trio
La Troietta del Tavolo da Ping-Pong #6 di 6
giorgal73
08.06.2026 |
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"Ogni tanto solleva una mano per sfiorarsi il petto, forse per controllare che il cuore batta ancora..."
--- Premessa ---La mia amica Laura leggendo il primo racconto si è eccitata da morire e mi me ne ha chiesto un secondo, più spinto, più esagerato, mi ha raccontato una sua giornata al parco e da li i miei polpastrelli hanno preso vita. Il racconto è lungo e l’ho diviso in 6 parti, tutte disponibili nella sezione trio, quindi leggetele e commentatele. Laura ama i commenti, la sua anima esibizionista vi potrebbe ricompensare. Mentre io vi ringrazierò, ma come al solito lascio un invito a tutte le donne che leggendomi, proveranno il desiderio di conoscermi dal vivo ovviamente.
--- Parte 6 – Elena prende il comando e i cazzi ---
Elena poi tira fuori la lingua, la schiocca per aria come a dire “lavoro ben fatto”, e mi guarda: «Adesso vedrai che miracolo ti faccio.» Non c’è sfida nel suo tono, solo la certezza di chi conosce i muscoli del piacere come le proprie tasche. Con un gesto rapido, allunga la mano nel suo zainetto, prende un tubetto di gel trasparente e lo spalma tra le dita, senza nemmeno preoccuparsi di chi la guarda. Spalma il gel sulle dita, poi torna dietro Luca e, senza preavviso, gliele infila dentro, una dopo l’altra, con una progressione lenta ma inesorabile. Luca prima si irrigidisce, poi si lascia andare in una serie di mugolii che non avevo mai sentito uscire da una bocca maschile. Elena non si ferma: lo scopa con le dita mentre gli bacia la schiena, la nuca, poi lo tira indietro per i capelli e gli sussurra qualcosa all’orecchio, troppo basso perché lo possa sentire. Luca si volta verso di me con gli occhi lucidi, e io capisco che quello che sta provando è una specie di estasi che va oltre il dolore, oltre la vergogna: è l’essere completamente alla mercé di qualcun altro, senza nessuna possibilità di controllo.
Elena prende il suo cazzo ormai almeno a metà risorto, lo stringe alla base con la mano libera, e inizia a pomparlo con una forza che non ti aspetteresti da una ragazza così minuta. La testa di Luca si abbandona sulle spalle, la bocca semiaperta, il corpo che si contrae in scosse involontarie. «Ti sei inculato la mia amichetta e ora ti inculo io con le dita fino a quando il tuo cazzo non torna pronto per le nostre bocche,» gli sibila Elena, la voce diabolica e divertita.
Sento il sangue che mi sale alle guance, una vergogna improvvisa e dolce, come se vedessi i miei segreti raccontati su uno schermo gigante e mi piacesse da morire che tutti li vedano. In pochi minuti Luca è di nuovo pronto. Il suo cazzo si raddrizzato in modo quasi tragico, come se fosse costretto a tornare in servizio dopo un infortunio. Elena lo piega verso di sé, poi mi fa cenno di avvicinarmi: «Vieni qui, e fammi vedere come si fa sul serio.»
Mi inginocchio accanto a lei, sento le ginocchia che mi fanno male per la pressione sul pavimento duro. Elena mi passa una mano dietro la nuca, mi guida verso la punta del cazzo di Luca, e mi fa capire che questa volta si gioca in squadra. Le nostre lingue si alternano, si scontrano, si scambiano saliva mentre divorano la lunghezza del cazzo come se fosse una gara di velocità. Ogni tanto le nostre bocche si incrociano, e sento il sapore di Luca mischiarsi con quello di Elena, un gusto strano di metallo, di sudore, di zucchero e sangue. Luca non resiste a lungo — nessuno resisterebbe.
Quando sente le dita di Elena ancora dentro di lui, e le nostre lingue che si inseguono sul suo cazzo, esplode di nuovo, stavolta senza nemmeno il tempo di avvisare. Sento la sborra che mi schizza in fondo alla gola, calda e densa come una medicina, e poi subito dopo vedevo la faccia di Elena che rideva, la lingua bianca di sperma, la soddisfazione crudele di chi ha domato la bestia e ora la mostra al pubblico come un trofeo. Solo allora mi sono resa conto che le gambe erano completamente molli, che il sudore mi colava dietro la schiena e che la stanza puzzava di sesso, di urina, di vita vera. Avevo la maglietta tutta arrotolata sotto le tette, il reggiseno completamente fuori asse, i capelli appiccicati al collo.
Resto seduta sulla panca, i muscoli ancora tremanti, il respiro lento e pesante come dopo una lunga corsa. Mi guardo attorno e, per la prima volta, vedo il parco con occhi nuovi: la quiete stranamente intatta, il silenzio quasi irreale dopo il concerto di gemiti e sospiri, le foglie che oscillano nell’aria pulita come se niente fosse successo. Nessuno ci ha visti, nessuno sembra aver notato la piccola rivoluzione esplosa qui, nel nostro angolo segreto di verde e terra battuta. Volevo studiare, volevo memorizzare date, formule, nomi di filosofi morti: invece mi porto addosso il battesimo animale dell’estate, una pelle nuova che odora di pori spalancati e desiderio.
Elena si alza per prima, un raggio di sole che si stiracchia in lentezza da felina, e si avvicina a me. Ha gli occhi lucidi, la pelle bagnata di sudore, il sorriso di chi sa di aver vinto e non ha bisogno di nasconderlo. Si china con la grazia di una modella anche in mezzo al caos, raccoglie i miei mini-jeans dal prato e me li sventola davanti come un trofeo appena conquistato. Sorride, poi me li tira su piano, con due dita, lasciando la carezza delle nocche sulla pelle del mio fianco. Io sento il corpo che si accende di nuovo, un brivido che mi attraversa la schiena e si attacca tra le gambe, là dove ancora pulsa l’eco di quello che abbiamo fatto. Elena mi infila i jeans come se mi rivestisse per uscire a una sfilata, poi si inginocchia davanti a me e, con una lentezza da amante, mi passa la lingua sulle guance per ripulire gli ultimi residui di sperma. Mi bacia piano la fronte, un gesto dolce e devastante, e io vorrei restare così per sempre, ferma in questa bolla di intimità sfrontata.
Giorgio è ancora seduto con le gambe larghe, il cazzo che si affloscia piano tra le dita, la schiena piegata come dopo una maratona. Ha lo sguardo fisso davanti a sé, le pupille che galleggiano in uno stupore misto a felicità, come chi ha appena visto Dio e ora deve imparare di nuovo a essere umano. Ogni tanto solleva una mano per sfiorarsi il petto, forse per controllare che il cuore batta ancora.
Luca invece sembra aver recuperato subito il controllo: si già rialzato, sistema la cintura, ma non perde mai quel suo sguardo da predatore. Anzi, adesso sembra più fiero, quasi compiaciuto come un pittore che osserva la propria opera e ci trova piccoli difetti solo per avere una scusa per rifarla meglio la prossima volta. Il suo sorriso è storto, imperfetto, ma non c’è traccia di disagio, solo una specie di promessa sottintesa, come se dentro la testa già progettasse nuove variazioni sul tema. Vedo che mi osserva, fissa il modo in cui tiro su il top che si incastra sui capezzoli ancora duri, e penso che anche solo mezz’ora prima una scena del genere mi avrebbe terrorizzata, mi sarei nascosta, avrei chiesto scusa per aver occupato troppo spazio nel mondo. Ora invece sento solo un calore strano, una fierezza quasi infantile che mi spinge a guardarlo dritto negli occhi, a sfidarlo a ricordare ogni dettaglio.
Sento Elena che mi sussurra “brava”, ma non è solo una parola: è un’investitura, una carezza che mi fa sentire parte di una tribù segreta. I due ragazzi si rivestono in silenzio, ancora un po’ storditi. Giorgio cerca di infilare i pantaloni con dita tremolanti, Luca si ravviva i capelli e fa un mezzo inchino come a ringraziare un pubblico invisibile. Elena osserva la scena con aria soddisfatta, poi mi prende la mano senza chiedere il permesso e mi tira su, in piedi. Per un attimo resto in piedi, sento le gambe molli, la testa leggera, le ginocchia nude che bruciano per la pressione sul pavimento duro. Sento la mia voce che esce sgraziata, ancora ingolfata dal respiro, mentre dico ad Elena: «Grazie, mi hai salvata.»
E di nuovo lei, con quella sua grazia scostumata, mi sfiora il mento con l’indice e mi dice “Sempre, bella mia.” Poi si volta verso Giorgio e Luca, che ora sono immobili come due statue antiche, e sorride: «Ragazzi, ci si vede in giro.
Complimenti, comunque. Avete scopato bene la mia amica. E la prossima volta ci sarà anche il mio culo a far festa.»
La frase resta sospesa nell’aria, galleggia sulle nostre teste e poi si posa come neve fresca sul silenzio del gruppo. Luca ride, non di quella risata da bullo, ma con una specie di rispetto nuovo, quasi incredulo che una ragazza potesse schiaffeggiare così la realtà e andarsene senza voltarsi.
Mentre camminiamo verso l’uscita del parco, sento ancora il culo che brucia un po’, la figa che gocciola dentro le mutande stropicciate, e penso che nella vita reale nessuno ti spiega mai quanto sia bello lasciarsi andare. Elena mi stringe la mano con forza, le dita intrecciate strette come catene. Camminiamo in mezzo ai passanti, alla gente che corre o si bacia o litiga per questioni di niente, e nessuno può sapere quello che abbiamo appena fatto, nessuno potrebbe riconoscere la nuova specie di complicità che ci lega.
Ad un tratto Elena si ferma e mi fissa, gli occhi che scintillano dietro la frangia bagnata: «Allora, cara la mia troietta… la prossima volta non ti lascio sola, anzi io direi di fare un bel doppio a ping-pong, o preferisci giocare una partita vera con delle palle di plastica?» Il modo in cui lo dice mi fa sciogliere dal ridere, cado quasi piegata in due, e sento l’imbarazzo che non è più un peso ma una fonte di energia, uno sberleffo al mondo intero.
«Preferisco quelle calde e morbide attaccate a un bel cazzo, grazie. E tu lo sai», ribatto, e la mia voce non trema nemmeno.
Il sole è ancora alto sopra il parco, e per un momento mi sembra che tutta la città si sia fermata a guardare noi, due ragazze che portano in faccia e sulla pelle la memoria di quello che è successo. Sento Elena che ride e poi mi bacia ancora sulla bocca, la lingua che mi accarezza i denti, e penso che forse sia vero quello che dice lei: che nella vita bisogna avere il coraggio di prendersi quello che si vuole, anche se nessuno ti ha mai insegnato a chiederlo.
E sai una cosa, caro diario?
Aveva ragione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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Commenti per La Troietta del Tavolo da Ping-Pong #6 di 6:

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