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Il paradiso di mare e sesso 6 La rapina


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
21.06.2026    |    101    |    0 8.0
"I corpi si mischiarono subito sotto la luce arancione dei lampioni che filtrava dalle persiane..."
Mancavano solo due giorni alla partenza. Con Jonas e Andrea avevamo programmato di andare tutti insieme al Salto Ángel, nell'Amazzonia venezuelana, per vedere la cascata più alta del mondo. Sarebbe stato il nostro ultimo viaggio insieme: dopo l'Amazzonia loro avrebbero proseguito il loro tour per il Sud America, mentre io e Stefany saremmo tornati a Margarita. Una specie di grandioso finale prima di salutarci.

Le cose, però, cambiano in fretta quando si fa notte a Porlamar.

Eravamo sulla mia Opel Corsa, di ritorno dal casinò. Io e Stefany davanti, Jonas e Andrea sul sedile posteriore. Arrivato all'incrocio tra Avenida 4 de Mayo e Calle San Rafael, il semaforo scattò sul rosso. Mi fermai. Eravamo a soli due isolati da Calle Larez, praticamente dietro casa.

Nel nostro barrio, dietro l'ospedale, quella macchina era conosciuta, e la gente della zona sapeva che frequentavo la cerchia stretta del Monco. Sapevano che ero stato il fidanzato di sua sorella Melanie. Ma a quell'ora di notte, la lucidità per strada è un lusso che i bichitos non hanno.

Dalle ombre dell'incrocio sbucarono in due. Erano i classici zozzoni del barrio, magri da far paura, con le magliette sgualcite e i movimenti scattanti, nervosi, di chi è completamente strafatto di crack. Prima ancora che potessi realizzare, sentii lo scatto metallico delle maniglie. Le portiere si aprirono insieme.

Uno si sporse dal mio lato, infilando nell'abitacolo l'odore acido della strada, agitando un coltello da macellaio a pochi centimetri dalla mia pancia. L'altro si buttò sul sedile del passeggero, puntando un serramanico verso il retro della macchina.

— ¡Mazinga! Fermi tutti! — urlò quello dal mio lato, con la voce spezzata e gli occhi spalancati dal crack. — Fuori tutto! Soldi, orologi, portafogli! Muoversi, o vi buchiamo qui dentro!

Dietro, Jonas e Andrea si bloccarono, presi dallo shock puro di chi non è abituato a trovarsi una lama a un centimetro dalla faccia. Stefany, invece, rimase immobile sul sedile. Da brava venezuelana, mantenne la schiena dritta e gli occhi fissi in avanti, respirando lentamente. Sapeva che in quei momenti un movimento falso può farti sparare.

Io rimasi con le mani sul volante. La mia era una finta freddezza, una maschera che cercavo di tenere ben salda sul viso anche se sentivo la bocca completamente secca e lo stomaco contratto dalla paura. Sapevo che se avessi mostrato il panico, quei due, alterati com'erano dalla droga, avrebbero colpito. Mi voltai lentamente verso il tipo dal mio lato, guardando la lama e poi i suoi occhi sballati.

— Mira bien dónde te has metido — dissi, forzando la voce a rimanere bassa e ferma. — Questa è la Opel di Tano. Siamo a due isolati da Calle Larez. Se esce una sola goccia di sangue in questa macchina, entro domani mattina il Monco vi fa trovare buttati morti in qualche canale.

La parola "Monco" e il nome "Tano" risuonarono nell'abitacolo con il peso di una condanna.

Il tipo col coltello si irrigidì di colpo. Il crack dà alla testa, ma ci sono nomi che penetrano anche la nebbia della droga più pesante. Guardò me, poi guardò meglio l'interno della Opel. Capì la zona, capì chi fossi. Nel barrio nessuno bluffa usando quel nome. L'altro rapinatore lanciò un'occhiata al compagno, abbassando impercettibilmente il serramanico.

— ¿El Tano? — sussurrò quello dal mio lato. L'arroganza gli morì in gola, sostituita dal terrore puro di chi sa che la sua vita adesso dipendeva dal mio buon cuore. — Coño... disculpe, patrón... no sabíamos...

Ritirò la lama come se scottasse. Fece due passi indietro e sbatté la portiera, mentre il suo compagno usciva di scatto dall'altro lato. Nel giro di tre secondi sparirono di corsa, inghiottiti dal buio di Calle San Rafael.

Il semaforo scattò sul verde. Inserii la prima con le mani che cominciavano a tremare per il rilascio dell'adrenalina e percorsi gli ultimi due isolati fino al parcheggio del condominio.

Salimmo in appartamento in silenzio. Eravamo tutti scossi, ma nei due tedeschi lo shock della rapina era ancora stampato negli occhi, una macchia grigia sul viso. Andai in cucina, presi una bottiglia di rum e versai da bere per tutti direttamente in sala. Mandammo giù i primi sorsi quasi senza respirare. Ma la tensione accumulata in quella macchina era troppa, l'aria in salotto era elettrica, pesante. Non c'era spazio per i discorsi. L'adrenalina della strada stava chiedendo il conto, trasformandosi in un bisogno viscerale, carnale, di contatto.

Stefany fu la prima a muoversi. Si sfilò il vestito estivo con un gesto fluido, rimanendo nuda sotto il ronzio del ventilatore. Bionda, magra, con le sue gambe infinite che tagliavano lo spazio. Andrea la guardò, mandò giù l'ultimo goccio di rum e, senza dire una parola, si alzò anche lei, lasciando cadere i vestiti sul pavimento, mossa dallo stesso identico impulso di buttarsi alle spalle la paura.

Andammo tutti verso la camera da letto principale, lasciando la porta spalancata sulla penombra del corridoio.

Jonas, ancora stordito e con il bicchiere in mano, ci seguì a distanza. Non si spogliò; rimase sulla soglia, appoggiato allo stipite della porta, a guardare. Aveva lo sguardo fisso, il respiro pesante di chi ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa di vivo per far calmare i battiti del cuore. Vedere la carne, il movimento, quel sesso che nasceva dal pericolo, era la sua medicina contro il terrore di quella notte.

Mi portai sul letto con Stefany e Andrea. I corpi si mischiarono subito sotto la luce arancione dei lampioni che filtrava dalle persiane. Fu un sesso vero, sporco, privo di qualsiasi timidezza, una necessità assoluta di sfogare l'energia dell'incrocio. Le gambe lunghissime di Stefany si intrecciavano con le mie, mentre Andrea cercava la mia bocca e le mie mani, offrendo il suo corpo in una sequenza fluida, scandita solo dal rumore monotono delle pale sul soffitto.

Eravamo sudati, la pelle si incollava a ogni spinta e il sapore del rum tornava a ogni bacio. Ero al centro di quel groviglio biondo e caldo, spingendo a fondo prima in una e poi nell'altra, guidato da un ritmo serrato che azzerava i pensieri. Stefany sospirava il mio nome, Andrea rispondeva con gemiti soffocati tra le lenzuola, e l'eco di quel coltello spariva a ogni secondo che passava.

Dalla soglia, Jonas non staccava gli occhi da noi. Man mano che il ritmo sul letto si faceva più intenso, vedevo le sue spalle rilassarsi, il suo respiro regolarizzarsi, ipnotizzato da quella dimostrazione violenta e bellissima di sopravvivenza.

Andammo avanti per ore, consumando ogni briciolo di energia rimasto, finché non arrivammo al culmine insieme, un'esplosione di respiri caldi e pelli bagnate che ci lasciò svuotati, distesi l'uno contro l'altro.

Jonas, finalmente tranquillo, girò i tacchi in silenzio e andò a dormire nella sua stanza, del tutto riappacificato con la notte.

Restammo abbracciati nel buio della camera, con il ventilatore che provava a rinfrescare i nostri corpi esausti. Stefany appoggiò la testa sul mio petto, mentre Andrea si rannicchiava di lato, con una mano sulla mia schiena.

— Domani ringrazierò quel pezzo di ferro della tua Opel — sussurrò Stefany nella penombra. — Ma adesso tienimi ancora così.

Nel silenzio che seguì, sfilando via le ultime ombre della notte, a pochi isolati di distanza verso Calle Larez, i galli del Monco cominciarono a cantare per salutare i primi chiarori dell'alba. E, come al solito, a rompere i coglioni.
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