incesto
In viaggio con mio nipote
19.05.2026 |
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"«Imparerai a farcela» rispose lui, baciandomi la fronte con una tenerezza possessiva..."
Erano passati quasi quattro anni dall’ultima volta che io e mio nipote Alex avevamo passato del tempo insieme da soli. L’ultima volta lui era ancora un ragazzo alto e magro e un po’ timido. A vent’anni compiuti, era diventato un uomo: alto, spalle larghe, muscoli da sportivo (gioca a basket), e uno sguardo più sicuro.Questo viaggio era il mio regalo per i suoi vent’anni: una settimana a New York, solo noi due, zia e nipote.
Il primo giorno fu piacevole. Passeggiata a Brooklyn, shopping a Soho. Alex mi raccontava di se’ e parlava molto della sua esperienza all’estero.
«Zia, l’Erasmus mi ha cambiato» mi disse una sera mentre cenavamo in un piccolo ristorante a Tribeca. «Sono diventato più indipendente, ho imparato a cavarmela. E ho conosciuto una ragazza.»
Sorrisi, curiosa. «Raccontami tutto.»
Tirò fuori il cellulare e mi mostrò le foto: Lucia, una spagnola molto carina, mora con occhi scuri, corpo snello e abbronzato, sorriso contagioso. In spiaggia in bikini, che si baciavano, lei seduta sulle sue gambe.
Sentii una stretta strana allo stomaco di morbosa curiosità.
«Raccontami di lei» dissi, cercando di sembrare solo la zia interessata. «Com’è? Da quanto state insieme?»
Alex sorrise, orgoglioso. «Da quattro mesi. L’ho conosciuta a una festa all’università. È una focosa, zia. Passionale da morire. Facciamo sesso quasi tutti i giorni, a volte anche due o tre volte.»
Non riuscii a trattenere la curiosità.
«Tutti i giorni? E com’è lei a letto?» chiesi, quasi vergognandomi della domanda.
Lui rise, abbassando la voce. «Per niente timida. Le piace prendere l’iniziativa. La prima volta mi ha portato nel suo appartamento e mi ha spogliato lei. Succhia da dio, zia. Quando lo fa tiene gli occhi fissi nei miei. Mi fa venire in bocca quasi sempre.»
Deglutii. Sentii un calore tra le gambe. Pensai che non era forse il linguaggio da usare tra nipote e zia, ma ero maledettamente curiosa.
«E tu, la lecchi? Le piace?»
«Da morire. Le tengo le gambe aperte e la lecco per minuti interi, finché non trema e mi tira i capelli. Poi sale sopra di me e mentre mi cavalca mi graffia il petto. A volte mi fa mettere dietro e mi chiede di tirarle i capelli forte mentre la scopo.»
Immaginavo mio nipote con la sua ragazza così focosa, e mi sentivo invidiosa ed eccitata.
«Usate protezioni?» chiesi, vergognandomi un po’ della domanda.
«Quasi sempre. Ma qualche volta, quando è troppo eccitata, mi lascia venire dentro. Dice che le piace sentire il caldo mentre viene anche lei.»
Alex mi guardò negli occhi e non riuscii a sostenere il suo sguardo.
«Wow… sembra molto passionale» mormorai.
Alex mi guardò con un sorriso malizioso. «E tu, zia? Da quanto tempo non lo fai?»
Esitai, giocherellando con il bicchiere di vino.
«Dopo la fine del mio matrimonio con tuo zio non ho più avuto voglia di impegnarmi.»
Lui insistette, abbassando la voce. «Dai, raccontami. Non dirmi che una donna come te sta a secco. Hai qualcuno? Come fai a stare senza?»
Sospirai, un po’ a disagio ma stranamente eccitata dal suo interesse.
«Mi vedo ogni tanto con un collega di lavoro. Marco, 52 anni, divorziato. Niente di serio. Ci sentiamo, usciamo a cena una-due volte a settimana e sì, qualche volta finiamo a letto. È tranquillo, gentile, niente di folle. Non è come con Lucia, te lo assicuro.»
Alex sorrise, gli occhi che brillavano. «Quindi niente di selvaggio? Niente che ti faccia urlare?» disse con il chiaro intento di provocarmi.
«No, è tranquillo. Mi basta così.» dissi fingendo distacco.
Mentre tornavamo a piedi verso l’appartamento, Alex mi camminava vicino, troppo vicino. Le sue parole su Lucia mi risuonavano ancora in testa. E il fatto che io gli avessi confidato la mia storia con Marco avevano reso tutto ancora più intimo.
Arrivammo all’appartamento. Appena chiusi la porta, l’atmosfera diventò elettrica.
«Zia… grazie per la cena. E grazie per questo viaggio» disse piano, avvicinandosi. «mi piace poter parlare liberamente con te»
Sorrisi, cercando di mantenere la calma, ma il cuore batteva forte.
«Sono contenta che ti sia confidato. Ora vai a farti una doccia, è tardi.»
Si avvicinò sfiorandomi il braccio con le dita, per poi far scendere la mano lentamente sul fianco.
«Sai, quando mi hai raccontato di quel tuo collega Marco, mi sono immaginato cose che non dovrei. Sono quasi geloso»
Sentii un brivido. Mi spostai di lato, allontanando la sua mano con gentile fermezza.
«Alex, basta. Sono tua zia. Fermiamoci qui!»
Lui non arretrò del tutto. Mi bloccò contro il bordo del tavolo del salotto, non con forza ma con decisione. Una mano mi sfiorò la guancia, l’altra si posò sulla mia vita, attirandomi verso di sé. Sentii il suo corpo, il suo profumo.
«Solo un bacio, zia. Uno solo. Nessuno lo saprà mai.» Il suo viso si avvicinò, il respiro sulle mie labbra.
Per un‘attimo sentii l’impulso di lasciarmi andare. Gli misi entrambe le mani sul seno e lo spinsi via con decisione.
«No, Alex. Niente bacio, niente di niente. Sono seria. Sei mio nipote, ti ho visto crescere. Questo è sbagliato su tutti i livelli. Andiamo a dormire e non parliamone più.»
Lui rimase lì un attimo, gli occhi che brillavano di frustrazione e desiderio. Poi sorrise.
«Ok, zia. Come vuoi. Ma sappi che stasera sei bellissima, e che non riuscirò a smettere di pensarti.»
Si voltò e andò verso il bagno.
Lui annuì e sparì in bagno. Sentii l’acqua scorrere per diversi minuti. Mi tolsi le scarpe e mi sedetti sul divano provando a rilassarmi.
Domani tornerà tutto normale, mi ripetei chiudendo gli occhi.
Ma dentro di me sapevo che quel “normale” difficilmente sarebbe tornato.
L’acqua smise di scorrere e poco dopo la porta del bagno si aprì.
Alex uscì con solo un asciugamano bianco avvolto basso sui fianchi. I capelli bagnati gli ricadevano sulla fronte, gocce d’acqua gli scendevano sul petto ampio, sui pettorali definiti, sugli addominali scolpiti. La V dei fianchi era netta, l’asciugamano pendeva pericolosamente basso, lasciando intravedere l’inizio del pube e la linea di peli scuri. Le spalle larghe, le braccia muscolose ancora lucide d’acqua. Era bellissimo. Giovane ma anche virile e pericolosamente attraente.
Sentii un calore improvviso tra le gambe. Oddio, Angela, è tuo nipote, mi ripetei, ma gli occhi mi tradivano: indugiavano sul suo corpo giovane, sul torace, sull’asciugamano che sembrava sul punto di cadere.
Lui rimase sulla soglia, consapevole dell’effetto che stava avendo.
«Scusa, zia, il mio cambio è rimasto qui» disse con voce bassa, avvicinandosi lentamente. L’asciugamano si mosse, rivelando di più. «Fa caldo stasera, vero?»
Deglutii, il viso in fiamme. Mi alzai di scatto dal divano, cercando di non guardarlo.
«Alex, copriti. Non è il caso di girare così.» La voce mi uscì più imbarazzata di quanto volessi.
Lui fece un altro passo. Ora era a meno di un metro. Potevo sentire il profumo del suo bagnoschiuma.
«Perché? Ti metto a disagio?» Sorrise consapevole. «O ti piace quello che vedi?»
Il cuore mi batteva fortissimo. Sì, mi piaceva. Era sbagliato, era orribile, ma quel corpo giovane, forte, mi attraeva. Immaginai per un secondo quelle mani su di me, quelle spalle sotto le mie dita. Scossi la testa con forza.
«Alex, basta» dissi decisa, voltandomi di spalle e prendendo il lenzuolo per il divano letto. «Sei mio nipote. Non guardarmi così e non girare nudo davanti a me. Vai a metterti qualcosa addosso e dormi. Domani è un altro giorno.»
Lui rimase lì con l’asciugamano che gli scendeva ancora più basso sui fianchi. Sentivo il suo sguardo bruciarmi sulla pelle. Poi sospirò.
«Come vuoi, zia. Il bagno è libero, la doccia e’ a tua disposizione»
Avevo bisogno di acqua calda per calmarmi, per lavare via quella tensione che si era creata.
Entrai in bagno, chiusi la porta, mi spogliai e mi infilai sotto il getto caldo. L’acqua mi scivolava sul seno, sulla pancia, tra le gambe. Chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi.
Pochi minuti dopo sentii la porta del bagno aprirsi.
«Zia? Tutto bene?»
Sobbalzai e istintivamente mi coprii il seno con un braccio, il box doccia era trasparente.
«Alex! Che ci fai qui? Sto facendo la doccia, esci!»
«Volevo solo chiederti se ti serviva qualcosa, shampoo, sapone…» Fece una pausa. «O se vuoi che ti lavi la schiena.»
«Alex, no» risposi decisa. «Non è il caso. Sono nuda. Esci dal bagno, per favore.»
Lui rimase lì.
«Dai, zia, solo la schiena. Non guardo. Promesso. Sei tesa, lo sento dalla voce. Rilassati e lasciami fare qualcosa per te, mi piacerebbe toccarti, anche solo così.»
Una parte di me voleva dire sì. Voleva sentire quelle mani giovani e forti sulla pelle. Ma l’altra parte, quella della zia responsabile mi tratteneva dal farlo.
«No, Alex» dissi più ferma, spegnendo l’acqua. «Non insistere. È già abbastanza sbagliato che tu sia entrato mentre faccio la doccia. Esci subito. Mi asciugo e vengo fuori.»
Lo sentii sospirare.
«Ok, zia. Come vuoi. Ma sappi che se cambi idea sono qui.»
La porta si chiuse. Rimasi qualche minuto immobile, il cuore che martellava, le gambe molli. Mi asciugai in fretta, mi infilai l’accappatoio e uscii.
Alex era sul divano, in boxer. Mi guardò con un sorriso complice.
Quella notte dormii poco e male. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo Alex con quell’asciugamano basso sui fianchi. Mi alzai con la sensazione di essermi infilata in un casino.
Alex era già sveglio, preparava il caffè in cucina. Indossava una maglietta aderente e pantaloncini corti che mettevano in risalto le gambe muscolose. Mi sorrise come se niente fosse.
«Buongiorno, zia. Dormito bene?» disse con tono mellifluo.
«Abbastanza» mentii, evitando il suo sguardo. «Oggi giriamo un po’ per la città, no?»
La giornata fu un mix di bellezza e tensione costante.
A Central Park il sole era caldo. Camminavamo uno accanto all’altra. Alex non perdeva occasione.
«Zia, con questa luce sei stupenda. Quel vestito ti fascia i fianchi in un modo davvero sexy»
«Alex, smettila. Ti prego»
Lui mi prese sottobraccio.
«Che c’è? Non posso dire la verità? Ieri sera sotto la doccia ho immaginato di entrare e insaponarti tutta. Non solo la schiena.»
Mi fermai di colpo e ritrassi il braccio.
«Basta. Ti ho già detto di no. Sono tua zia, hai vent’anni, io cinquanta. Finiscila con queste fantasie.»
Al MoMA, mentre guardavamo un quadro, si mise dietro di me e mi sussurrò all’orecchio:
«Quel vestito ti fa un culo da paura quando cammini. Mi fai venire voglia di toccarti qui, adesso.» La sua mano si appoggiò sulla mia natica.
Sobbalzai e mi spostai.
«Alex, ti giuro che se continui torniamo a casa oggi stesso.»
A Times Square, tra le luci e la folla, la tensione era ancora più forte. Mi comprò un gelato e, mentre lo mangiavo, mi fissava le labbra.
«Sai come leccarlo bene»
«Smettila!» sibilai. Ma dentro di me sentivo eccitazione e senso di colpa che si mescolavano.
Per tutto il giorno continuò così: complimenti sussurrati, sfioramenti “casuali”, sguardi che mi spogliavano. Ogni volta lo tenevo a distanza, ogni volta gli ricordavo chi eravamo. Ma la mia resistenza diventava sempre più debole.
Tornammo all’appartamento nel tardo pomeriggio.
Avevo preso i biglietti per Cabaret, il musical a Broadway e dovevamo prepararci. Sapevo che quel musical aveva un’atmosfera decadente, sensuale, piena di doppi sensi. Non ero più sicura che fosse stata una buona idea scegliere proprio quello spettacolo. Comunque, era ormai tardi per tornare indietro.
Mi preparai con cura. Abito nero aderente, scollo a cuore che valorizzava il seno pieno senza essere eccessivo, gonna con spacco discreto fino a metà coscia, tacchi alti, capelli sciolti sulle spalle con onde morbide. Un filo di trucco e rossetto rosso. Mi guardai allo specchio: a cinquant’anni mi sentivo ancora bella, desiderabile.
Quando uscii dalla camera, Alex mi scrutò lentamente.
«Zia Angela, cazzo. Sei incredibile. Quel vestito ti fascia come una seconda pelle. Il seno, i fianchi, le gambe.»
Sorrisi, arrossendo. «Smettila. È solo per l’occasione.»
Durante la camminata verso il teatro non la finì più: «Hai un profumo che mi fa girare la testa», «Cammini con quei tacchi e non riesco a guardare altro», «Sei la donna più sexy di Broadway stasera». Le sue parole mi lusingavano e mi imbarazzavano.
Lo spettacolo fu ipnotico. L’atmosfera era carica di sensualità decadente. Durante Two Ladies la mano di Alex si posò sulla mia coscia, proprio. La lasciai lì qualche secondo prima di spostarla.
«Alex…» mormorai, ma la voce mi uscì bassa, quasi complice.
Lui si avvicinò all’orecchio. «mi fai impazzire.»
Dopo lo spettacolo andammo a bere qualcosa in un bar vicino. Alex aveva la gamba premuta contro la mia sotto il tavolo.
«Questo viaggio è perfetto» disse con voce calda, gli occhi fissi nei miei. «Ma sei tu il vero regalo»
«Alex, no» risposi piano, spostando la sua mano. «Siamo qui per il tuo compleanno e per visitare New York»
Uscimmo dal bar e salimmo su un taxi.
Alex si sedette vicinissimo, la sua coscia muscolosa premuta contro la mia. Posò una mano sulla mia gamba e iniziò ad accarezzarmi lentamente, risalendo dall’esterno della coscia verso l’interno.
«Alex, no» dissi immediatamente, afferrandogli il polso con forza e spostandogli la mano. «Smettila subito.»
Lui non si fece scoraggiare. La mano tornò, stavolta più decisa, infilandosi sotto il vestito e le dita sfiorarono l’interno coscia, salendo pericolosamente in alto.
«Sei così morbida e profumata» mormorò al mio orecchio, il respiro che mi solleticava il collo.
Provai a chiudere le gambe, ma lui era più forte. Insinuò le dita tra le mie cosce, premendo contro gli slip di pizzo. Sentii il suo indice strofinare lentamente su e giù lungo la mia fessura. Ero già bagnata.
«Alex, ti prego, fermati» sussurrai con voce tesa, stringendo le ginocchia e cercando di allontanargli la mano con entrambe le mie. «Smettila! Il tassista potrebbe accorgersene.»
Lui sorrise nell’ombra e continuò. Premette due dita più forte, strofinando in cerchio proprio sul clitoride attraverso il pizzo ormai umido. Con l’altra mano mi sfiorò il seno, strizzandolo attraverso il vestito, pizzicando il capezzolo che si era già inturgidito. Mi morsi il labbro per non farmi sentire.
«Lo senti, zia? Sei fradicia» sussurrò trionfante, infilando la punta di un dito sotto l’elastico degli slip e toccandomi direttamente la pelle bagnata. «La tua figa non mente.»
«Basta!» sibilai più decisa, spingendogli via la mano con forza e sistemandomi il vestito sulle gambe. Mi schiacciai contro la portiera, le cosce strette e il cuore che batteva all’impazzata. «Non osare più toccarmi»
Alex si avvicinò di nuovo, la mano che tornava sulla mia coscia, insistente. Lui provava a risalire, io che gli bloccavo il polso. Sentivo il suo cazzo duro premere contro la mia gamba attraverso i pantaloni.
«Hai cinquant’anni ma sei bagnata come una ragazzina» mormorò, facendomi irritare.
Rientrammo in appartamento. Appena chiusi la porta, lui mi spinse contro il muro.
«Alex, ti prego» dissi, guardandolo negli occhi. «Dobbiamo fermarci. È sbagliato.»
Lui mi baciò il collo, mentre abbassava la cerniera del vestito. L’abito scivolò a terra. Rimasi in reggiseno e slip di pizzo nero. Gli misi le mani sul petto cercando di allontanarlo.
«Lo sappiamo entrambi che non dovremmo, ma lo voglio lo stesso» mi disse bloccandomi i polsi sopra la testa con una mano. Con l’altra mano scendeva a sfiorarmi i seni e poi tra le gambe. Lui si accorse che ero fradicia quando infilò due dita dentro.
«Alex, ti prego… smettila!» implorai. «Non farlo, ti supplico, sei mio nipote, è sbagliato, è orribile…»
Le lacrime mi salirono agli occhi e iniziarono a scendere sbavando il trucco. Piangevo di vergogna e di desiderio.
«Ti prego… non rovinare tutto, mia sorella mi ha affidato te…»
Lui mi mise una mano grande e forte sulla bocca, premendo con decisione. Il suono mi morì in gola. Sentii tutto il suo vigore giovanile: il corpo tonico premuto contro il mio, il cazzo già durissimo che pulsava contro la mia pancia, le sue braccia forti intorno a me.
«tranquilla zia. Non urlare. Non voglio farti male, ma non riesco più a fermarmi.»
In quel momento cedetti alla sua forza e al suo desiderio. Smisi di divincolarmi. Le lacrime continuavano a scendere per la vergogna, ma il mio corpo si arrese al desiderio.
Alex mi girò contro il muro, mi abbassò gli slip e mi penetrò. Urlai contro la sua mano, un grido soffocato di dolore e piacere. Iniziò a scoparmi con spinte potenti, ritmiche, tenendomi schiacciata contro il muro. Ogni colpo mi riempiva completamente, facendomi tremare.
Mi tolse la mano dalla bocca solo per girarmi e prendermi in braccio. Mi buttò sul letto, mi aprì le gambe con forza e mi penetrò di nuovo, guardandomi negli occhi mentre piangevo.
«Oddio Alex, ti prego…» singhiozzai, mentre le mie mani gli stringevano la schiena e le unghie affondavano nella sua pelle.
Lui mi scopò con decisione, senza esitare. A vent’anni lui si sentiva padrone del mondo o per lo meno il mio padrone.
Poi stanco di quella posizione mi afferrò i fianchi e mi sollevò, mettendomi a quattro zampe. Ero completamente esposta, il culo in alto, la figa bagnata e aperta per lui. Mi sentivo vulnerabile e terribilmente eccitata.
Mi tirò i capelli con forza, avvolgendoseli intorno al pugno come redini, inarcandomi la schiena. Il dolore al cuoio capelluto mi fece gemere. Poi iniziò a schiaffeggiarmi il culo mentre mi martellava.
«Cazzo, zia… che culo perfetto» grugnì, spingendo dentro di me con colpi profondi e brutali. Ogni spinta mi faceva sobbalzare in avanti, ma lui mi teneva ferma per i capelli, obbligandomi a prendere tutto.
Mi sentivo in suo completo potere.
Non potevo scappare. Non potevo fare niente se non prenderlo. Ogni colpo del suo cazzo mi arrivava fino in fondo mentre il bruciore degli schiaffi si mescolava al piacere in un modo osceno e irresistibile.
«Ti prego… Alex… troppo forte…» singhiozzai.
Lui accelerò, tirandomi i capelli più forte. Avevo la testa piegata all’indietro e la schiena inarcata come un arco pronto a scoccare una freccia. Gli schiaffi continuavano, ritmici, sempre più forti, facendomi tremare.
«Sei mia, zia» ringhiò, martellandomi senza pietà. «Dimmi che sei mia.»
Non risposi.
«Voglio venire dentro di te, zia» ansimò, accelerando.
«No… ti prego… non dentro…» implorai debolmente mentre la figa che si contraeva intorno al suo cazzo. Le gambe mi tremavano, le braccia cedettero e finii con la faccia premuta sul materasso, il culo ancora alto, offerto a lui.
Alex non si fermò. Mi tenne così, scopandomi allo sfinimento, sempre più veloce, sempre più profondo, fino a quando grugnì come un animale e venne dentro di me. Sentii i suoi fiotti caldi, potenti, abbondanti che mi riempivano completamente.
Crollò su di me, ancora dentro, con il suo corpo pesante che mi schiacciava sul letto. Il suo seme cominciò a colarmi lungo le cosce.
Io piangevo, esausta, piena di lui.
Lui mi baciò la nuca, poi la spalla. Con un sospiro profondo si sfilò lentamente da me. Si stese al mio fianco e mi attirò contro il suo petto, una mano che mi accarezzava la schiena con una tenerezza che contrastava con la brutalità di pochi minuti prima.
«Zia Angela…» mormorò con voce bassa e roca, ancora un po’ affannata. «Guardami.»
Alzai gli occhi gonfi di lacrime. Lui mi asciugò una guancia con il pollice.
«Tutto questo, quello che è appena successo, rimarrà tra noi. Solo tra noi. Non lo saprà mai nessuno. Non mia madre, non la famiglia, nessuno. È il nostro segreto. Te lo giuro.»
Annuii debolmente, ma dentro di me tutto era un vortice.
«Alex, come possiamo? Come posso guardarti in faccia domani mattina? Come posso guardare tua madre quando torneremo a casa?» La voce mi uscì spezzata, confusa. «Sono tua zia, ti ho tenuto in braccio da piccolo, e ora mi hai appena scopata come una troia. Oddio, che ho fatto?»
Lui mi strinse più forte, baciandomi la fronte.
«Hai fatto quello che volevamo entrambi. Lo so che hai resistito, lo so che ti senti in colpa. Ma non potevamo evitarlo»
Mi morsi il labbro, nuove lacrime che scendevano.
«Sono confusa, mi sento una traditrice. E allo stesso tempo… cazzo, Alex, non mi sentivo così da anni. Mi hai fatta venire come non mi succedeva da tanto tempo. Ma questo rovinerà tutto. Se tua madre lo scoprisse… se qualcuno lo scoprisse»
Alex mi guardò negli occhi, serio, la mano che mi accarezzava i capelli.
«Per me rimani la zia Angela. La donna bellissima e sexy che mi ha sempre fatto impazzire. E sì, ora sei anche la zia che mi ha fatto impazzire di piacere. Ma nessuno lo saprà. Questo viaggio è nostro. Questi giorni sono nostri. Quando torneremo a casa, torneremo a essere zia e nipote come prima. Te lo prometto.»
Rimasi in silenzio per un lungo momento, il suo seme che continuava a colarmi fuori, il corpo dolorante e soddisfatto.
Mi baciò sulle labbra, dolcemente questa volta. Ero confusa, spaventata, piena di vergogna, eppure il mio corpo si stava già rilassando contro il suo.
Chiusi gli occhi, esausta e mi addormentai.
Mi svegliai con un sussulto la mattina dopo. La luce di New York filtrava debole dalle tende. Il corpo mi faceva male ovunque: il culo ancora bruciava per gli schiaffi, la figa era gonfia e sensibile. Alex era dietro di me, il suo corpo caldo premuto contro il mio, un braccio possessivo intorno alla mia vita.
Per un secondo sperai che fosse stato solo un incubo. Poi sentii il suo cazzo già duro spingere contro le mie natiche.
«Alex… no» mormorai con voce rauca, ancora mezza addormentata. «Ti prego… non di nuovo. Non così presto.»
Lui non rispose. Mi girò sulla schiena con facilità, come se non pesassi niente, e mi salì sopra. Il suo sguardo era famelico, determinato.
«Buongiorno, zia» sussurrò, strofinando il glande già bagnato contro le mie labbra. «Ieri sera non è bastato.»
«Alex, basta! Sono distrutta. Ti supplico…»
Non mi ascoltò. Mi afferrò i capelli con una mano e mi tirò la testa verso il basso, verso il suo cazzo duro e venoso che puntava dritto verso la mia faccia.
«Aprì la bocca» ordinò senza possibilità di rifiuto.
«Alex, no… ti prego, non così…» implorai, le lacrime che tornavano. Ma lui mi spinse la testa in avanti con decisione. Il suo cazzo mi entrò tra le labbra, con il sapore della notte precedente ancora addosso.
Iniziai a succhiarlo controvoglia, con movimenti lenti. Lui però non si accontentò. Mi tenne ferma la testa con entrambe le mani e spinse più a fondo, fino in gola.
«Più profondo, zia. Voglio sentirti tutta.»
Gemetti intorno al suo membro, cercando di respirare dal naso. Lui spinse ancora, superando il riflesso faringeo. Il suo cazzo mi invase la gola, bloccandomi il respiro. Iniziai a gorgogliare, gli occhi che lacrimavano mentre lui mi fotteva la bocca con spinte decise, controllate ma implacabili.
«Cazzo… così, brava» ringhiò, guardandomi dall’alto. «Prendilo tutto.»
Le lacrime mi scorrevano sulle guance mentre lui mi teneva la testa ferma e affondava fino alle palle. Sentivo il glande che mi premeva in fondo alla gola, i peli del pube che mi sfioravano il naso. Non potevo muovermi, non potevo respirare liberamente. Ero completamente in suo potere.
Mi lasciò respirare solo per pochi secondi, poi ricominciò, più profondo, più veloce. Il suono osceno della mia gola che veniva scopata riempiva la stanza: gorgoglii, saliva che colava, i suoi gemiti di piacere.
«Guardami mentre ti scopo in bocca» ordinò.
Alzai gli occhi umidi verso di lui, eccitata e terrorizzata allo stesso tempo. Lui accelerò, usando la mia bocca senza pietà, fino a quando non resse più.
Con un grugnito animalesco spinse fino in fondo e venne direttamente nella mia gola. Fiotti caldi, abbondanti, che mi costrinsero a deglutire tutto, tossendo e lacrimando mentre lui mi teneva ferma per non farmene perdere nemmeno una goccia.
Quando finalmente mi lasciò andare, crollai sul letto, tossendo, con il mento e il petto sporchi di saliva e del suo sperma. Respiravo a fatica, la gola dolorante.
Alex si stese accanto a me, accarezzandomi i capelli con una dolcezza crudele.
«Brava, zia» mormorò. «Questo è solo il buongiorno. Abbiamo ancora tre giorni davanti.»
Come farò a sopravvivere a questi giorni? pensai, mentre una parte malata di me già tremava per quello che sarebbe successo dopo.
Il mio telefono iniziò a vibrare sul comodino. Il nome sullo schermo mi gelò il sangue.
Sorella.
Alex, ancora nudo accanto a me, alzò un sopracciglio e sorrise.
«Rispondi» mormorò piano. «E fai la brava.»
Mi tremavano le mani. Mi pulii in fretta la faccia con il lenzuolo e risposi, cercando di controllare la voce.
«Pronto?»
«Angela! Amore, come stai? Vi state divertendo?» La voce allegra e fiduciosa di mia sorella mi colpì come uno schiaffo. «Alex mi ha mandato solo due messaggi, quel disgraziato. Dimmi tutto!»
Deglutii. Sentivo ancora il sapore del suo sperma in fondo alla gola. La figa mi pulsava, gonfia e piena del suo seme della notte prima. Il corpo mi faceva male ovunque.
«Eh… tutto bene, sorellina» risposi, cercando di suonare naturale. «New York è bellissima. Ieri siamo stati a Cabaret, uno spettacolo incredibile. Alex è entusiasta.»
«Sicura? Hai la voce un po’… strana. Come se avessi dormito poco. O… non so, sembri stanca.»
Il cuore mi balzò in gola. Alex, steso accanto a me, mi posò una mano sulla coscia nuda e la strinse, un avvertimento silenzioso.
«Sono solo un po’ stanca» dissi, forzando una risatina che suonò falsa persino alle mie orecchie. «Abbiamo camminato tantissimo ieri, sai com’è… Times Square, Central Park… e poi lo spettacolo fino a tardi. Ma stiamo benissimo, davvero. Alex è felice.»
Mia sorella esitò di nuovo.
«Angela… è tutto a posto? Non so, mi sembri… diversa. Non è che Alex ti sta dando problemi, vero? So che a volte diventa un po’ testardo. Se c’è qualcosa me lo dici, eh?»
«Tutto perfetto» risposi, la voce un filo troppo alta. «Davvero. È solo… il fuso orario, credo. E l’emozione di vedere lui così grande, così uomo.» La voce mi si incrinò appena sull’ultima parola. «Ti giuro, stai tranquilla. Ci stiamo divertendo un mondo.»
«Mmm… va bene» disse lei, poco convinta. «Però se c’è qualcosa di strano me lo dici, ok? Mi fido di te più che di chiunque altro.»
Quelle parole mi pugnalarono al centro del petto. Mi morsi il labbro fino a sentire il sapore del sangue per non scoppiare a piangere.
«Certo… ti voglio bene» riuscii a dire.
«Anch’io. Abbraccialo forte da parte mia. E divertitevi!»
Chiusi la chiamata. Il telefono mi scivolò dalle mani tremanti.
«Brava zia» sussurrò, guardandomi con occhi brillanti. «Hai recitato bene.»
Le lacrime scesero silenziose mentre Alex mi attirava di nuovo contro di sé, pronto per il secondo round della giornata.
I giorni successivi si trasformarono in una routine surreale, un doppio binario che mi stava lentamente esasperando.
Di giorno eravamo la zia affettuosa e il nipote entusiasta in vacanza. Facevamo i turisti New York: colazione con bagel e caffè in un diner vicino all’appartamento, passeggiate a Central Park mano nella mano, visite ai musei, traghetto per Staten Island, shopping a Soho. Alex scattava foto, postava storie su Instagram con didascalie innocenti (“Vacanza con la mia zia preferita”), e io sorridevo accanto a lui fingendo che tutto fosse normale.
La mattina, appena sveglia, Alex mi prendeva. A volte mi svegliava con il cazzo già in bocca, altre mi girava a quattro zampe senza dire una parola e mi scopava mentre ancora ero mezza addormentata. Mi aveva imposto di dormire nuda. «Voglio poterti accarezzare quando voglio e sentire la tua pelle» mi aveva detto la seconda mattina.
Durante il giorno le avances non si fermavano mai. In metropolitana mi palpava il culo. Al ristorante mi infilava una mano tra le cosce sotto il tavolo mentre ordinavamo. Al museo, davanti a un quadro, mi sussurrava all’orecchio cosa voleva farmi appena tornati a casa.
E quando tornavamo all’appartamento, il vero Alex non aveva più freni.
Mi sbatteva contro il muro, sul tavolo della cucina, sul divano, nella doccia. Mi scopava per ore, alternando dolcezza crudele e violenza. Mi tirava i capelli, mi schiaffeggiava il culo, mi strizzava i seni, mi costringeva a guardarlo negli occhi mentre mi scopava. E io, tra le lacrime e gli orgasmi, continuavo a ripetermi: Sono la sorella di sua madre. Tutto questo prima o poi verrà fuori.
Una sera, dopo avermi scopata a quattro zampe fino a farmi urlare, mentre ero ancora a carponi con il suo seme che mi colava lungo le cosce, mi disse come se niente fosse:
«Domani andiamo a vedere il Guggenheim. Ti va?»
Io annuii, esausta e umiliata, ormai mi sentivo sotto il suo controllo.
La vita quotidiana a New York era diventata questa routine.
Ogni mattina mi svegliavo pensando che avrei trovato la forza di fermarlo. Ogni sera mi addormentavo piena di lui, sapendo che non l’avevo trovata.
Era la sera dell’ultimo giorno di vacanza. Eravamo tornati da una lunga passeggiata a Brooklyn Heights, con quella vista mozzafiato sul ponte e sui grattacieli illuminati. Avevo cercato di mantenere le distanze tutto il giorno, e Alex era stato particolarmente tranquillo.
Appena entrammo in appartamento, mi portò in camera e mi spogliò lentamente e mi fece sdraiare sul letto.
Mi sollevò il piede destro e se lo portò alla bocca. Sentii la sua lingua scivolare lentamente sulla pianta, dal tallone fino alle dita. Leccava con avidità, succhiando ogni dito uno a uno, mordicchiando l’arco del piede.
«Hai i piedi più belli che abbia mai visto» ansimò tra una leccata e l’altra, succhiandomi l’alluce.
Alex continuò per diversi minuti, leccando, baciando, succhiando, finché i miei piedi non furono lucidi di saliva.
Poi mi aprì le gambe e si posizionò sopra di me, alla missionaria, gli occhi fissi nei miei. Entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, fino in fondo.
Iniziò a muoversi con spinte profonde, ritmiche, quasi dolci all’inizio. I nostri corpi aderivano perfettamente, pelle contro pelle. Io gli avvolsi le gambe intorno ai fianchi. Le sue spinte diventarono più forti, più possessive. Mi teneva il viso tra le mani, costringendomi a guardarlo.
«Guardami, zia» ansimò. «Guardami mentre ti scopo.»
Il piacere salì inesorabile. Gli graffiai la schiena con le unghie, lasciando segni rossi profondi dalla scapola fino ai lombi. Graffiavo con rabbia, con desiderio, con odio verso me stessa. Lui ringhiò di piacere e dolore, accelerando, martellandomi con forza.
Venni violentemente, stringendolo dentro di me, singhiozzando il suo nome. Pochi secondi dopo Alex spinse fino in fondo e venne, inondandomi con fiotti caldi e abbondanti.
Restammo così per qualche minuto, ansimanti, sudati, incollati. Poi, mentre lui era ancora dentro di me, trovai il coraggio.
«Alex, è finita» sussurrai con voce incerta. «Non possiamo più andare avanti. Domani torniamo a essere solo zia e nipote. Questo deve finire qui. Ti prego.»
Lui si irrigidì sopra di me. Sentii i suoi muscoli tendersi.
«Che cosa hai detto?»
«Ho detto che è finita» ripetei, più chiara possibile anche se la voce tremava. «Non possiamo più andare avanti. Questo deve finire qui, stanotte. Ti prego.»
Alex rimase in silenzio per qualche secondo, ancora dentro di me. Poi si sollevò sui gomiti e mi guardò. Il suo sguardo era duro, cupo, possessivo.
«No» disse semplicemente, la voce bassa e ferma. «Non è finita.»
«Alex, ti supplico…»
«No» ripeté, più deciso. Mi tenne ferma per i fianchi quando cercai di spostarmi. «Tu non decidi quando finisce. Non dopo tutto quello che abbiamo fatto.»
Le lacrime mi salirono agli occhi.
«Non ce la faccio più a fingere. Ogni volta che parlo con tua madre al telefono mi sento una traditrice. Ogni volta che sorrido nelle foto mi sento falsa. Tutto questo ci sta rovinando.»
Lui scosse la testa, il respiro ancora pesante. Mi accarezzò la guancia con il pollice, ma il gesto era carico di controllo.
«Non puoi svegliarti una mattina e dire “è finita” come se fosse una storia qualunque. Io non lo accetto.»
«Alex…»
«Shh.» Mi mise un dito sulle labbra. I suoi occhi erano intensi, quasi febbrili. «Tu mi appartieni adesso. Il tuo corpo lo sa. La tua figa lo sa. Non puoi scappare da questo. E io non ti lascerò scappare.»
Rimasi in silenzio mentre le lacrime che scendevano lungo le guance. Lui era ancora dentro di me, semi-duro, e non accennava a uscire.
«Domani mattina ci sveglieremo e continueremo come sempre» disse con una determinazione che non ammetteva repliche. «Perché è questo che siamo adesso.»
Chiusi gli occhi, esausta, sconfitta.
«Non ce la faccio…» sussurrai.
«Imparerai a farcela» rispose lui, baciandomi la fronte con una tenerezza possessiva. «Perché io non ti lascio andare.»
Rimasi immobile sotto di lui, il suo seme ancora dentro di me, il cuore pesante.
«Alex, ti prego, ragiona» continuai. «Tu hai Lucia. Lei ti ama, ti aspetta. Io ho la mia vita, il mio lavoro, ho Marco. Siamo zia e nipote. Questa cosa ci sta distruggendo. Quando torneremo a casa, come faremo? Come farò a guardare tua madre? Come farai tu a tornare da Lucia senza sentirti in colpa?»
Lui mi guardò a lungo, senza uscire da me. La sua mano mi accarezzò la guancia, ma il gesto era possessivo, non tenero.
«Lucia è lontana» rispose calmo. «È una ragazza. Bellissima, sì. Ma tu, tu sei reale. Tu sei qui. Tu mi fai sentire cose che lei non mi ha mai fatto sentire.»
Deglutii, nuove lacrime che scendevano.
«E Marco?» chiesi con voce spezzata. «Non posso buttare via tutto per questo. Per il sesso con mio nipote.»
Alex spinse leggermente i fianchi in avanti, ricordandomi che era ancora dentro di me.
«Non devi buttare via niente» disse piano, ma con una determinazione che mi spaventò. «Torneremo a casa. Tu avrai Marco, io avrò Lucia. Ma quello che c’è tra noi non finisce. Non può finire. Tu mi appartieni adesso, zia. Il tuo corpo lo sa. La tua figa lo sa ogni volta che ti riempio.»
Scossi la testa, singhiozzando piano.
«Alex, ti supplico. Dobbiamo tornare alle nostre vite. Io non sono la tua donna , non posso esserlo. Sono la sorella di tua madre. Non posso essere anche la tua amante segreta.»
Lui mi baciò la fronte, poi le labbra, con una dolcezza crudele.
«Invece lo sei già» mormorò contro la mia bocca. «E lo rimarrai. Quando saremo a casa fingeremo. Ma io ci sarò sempre per te. Perché questo non è un gioco. Questa è la nostra storia d’amore.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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