava in modo strano.
Non era eviden­te a chi non sapeva guardare, ma a chi aveva occhi allenati sì. Un leggero ritardo nel mettere il peso sulla gamba destra, una tensione nelle anche, un modo più cauto di sedersi in mensa. Il buco gli doleva ancora, un bruciore sordo e caldo che gli ricordava ogni passo di cosa gli era successo la notte prima. Marco lo aveva preso due volte: una lenta e profonda, l’altra più dura, tenendolo fermo a quattro zampe finché non gli aveva riempito di nuovo il culo.
Gli sguardi più attenti se ne accorsero.
Tra quelli c’era Salvo.
Salvo aveva ventisei anni, veniva da un’altra sezione del riformatorio e pesava almeno quindici chili più di Marco. Spalle larghe, braccia tatu­ate fino ai polsi, una cicatrice sottile che gli tagliava il sopracciglio sinistro. Non era del gruppo di Marco, ma tutti sapevano chi comandava nei corridoi e chi comandava davvero. Salvo era uno di quelli che comandavano davvero.
Lo aveva osservato per giorni. Aveva visto i modi, i segnali, il modo in cui Roberto ormai si rendeva disponibile appena Marco alzava un sopracciglio. E quella mattina, vedendolo camminare con quel leggero disagio, aveva capito tutto.
Il giorno successivo, durante l’ora d’aria, Marco tirò Roberto nei locali della palestra in disuso. Era una stanza ampia, polverosa, con attrezzi rotti ammassati lungo i muri e una luce debole che filtrava dalle finestre alte. Nessuno ci andava quasi mai. Marco lo spinse contro un muro, gli abbassò i pantaloni e lo inculò lì, in piedi, una mano sulla bocca di Roberto per smorzare i gemiti. Fu veloce e intenso. Quando venne, lo fece spingendo fino in fondo e restando dentro qualche secondo in più, respirando pesante contro il collo del ragazzo.
Stavano ancora sistemandosi i vestiti quando la porta si aprì.
Salvo entrò applaudendo lentamente, un sorriso storto stampato in faccia. Dietro di lui la porta si richiuse con un click.
«Bravi, bravi. Continuate pure, non vi disturbo.»
Si fermò a pochi metri da loro. Con calma si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era grosso. Più grosso di quello di Marco, più scuro, già mezzo duro e che si stava indurendo del tutto mentre lo teneva in mano.
«Adesso chi mi aiuta con questo?»
Marco non batté ciglio. Si inginocchiò subito, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e tirò Roberto giù con sé afferrandolo per un braccio.
«Fai come dice», gli mormorò all’orecchio, la voce bassa e tesa. «Altrimenti sono cazzi amari. Per tutti e due.»
Roberto si mise in ginocchio. Le gambe gli tremavano ancora per la scopata di poco prima. Salvo si avvicinò, il cazzo ormai completamente duro che gli oscillava pesante davanti al viso.
«Tutti e due. Bocca. E non fate i preziosi.»
Marco aprì per primo. Prese il membro di Salvo con una familiarità che disse a Roberto che non era la prima volta. Succhiò con competenza, scendendo fino a metà, usando la lingua, tenendo gli occhi abbassati. Poi si spostò di lato e spinse leggermente la testa di Roberto verso quel cazzo.
«Tocca a te. Apri.»
Roberto obbedì. Il sapore era diverso, più forte, più muschiato. La circonferenza gli riempì subito la bocca. Salvo posò una mano pesante sulla sua nuca e iniziò a spingere, non troppo forte all’inizio, ma abbastanza da fargli capire chi decideva il ritmo. Marco intanto leccava le palle e la base, collaborando. I due lavoravano insieme: quando uno saliva, l’altro prendeva il posto, saliva e lingue che si alternavano sul cazzo spesso di Salvo.
Salvo gemette basso, soddisfatto.
«Cazzo, il nuovo ha una bocca decente. Marco, l’hai addestrato bene.»
Dopo qualche minuto Salvo tirò indietro la testa di Roberto e lo fece voltare.
«Adesso il culo. Quello me lo prendo io.»
Marco lo aiutò a mettersi a quattro zampe sul pavimento sporco della palestra. Gli abbassò di nuovo i pantaloni. Il buco di Roberto era ancora un po’ aperto e umido di prima. Salvo si mise in ginocchio dietro di lui, si sputò sulla mano, se ne passò un po’ sul cazzo e spinse.
Roberto gridò contro il braccio. Era più grosso, più insistente. Entrò comunque, lentamente ma senza fermarsi, finché non fu dentro fino alle palle. Salvo non ebbe la pazienza di Marco. Iniziò subito a scoparlo con spinte lunghe e pesanti, tenendolo fermo per i fianchi. Ogni botta faceva muovere tutto il corpo di Roberto in avanti. Marco, intanto, si era messo davanti a lui e gli aveva infilato di nuovo il cazzo in bocca, tappandogli i gemiti.
Salvo e Marco si guardarono un attimo sopra la schiena di Roberto. Un’intesa silenziosa. Poi Salvo accelerò, le cosce che sbattevano contro quelle di Roberto, il suono umido e carnale che riempiva la stanza polverosa. Quando venne, lo fece spingendo fino in fondo e restando lì, svuotandosi dentro di lui con un grugnito basso e soddisfatto.
Uscì piano. Roberto restò a quattro zampe, ansimante, lo sperma di Salvo che gli colava già lungo una coscia. Marco si tirò fuori dalla sua bocca senza venire e si alzò.
Salvo si sistemò i pantaloni, si passò una mano tra i capelli e sorrise.
«Bel buco. Me lo riprendo quando voglio. E tu, Marco, tieni a bada il tuo cagnolino. Non voglio casini.»
Uscì chiudendosi la porta dietro.
Il silenzio che restò fu pesante.
Marco aiutò Roberto ad alzarsi. Gli tirò su i pantaloni, gli passò un braccio intorno alle spalle e lo fece sedere su una panca arrugginita. Roberto tremava ancora, il culo in fiamme, il sapore di Salvo ancora in bocca.
Marco si accovacciò davanti a lui e gli parlò a voce bassa, seria, senza il tono di comando di sempre.
«Adesso ascolta bene, perché ti spiego come funziona qui dentro. C’è una gerarchia. Io comando nella nostra camerata. Diego e Samuele stanno sotto di me. Tu stai sotto di tutti e tre. Ma sopra di me ci sono tipi come Salvo. Loro possono prendere quello che vogliono, quando vogliono. Se un giorno Salvo ti chiama, vai. Se ti dice di inginocchiarti, ti inginocchi. Se ti dice di aprire il culo, lo apri. Non perché ti piace. Perché se dici di no, sono problemi per tutti. Capito?»
Roberto lo guardò. Gli occhi erano lucidi, ma non di lacrime. Di qualcosa di più freddo, di più consapevole.
«Capito.»
Marco gli passò una mano tra i capelli, quasi dolce.
«Sei intelligente. Lo hai dimostrato finora. Continua così e sopravvivi. Anzi, più che sopravvivere: impari a usare quello che hai. Bocca, culo, faccia da santo. Qui dentro valgono più dei muscoli, se sai muoverti.»
Roberto annuì lentamente. Sentiva ancora il calore dello sperma di Salvo che gli scorreva dentro, il dolore sordo, e insieme a tutto questo una chiarezza nuova.
La gerarchia. I debiti. I favori. Chi poteva prendere e chi doveva dare.
Per la prima volta da quando era entrato, non si sentì solo una vittima.
Iniziò a capire.
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