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La Troietta del Tavolo da Ping-Pong #5 di 6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
08.06.2026    |    53    |    1 8.7
"» Elena, però, non si fa scoraggiare dalla resa fisica, anzi sembra goderne: ha quell’aria da scienziato pazzo che cerca di riportare in vita il mostro sul lettino di Frankenstein..."
--- Premessa ---
La mia amica Laura leggendo il primo racconto si è eccitata da morire e mi me ne ha chiesto un secondo, più spinto, più esagerato, mi ha raccontato una sua giornata al parco e da li i miei polpastrelli hanno preso vita. Il racconto è lungo e l’ho diviso in 6 parti, tutte disponibili nella sezione trio, quindi leggetele e commentatele. Laura ama i commenti, la sua anima esibizionista vi potrebbe ricompensare. Mentre io vi ringrazierò, ma come al solito lascio un invito a tutte le donne che leggendomi, proveranno il desiderio di conoscermi dal vivo ovviamente.

--- Parte 5 – Luca mi incula ---

Giorgio inizia a masturbarsi sfregando il cazzo contro le mie labbra. Mi schizza in faccia, ma io continuo a succhiare, voglio prenderlo tutto, voglio sentire il sapore che si mischia con il mio respiro. Ho la faccia impiastricciata di sperma, la bocca che gocciola, il culo che pulsa. Sento le mani di Luca che mi sculacciano ancora, e il suo respiro diventa rantolo.

«Te lo sborro tutto dentro, senti come pulsa? Senti?»

Quando arriva, lo sento per davvero: una serie di colpi caldi che mi riempiono dentro, gocce spesse che mi danno quasi la nausea per quanto sono intense.

Ha spinto fortissimo un’ultima volta e l’ho sentito fino all’ombelico e in gola, e sono venuta dopo di lui, un attimo dopo, lasciando andare la testa tra le mani e il corpo in una crisi da svenimento, come se mi avessero staccata dalla mia stessa presa di corrente. Giorgio mi si accascia addosso da davanti, ancora con le mani in mezzo ai capelli, e mi bacia sulla fronte come uno che ha appena corso la maratona. Luca si tira fuori con una lentezza da chirurgo, poi mi prende per il mento e mi fa guardare la sua opera: la faccia impiastricciata, la bocca rossa, la pelle del culo rovente e aperta come una ferita. E mi piace. Mi piace da impazzire.

La sensazione di essere stata riempita è così totale che per un attimo ho pensato di aver perso il controllo di ogni muscolo del corpo. Il calore denso, la pressione improvvisa, ogni goccia che mi invade l’intestino: è come se, con l’orgasmo di Luca, mi venisse iniettata una memoria nuova sottopelle, qualcosa che mi spinge quasi a re imparare chi sono. Tremavo. E in quell’istante, in mezzo al tremore, ho sentito un suono acuto: tacchi sulle mattonelle, risata metallica, il ronzio della porta che si richiude in fondo alla stanza.

Dietro di me la voce di Elena buca l’aria come una frustata: «Cazzo, Laura… non ti posso lasciare un secondo che subito fai la puttana con questi due fighi.»

Non è rabbia. È una specie di ammirazione feroce, come se avesse appena sorpreso la figlia a rubare in un supermercato e si sentisse fiera della sua intelligenza criminale. Mi sono voltata, ancora piegata sulle ginocchia, quasi nuda, e l’ho vista: reggiseno nero a triangolo, lo stesso di sempre, jeans sdruciti che le fasciavano il culo come una seconda pelle, la frangia bionda e spettinata dagli auricolari che si era appena tolta. Aveva lo sguardo di chi sa di essere un gradino sopra tutti.

Luca si staccato dal mio culo, il cazzo ancora gonfio e congestionato, e la sborra inizia a colarmi lenta lungo le cosce. Sento il vuoto subito dopo, come un dolore sordo, come se mi avessero tolto una stampella che ormai è parte del mio corpo. Elena si inginocchiata dietro di me, senza dire una parola, e mi passa due dita tra le natiche, raccogliendo con una lentezza chirurgica quello che fuoriusciva. Me le ha mostrate davanti agli occhi — lucide, bianche, perfettamente sporche — poi se le è infilate in bocca una alla volta, esagerando lo schiocco della lingua. Non mi ha lasciato neanche il tempo di capire cosa provassi: subito infila la lingua direttamente sull’ano, leccando e aspirando con malizia, raccogliendo ogni stilla, ogni residuo denso e salato. Il sollievo è immediato e mortificante. Ho chiuso gli occhi, lasciando che la sua lingua mi pulisse e mi facesse sentire di nuovo intera, quasi nuova.

Poi si alzata. Mi solleva per i capelli, tirando con un po’ di violenza, e mi ribalta verso di lei. La sua bocca è aperta, la lingua srotolata come un tappeto rosso. Mi bacia con forza, spargendomi la sborra di Luca sulla lingua, sulle gengive, sotto al palato. Limoniamo a lungo, con una foga che sapeva più di rabbia che di desiderio, mani che si stringevano sulle mascelle, denti che sbattevano. Ogni volta che le nostre lingue si intrecciavano sentivo il sapore di lui, di noi tre, e mi veniva quasi da ridere per quanto tutto questo fosse assurdo, ma anche perfetto.

Davanti a noi Giorgio ci guardava con occhi enormi, il cazzo ancora duro e lucido, come se non avesse mai visto due ragazze baciarsi in vita sua, o come se non riuscisse a capire il passaggio di potere che stava avvenendo proprio lì, sotto il suo naso. Elena l’ha puntato col dito come un arbitro che indica la panchina a un calciatore stanco.

«Non ti muovere, bello. Ora ci divertiamo noi.»

La voce di Elena è più roca del solito, la sua risata una frusta che mi accendeva ogni nervo rimasto. Si è inginocchiata accanto a me, mi ha tirata a sedere accanto a sé, e mi passa una mano dietro la schiena, come a dire che adesso erano affari di famiglia. Abbiamo preso il cazzo di Giorgio a quattro mani, scambiandoci sguardi da cospiratrici. Io gli accarezzavo la punta con il dorso delle dita, sentendo la pelle sottile e calda, il pre-sperma che lucida la cappella come olio. Elena passa la lingua su tutta l’asta, dal basso all’alto, poi ci ha schiaffato sopra una lunga striscia di saliva, e mi ha guardata come se aspettasse un applauso.

«Guarda come trema,» ha sussurrato, piegando la testa di lato come una gatta che studia la preda. «Ti piace quando siamo in due, vero Giorgio?»

Lui ha annuito, incapace di parlare.

Elena prende le sue palle in mano, stringendole con delicatezza, quasi a pesarle. Io ho seguito il movimento, portandole in bocca una alla volta, sentendo il gusto salato della pelle e il battito accelerato del sangue sotto le labbra. Giorgio si lasciato andare indietro sul divanetto, solleva le mani in aria come uno che si arrende alla polizia e chiude gli occhi. Sento il suo corpo che tremava, la tensione che si accumulava a ogni leccata, ogni bacio, ogni morso minuscolo che Elena gli dava lungo le vene dell’asta.

A un certo punto abbiamo iniziato a lavorare in sincronia, come se lo avessimo sempre fatto. Io gli succhiavo le palle, Elena si occupava della punta e del corpo del cazzo, alternando schiaffi dolci e carezze con la lingua. Abbiamo iniziato a parlare tra noi come se Giorgio non ci fosse più, come se fosse solo un oggetto di studio.
«Senti quanto è teso,» diceva Elena. «Stai per scoppiare, eh?»

Io ridevo e annuivo, con la bocca piena, poi lasciavo un bacio umido sulle cosce di Giorgio e mi tiravo indietro solo per vederlo contorcersi un po’ di più.
Non so quanto sia durato davvero — il tempo si è ridotto a una successione di sensazioni: la pressione del cazzo tra le labbra, la lingua veloce di Elena, le dita che si stringevano sulle mie spalle. Poi Giorgio ha gemuto, un suono da animale, e ci schizza entrambe in pieno sulla faccia e sulla lingua. I primi due getti mi hanno colpita sugli zigomi, e ho sentito il calore esplodere sulle guance. Elena mi ha guardata con un sorriso di vittoria, poi si girata e ha preso in bocca la punta, succhiando il resto con una determinazione da carnivora. Ho sentito il sapore sulle labbra, sulla lingua, sul mento, e invece di spaventarmi o farmi schifo, mi ha dato una specie di pace. Era come se i nostri corpi stessero riscrivendo le regole, inventando da zero un nuovo modo di essere sporchi e felici.

Abbiamo continuato a leccare e succhiare finché la pelle non è rimasta pulita, lucida e fremente. Poi ci guardiamo negli occhi, io ed Elena, e ci viene da ridere insieme, una risata isterica e complice che mette a disagio Luca e Giorgio più di qualunque cosa. Era la nostra partita, la nostra vittoria personale.

Elena non lascia mai spazio ai dubbi, è una leader anche tra le lenzuola, e quando decide che è il suo momento la scena si ferma come in un film d’azione, tutti trattengono il respiro per vedere cosa farà. «Ehi, Rosso, dacci il tuo cazzo, ora.» Il comando di Elena taglia l’aria come una frustata, e per un secondo anche Giorgio, ormai ridotto a poltiglia di gameti e orgoglio maschile, si volta a guardarla. Luca obbedisce senza fiatare, come se l’avesse aspettato da ore. Mi viene da ridere quando vedo che il suo cazzo, dopo la performance di prima, è moscio come un lombrico, la cappella ancora rossa e lucida, ma il corpo afflosciato, rassegnato all’inerzia. Sento la voce che mi esce senza controllo, come se avessi bevuto troppo: «Amica mia, mi sa che il povero Luca è arrivato al capolinea.» Elena, però, non si fa scoraggiare dalla resa fisica, anzi sembra goderne: ha quell’aria da scienziato pazzo che cerca di riportare in vita il mostro sul lettino di Frankenstein. Mi guarda con uno sguardo complice, poi si inginocchia davanti a lui e gli afferra le anche con due mani larghe, dita che scavano la carne come artigli. Senza dire una parola, infila la lingua tra le natiche di Luca, che dapprima reagisce con un brivido quasi doloroso, poi si lascia andare in una specie di abbandono felice, come un bambino che ritrova la coperta perduta.

Elena non ha pietà: lo lecca, lo spinge, gli entra dentro con la lingua come se volesse stanargli l’anima dal culo. Sento il rumore bagnato delle labbra che si incollano alla pelle, il verso soffocato che Luca emette ogni volta che sente la lingua puntuta scavargli dentro. Giorgio, accasciato, assiste con gli occhi enormi e la bocca aperta, la mano quasi istintivamente tornata a giocare con il suo cazzo, che pian piano, incredibilmente, ricomincia a gonfiarsi di vita. Non c’è niente di romantico in questa scena, niente di pulito o di poetico: è puro istinto, puro esperimento sociale tra corpi che si sono dimenticati di essere persone.
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