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Resurrezione di Donna - Cap. 30


di Lauretta_Stefano
08.07.2026    |    287    |    0 9.5
"Da una parte, la gratitudine e quel sentimento che per lei era un amore nascente per Riccardo..."
Verona si stava svegliando, ma dentro la villa di Riccardo Lombardi l'aria era ancora densa di silenzio e di pensieri non detti. Fabiola sedeva davanti alla scrivania di mogano, le mani posate sulle ginocchia, le dita che stringevano nervosamente la pelle della gonna. Il giorno prima era stato un vortice di emozioni, un turbine di paura, rabbia e gratitudine che ancora le pulsava nelle tempie. L'incidente con Andrea aveva lasciato un retrogusto amaro, come il vino andato a male, ma la reazione di Riccardo era stata un balsamo, una mano ferma che l'aveva tirata fuori dal baratro.
Riccardo era seduto di fronte a lei, la sua postura rilassata ma emanante quell' autorità naturale che lo caratterizzava. Indossava una camicia bianca immacolata, le maniche ripiegate con precisione sui polsini, mettendo in mostra l'orologio e gli avambracci tonici. I suoi occhi scuri erano fissi su di lei, non con giudizio, ma con una pazienza attenta, come se la vita sua e di Fabiola fosse un libro ancora da leggere e scoprire.
«Fabiola,» iniziò lui, la voce roca e calma, «abbiamo bisogno di chiudere questo capitolo prima di poter aprire il successivo. Per aiutare tuo figlio devo sapere tutto. Non tralasciare nulla, per quanto insignificante possa sembrare.»
Fabiola annuì, sentendo un nodo alla gola. Si chinò a prendere la borsa che aveva appoggiata a terra e ne estrasse un vecchio quaderno ad anelli, la copertina consumata dal tempo. Le sue mani tremavano leggermente mentre lo apriva. Erano appunti sparsi, numeri di telefono cancellati, indirizzi di case che non esistevano più, frammenti di una vita che aveva cercato di dimenticare.
«Ecco tutto quello che ho,» disse lei, la voce appena un sussurro. «L'ultima volta che ho sentito Alessandro... beh, è stato cinque anni fa, quando mi ha fatto capire che non mi voleva nella sua vita. Lo so, era solo un bambino, ma lui è sempre stato speciale, con una intelligenza fuori dal comune, e questo lo ha sempre reso più "adulto" della sua età. Non ho altre notizie, né di lui, né della famiglia di mio marito. Da quando me ne sono andata, non ho più saputo nulla, anche perché, negli ultimi anni ... beh ... non ero molto presente mentalmente.» Fabiola prese un foglio dalla borsa «... e poi c'è questo numero, ma è staccato da anni.»
Riccardo prese i fogli, le sue dita sfiorarono quelle di Fabiola in un contatto brevissimo ma elettrico. Iniziò a esaminare le informazioni, i suoi occhi scansionavano i dati con la rapidità di un computer. Fabiola lo osservava. In quel momento, la differenza d'età tra loro sembrava dissolversi, sostituita da una connessione più profonda, fatta di stima e una promessa tacita. Le venne voglia di aggirare la scrivania, di sedersi sulle sue ginocchia e seppellire il viso nel suo collo, respirando il suo profumo, ma si trattenne. Non era il momento, e forse non era il suo posto.
Riccardo sollevò lo sguardo. «Questo è un inizio, Fabiola. Ma per trovare qualcuno che non vuole essere trovato, o che è stato protetto con successo per anni, servirà tempo. E risorse.» Si appoggiò allo schienale della sedia in pelle, sfregandosi il mento. «Non illuderti che sia immediato. Dovrò usare canali discreti, persone di fiducia. Ti dico onestamente: servirà almeno un mese. Forse di più.»
Un mese. La parola risuonò nella mente di Fabiola. Trenta giorni di attesa, trenta notti in cui il pensiero di Alessandro avrebbe mangiato il suo sonno. Ma era anche una speranza concreta, non un sogno vago.
«Un mese...» ripeté lei, assorbendo il concetto. Poi, guardando Riccardo negli occhi, sentì un'ondata di gratitudine così potente da farle brillare gli occhi di lacrime trattenute. «Riccardo, io... non so come ringraziarti. Non ho modo di sdebitarmi per questo. È troppo. Ma ti darò ogni …»
Riccardo si sporse in avanti, prendendole una mano tra le sue. La sua presa era calda, solida, e lei ammutolì, perdendosi nel suo sguardo che la faceva sentire sicura.
«Non voglio ringraziamenti, Fabiola, e neppure un solo centesimo dei tuoi guadagni» disse fermamente, ma con una dolcezza che le sciolse il cuore. «Lo faccio perché te lo meriti. Hai passato l'inferno, e sei sopravvissuta con una dignità che molti non avrebbero avuto. Ti meriti un po' di quella serenità che ti è stata negata per troppo tempo. Se posso aiutarti a ritrovarla, questo è tutto ciò che conta.»
Le parole di lui risuonarono nel silenzio della stanza. Fabiola sentì il calore salirle sulle guance. In quel momento, il desiderio non era solo gratitudine. Guardò le sue labbra, il modo in cui si muovevano mentre parlava, la sicurezza nei suoi gesti. Avrebbe voluto baciarlo, non con l'urgenza del sesso, ma con la lentezza dell'amore, per fargli capire quanto significasse per lei. Ma il ricordo del suo monito sulle "illusioni" la fermò. Lui era il suo datore di lavoro, non il suo amante, non nel senso in cui lei anelava.
Si alzò di scatto, quasi urtando la sedia. «Devo... devo andare a controllare i documenti per il contratto del nuovo gestionale. Deve essere pronto per domani.» mentì, la voce incerta, perché aveva già controllato tre volte la settimana prima, ma voleva un motivo lavorativo per scappare e non correre ad abbracciarlo come un'adolescente innamorata.
Riccardo la guardò, un sorriso impercettibile che increspava le labbra. Sembrava aver capito il suo turbamento, il conflitto tra il volere e il dovere. «Va bene, Fabiola. Vai pure e ... stai tranquilla, lo troveremo.»
Fabiola uscì dall'ufficio, il cuore che batteva all'impazzata. Si fermò nel corridoio, appoggiando la fronte contro il muro freddo. Chiuse gli occhi, cercando di calmare il respiro. Si sentiva in colpa per aver pensato a sé stessa, al suo desiderio, quando in gioco c'era il futuro di suo figlio. Ma era una donna, viva, e Riccardo era un uomo che la faceva sentire ... vista.
Il giorno seguente, l'atmosfera alla villa cambiò nuovamente. Il sole era alto nel cielo quando il campanello suonò, un rintocco secco che attraversò la casa. Fabiola era nella sala da pranzo, sistemando dei fiori freschi in un vaso di cristallo. Andò ad aprire, abituata a ricevere corrieri, fornitori, anche distinti investitori amici di Riccardo, ma nulla l'aveva preparata per ciò che la attendeva.
Aprì il portone d'ingresso e rimase pietrificata.
Sulla soglia non c'era un uomo in divisa o con un vestito elegante, ma una donna che emanava potere e bellezza come un'arma. Laura Cavalli. Era più alta di Fabiola, e indossava un tailleur blu notte che esaltava il suo corpo atletico, tagliato con una precisione chirurgica per valorizzare un seno prorompente e una vita da vespa. I capelli castano chiaro, ondulati e lunghi, le incorniciavano il viso, dove occhi di un ghiaccio ipnotico fissavano Fabiola direttamente nell'anima.
Fabiola si sentì improvvisamente piccola, grezza, quasi invisibile. La pelle di Laura era perfetta, avorio e liscia, senza il bacio del sole che abbronzava Fabiola. I tacchi a spillo di Laura erano altissimi, affilati come pugnali, e quando fece un passo avanti risuonò il rumore sul marmo in modo secco, autoritario.
«Buongiorno,» disse Laura. La sua voce era suadente, un contralto vellutato che prometteva piaceri inconfessabili e pericoli mortali. «Sono Laura Cavalli. Riccardo mi aspetta.»
Fabiola riuscì a slegare la lingua. «Sì... sì, signora. Prego, entri.»
Quando Laura le passò davanti, Fabiola sentì il profumo di lei, un mix quasi etereo, gelsomino selvatico, lavanda, e qualcosa di più secco, deciso e inebriante. La guardò allontanarsi lungo il corridoio, il movimento dei fianchi ampio e sinuoso, la sicurezza nel portamento. Fabiola rimase sulla porta per un istante, sentendo un formicolio strano, una miscela di soggezione e un'attrazione sconvolgente che non aveva mai provato prima per una donna.
Si chiuse la porta alle spalle e seguì Laura a distanza, come un animale timido. Laura entrò nell'ufficio di Riccardo senza bussare, come se la casa fosse sua. Fabiola si fermò appena fuori sentendo la voce di Riccardo che si alzava, un tono più caldo, più rilassato di quanto non fosse con gli altri.
C'era qualcosa nell'aria. Una tensione elettrica. Fabiola guardò a destra e a sinistra. Il corridoio era deserto. La sua mano si posò sulla maniglia di una piccola porta a pannelli che conduceva allo sgabuzzino delle pulizie, un locale strettissimo dove tenevano scope e detersivi. Entrò e chiuse silenziosamente la porta dietro di sé.
Lo spazio era angusto, profumava di cera ed essenza alla lavanda, ma c'era una vecchia grata di ventilazione, una feritoia oblunga che dava direttamente sull'ufficio di Riccardo. Fabiola si avvicinò, trattenendo il respiro. Attraverso quella fessura, la sua visione copriva quasi tutta la scrivania e la poltrona di Riccardo.
Ciò che vide le fece venire i brividi lungo la schiena.
Laura non si era seduta sulla sedia ospite. Era salita direttamente sulla scrivania di Riccardo. Le sue gambe lunghe, incorniciate da calze di seta trasparenti, erano accavallate, il piede che oscillava ritmicamente nel vuoto. Il tacco della scarpa graffiava leggermente il legno pregiato dei cassetti. Riccardo era seduto davanti a lei, ma sembrava più piccolo, quasi rapito, pur mantenendo la sua aria controllata.
«Riccardo, caro,» stava dicendo Laura, accennando a toccarsi i capelli con un gesto languido. «È passata una vita. Mi piace quello che hai fatto con il posto, anche se tu sei sempre così... rigido.»
Riccardo sorrise, con la bocca ma non con gli occhi. «Ho i miei standard, Laura. E tu? Sempre la cacciatrice?»
«Cacciatrice? No,» lei rise, un suono profondo, vibrante. «Solo una donna che sa cosa vuole. E tu mi hai chiamato. Vuol dire che hai bisogno di me.»
Fabiola osservava, ipnotizzata. La chimica tra i due era palpabile, densa come fumo. Non era solo amicizia di vecchia data. C'era una storia lì, scritta nei loro sguardi, nel modo in cui i corpi sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro nonostante la distanza fisica. Fabiola sentì uno strano vuoto allo stomaco, una sensazione acuta che le stringeva le viscere. Era gelosia? L'idea che Riccardo avesse avuto una relazione con quella dea di ghiaccio e fuoco le faceva male. O forse era l'attrazione pura e semplice che provava guardando Laura?
Laura era bellissima in modo spaventoso. Il modo in cui il tailleur si apriva leggermente sulle cosce, la curva del seno che sfidava la gravità, il collo lungo ed elegante. Fabiola si sentì umida, un calore improvviso tra le gambe che si scontrava con il nodo freddo nello stomaco. Si strinse più vicina alla grata, il respiro affannoso.
«Sì, ho bisogno di te,» stava dicendo Riccardo, ignorando il doppio senso deliberato della frase. «Non per me. Per Fabiola.»
Il nome di Fabiola sembrò spezzare l'incantesimo per un istante. Laura alzò un sopracciglio perfetto. «Ah, Fabiola. La tua nuova... assistente. L'ho vista fuori. Carina. Molto... vivace.»
«È molto di più, Laura,» la voce di Riccardo divenne più dura, protettiva. «Ha un figlio. Un ragazzo che non vede da anni. Voglio che tu lo trovi.»
Laura scivolò dalla scrivania con una fluidità felina. Si avvicinò a Riccardo, girando attoorno alla sedia. Le sue dita scivolarono sulle spalle di lui, tracciando linee invisibili sul tessuto della giacca. Fabiola vide Riccardo irrigidirsi leggermente, ma non si mosse.
«Un figlio perduto,» mormorò Laura, il viso a pochi centimetri dall'orecchio di Riccardo. «Quanto è romantico. E tu, il cavaliere errante, ti lanci al salvataggio. Non mi aspettavo che ti invaghissi di una ragazza così tanto più giovane, Riccardo. È pericoloso per un uomo come te.»
Mentre parlava, Laura spostò una gamba. Lentamente, con una chiarezza intenzionale che bruciava attraverso la feritoia, portò il suo piede, calzato in quel tacco a spillo vertiginoso, a posarsi direttamente sull'inguine di Riccardo. Non fu un tocco casuale. Premette. Leggermente, ma con una pressione inequivocabile, proprio contro il pacco dei suoi pantaloni.
Fabiola soffocò un gemito in gola. Guardò il viso di Riccardo. La mascella che si tendeva. Laura lo stava provocando apertamente, sfidando il suo controllo.
«Non ne sono invaghito,» rispose Riccardo, la voce bassa, straniata. Le sue mani rimasero sui braccioli della sedia, le nocche bianche per lo sforzo di non afferrare la donna che lo stava toccando. «Ci tengo ad aiutarla. Ha sofferto abbastanza.»
Laura rise, un suono breve e tagliente. «Sei sempre stato un pessimo bugiardo, Riccardo. Ma va bene. Se è vero che non ne sei invaghito, se è solo un atto di carità...» scivolò più in basso con il piede, sfregando il tacco contro la cerniera dei pantaloni di lui, facendo emergere un sospiro forzato dalle labbra dell'uomo «...allora non avrai problemi a darmi la prima parte del mio pagamento. In natura.»
Le parole di Laura caddero nella stanza come una bomba. In natura. Fabiola sentì il cuore esplodere nel petto. Immaginò Laura che si inginocchiava, che apriva quella bocca carnosa, che usava quella lingua astuta su Riccardo. L'immagine fu così vivida che dovette appoggiarsi alla parete dello sgabuzzino per non cadere. Era eccitata, terribilmente eccitata, ma anche ferita. Voleva essere lei quella a toccarlo, lei a provocarlo, ma allo stesso tempo voleva essere Laura, voleva possedere quel potere, quella bellezza assoluta.
Riccardo afferrò la caviglia di Laura. Non con delicatezza, ma con decisione. Le tolse il piede da sopra le sue gambe e la spinse indietro, ristabilendo la distanza.
«No, Laura,» disse lui, la voce ferma. «Non è il luogo, né il momento.»
Laura fece un passo indietro, ma non sembrò offesa. Anzi, i suoi occhi brillarono di divertimento, come se avesse appena superato un test. «Oh, Riccardo. Sei sempre un uomo d'altri tempi.»
«Pago a lavoro finito,» continuò lui, raddrizzandosi la giacca. «E ho bisogno della tua testa, non del tuo corpo per questo. Trova Alessandro. Usa tutti i mezzi necessari. Non badare a spese. Voglio tutto, Laura. Il passato, il presente, dove vive, chi frequenta. Tutto.»
Laura si raddrizzò il tailleur, passandosi una mano sulla coscia in un gesto che sembrava voler cancellare il contatto, ma in realtà lo prolungava visivamente. Ti stupirò, lo sai. Ma ricorda, Riccardo ...» si avvicinò di nuovo, i suoi occhi di ghiaccio inchiodati sui suoi «...se insisti a voler pagare alla fine, il conto sarà molto più salato ... in tutti i sensi.»
Ammiccò, un sorriso enigmatico sulle labbra rosso fuoco, poi si voltò. I suoi tacchi batterono sul pavimento mentre usciva dall'ufficio, un ritmo deciso che si allontanava.
Fabiola rimase immobile nel buio dello sgabuzzino, il respiro ancora affannoso. Sentì la porta dell'ufficio chiudersi, poi il rumore dei passi di Laura che percorrevano il corridoio e poi svanivano. Rimase lì per minuti, incapace di muoversi.
Il corpo le tremava. La scena di cui era stata testimone l'aveva scossa fino alle fondamenta. La tensione sessuale tra Riccardo e Laura era stata un'onda d'urto, qualcosa di viscerale che andava oltre il semplice flirt. C'era una storia lì, un'intimità fatta di segreti e notti passate insieme.
E lei? Dove si collocava in tutto questo? Si sentiva come una bambina che ha sbirciato attraverso il buco della serratura di una camera da letto proibita. Si sentì sporca, ma anche viva. Molto viva.
Si passò una mano tra le gambe, sotto la gonna. La stoffa era bagnata. Non riusciva a smettere di pensare al piede di Laura su Riccardo, alla sfida, al potere. E non poteva che rivedere nella sua mente al modo in cui Riccardo l'aveva respinta, ma con molta fatica. Le sue mani erano state bianche sul bracciolo. Lui l'aveva voluta, almeno per un secondo. O forse l'aveva voluta sempre.
Uscì dallo sgabuzzino, cercando di ricomporsi. Si passò una mano tra i capelli, cercando di riordinare i ciuffi ribelli che si erano appiccicati alla fronte sudata. Tornò nell'ufficio. Riccardo era seduto alla scrivania, la testa tra le mani, i gomiti appoggiati sul piano di lavoro. Sembrava esausto.
Alzò lo sguardo quando lei entrò. Per un istante, i loro occhi si incrociarono. Fabiola si chiese se lui sapesse. Se sapesse che lei era stata lì dietro la grata, che aveva visto tutto. Il suo sguardo era impassibile, ma c'era qualcosa di nuovo, un'ombra di vergogna o forse di sfida.
«Laura se n'è andata?» chiese lui, la voce un po' rauca.
«Sì,» rispose Fabiola, la voce che le tremava leggermente. «L'ho vista uscire.»
«Bene. È ... una donna capace. Troverà Alessandro.»
Fabiola annuì, ma non riuscì a distogliere lo sguardo da lui. Vide l'uomo che la proteggeva, che la voleva aiutare, ma vide anche l'uomo che aveva quasi ceduto al fascino di Laura Cavalli. Si sentì divisa. Da una parte, la gratitudine e quel sentimento che per lei era un amore nascente per Riccardo. Dall'altra, una curiosità morbosa e un desiderio nuovo, pericoloso, per quella donna che era entrata nella loro vita come un uragano.
«Va bene,» disse Fabiola, facendo un passo indietro. «Se hai bisogno di altro ...»
«No, Fabiola. Grazie.»
Lui tornò a guardare i documenti sul tavolo, isolandosi di nuovo nel suo mondo. Fabiola uscì, chiudendo la porta con delicatezza. Mentre camminava verso la cucina, sentì ancora il calore tra le gambe e il vuoto allo stomaco. Non sapeva cosa fosse peggio: la gelosia di aver visto un'altra donna toccare l'unico uomo che le aveva dimostrato rispetto e che l'aveva accolta nel momento più buio, o la paura che l'avesse desiderata quasi quanto lui. Una cosa era certa: la vita in quella villa era diventata molto meno lineare, e inspiegabilmente più eccitante.
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