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Resurrezione di Donna - Cap. 32


di Lauretta_Stefano
10.07.2026    |    31    |    3 9.2
"Le valigie erano ancora lì, accanto alla porta, esattamente dove le aveva lasciate..."
La luce del sabato mattina filtrava attraverso le persiane della dépendance, disegnando strisce dorate sul pavimento di legno. Fabiola era seduta sul bordo del letto, gli occhi fissi sulle due valigie che aveva riempito durante la notte. Non aveva dormito. Ogni volta che chiudeva gli occhi, rivedeva il corpo di Laura che scivolava nell'acqua della piscina, le sue mani che la toccavano, la sua lingua che la esplorava. E poi il senso di colpa, acuto come una lama conficcata nel petto, che le toglieva il respiro.
Sette giorni. Sette giorni a lavorare senza sosta, a consultare fascicoli, a prendere decisioni che non sapeva di poter prendere. Aveva gestito contratti, valutato proposte, risposto a corrispondenza urgente ed imprevista, che richiedeva giudizio e polso. E ogni sera, quando il lavoro finiva e il silenzio della dépendance la avvolgeva, il ricordo di quel sabato pomeriggio in piscina tornava a galla, trascinandola sotto.
Si alzò, le gambe che tremavano leggermente. Indossava un paio di jeans aderenti e una maglietta bianca semplice, i capelli raccolti in una coda strettissima, quasi volesse punirsi fisicamente. Niente trucco. Niente maschere. Solo una donna che aspettava di essere giudicata.
Le valigie erano pronte accanto al letto. Tutto quello che possedeva, racchiuso in due borse coordinate. Aveva rifatto il letto, pulito il bagno, lasciato ogni cosa in ordine perfetto. Come se non fosse mai stata lì. Come se potesse cancellare le sue tracce e sparire senza lasciare rimpianti.
Il suono inaspettato alla porta la fece sobbalzare. Tre colpi decisi, familiari.
Il cuore le salì in gola. Sapeva chi era. Lo immaginava dal momento in cui aveva aperto gli occhi quella mattina, sapendo che lui sarebbe tornato, che l'avrebbe guardata e avrebbe visto la verità scritta sul suo viso.
«Avanti» disse, la voce appena un sussurro.
La porta si aprì, e Riccardo apparve sulla soglia. Indossava un paio di pantaloni chiari e una camicia azzurra con le maniche arrotolate sugli avambracci. I capelli sale e pepe erano pettinati all'indietro come sempre, ma c'era qualcosa di diverso nel suo viso. Un sorriso. Un sorriso genuino, aperto, che non gli aveva mai visto prima.
«Buongiorno, Fabiola» disse entrando con passo leggero. In mano reggeva diverse cartelle rilegate, i documenti che lei aveva gestito durante la sua assenza. «Dormito bene?»
Il sorriso sul suo volto fu come un pugno nello stomaco, perché era pieno, soddisfatto e con un fondo di felicità. Fabiola sentì una fitta acuta al petto, un dolore fisico che le tolse quasi la capacità di respirare. Quella fiducia, quel calore negli occhi scuri di lui, erano peggio di qualsiasi punizione avesse potuto immaginare.
«Io... sì, certo» mentì, la voce incrinata. Rimase in piedi al centro della stanza, le braccia lungo i fianchi, incapace di muoversi.
Riccardo si guardò intorno, notando le valigie accanto al letto. Il suo sorriso non vacillò. Si avvicinò al piccolo tavolo dove Fabiola aveva consumato le sue colazioni solitarie e posò le cartelle sulla superficie lucida.
«Sono rientrato questa notte, un po’ prima del previsto» iniziò, appoggiando una mano sul mucchio di documenti. «Non riuscivo a dormire, così ho pensato di dare un'occhiata al lavoro che hai fatto.» Fece una pausa, i suoi occhi che incontravano quelli di lei. «Fabiola, sei stata più brava di quanto osassi sperare.»
Lei rimase immobile, le parole di lui che le scivolavano addosso senza penetrare la nebbia del senso di colpa.
«Ci sono cose da migliorare, naturalmente» continuò Riccardo, il tono pratico, quasi da mentore. «Alcune decisioni erano un po' troppo prudenti, altre forse troppo audaci. Ma è così che si impara. Sei sulla strada giusta.»
Si aspettava che lei reagisse. Un sorriso, un cenno di gratitudine, almeno un sollievo visibile. Invece Fabiola rimase ferma, gli occhi lucidi che lo fissavano con un'espressione che non riusciva a decifrare.
Il sorriso di Riccardo si allargò, trasformandosi in qualcosa di più tenero, più penetrante. Fece il giro del tavolo e si fermò a pochi passi da lei, le mani nelle tasche dei pantaloni.
«Fabiola» disse dolcemente. «C'è qualcosa che non va. Lo vedo. Vuoi spiegarmi perché hai quello sguardo?»
Lei aprì la bocca, ma nessuna parola uscì. Le lacrime iniziarono a scendere, silenziose e inarrestabili, rigandole le guance prima che potesse fermarle. Si portò una mano al viso, come per nascondersi, ma era troppo tardi.
«Ehi» mormorò Riccardo, facendo un passo avanti. «Parlami. Qualunque cosa sia, possiamo affrontarla insieme.»
«No», sussurrò lei, la voce rotta. «No, non possiamo. Io... ho fatto le valigie. Devo andarmene.»
Indicò le valigie con un gesto tremante della mano. «Mi dispiace. Mi dispiace così tanto. Lei... io...»
Non riusciva a formulare le parole. Le frasi le morivano in gola, soffocate dai singhiozzi che iniziavano a scuoterle le spalle.
Riccardo rimase in silenzio, osservandola con calma assoluta. Non c'era impazienza nel suo sguardo, né condanna. Solo attesa.
Fabiola si costrinse a parlare, le parole che uscivano a frammenti tra le lacrime. «Laura è venuta qui. Mentre eri via. Lei... noi... è successo qualcosa. In piscina. Io non volevo, all'inizio, ma poi... non ho saputo fermarmi. Ho tradito la tua fiducia. Ho tradito tutto quello che... tutto quello che stavi costruendo per me.»
Si asciugò il viso con il dorso della mano, un gesto goffo che le bagnò la guancia. «Le valigie sono pronte. So di meritarmi il tuo disprezzo. So che non puoi più fidarti di me. Me ne andrò oggi stesso, non ti darò problemi, non chiederò nulla, io...»
La voce le si spezzò definitivamente. Si coprì il viso con entrambe le mani, le spalle che tremavano sotto il peso dei singhiozzi.
Nella stanza calò un silenzio pesante. Fabiola aspettava la sentenza, le parole che l'avrebbero cacciata via definitivamente. Secondi che sembravano ore, ore che sembravano giorni. Sentiva lo sguardo di lui su di sé, analitico, penetrante come sempre.
Poi Riccardo parlò, la voce bassa e controllata.
«Hai fatto bene a preparare le valigie.»
Fabiola alzò il viso di scatto, gli occhi spalancati tra le lacrime. Il cuore le si fermò nel petto. Era finita. Era tutto finito.
Riccardo fece una pausa deliberata, i suoi occhi scuri che brillavano di qualcosa che sembrava affettuoso divertimento, ma lei sentiva che era impossibile.
«Perché da oggi» continuò, il tono che si addolciva, «vivrai direttamente in villa. Nella camera accanto alla mia.»
Fabiola sbatté le palpebre, certa di aver capito male. Le parole di lui fluttuarono nell'aria tra loro, prive di senso.
«Come?» riuscì a dire, la voce roca.
Riccardo sorrise, un sorriso puro che illuminava il suo sguardo profondo e caldo, cancellando ogni traccia di serietà.
«Fabiola, siediti. Per favore.»
La guidò verso il letto, facendola sedere sul bordo del materasso. Lei si lasciò guidare, meccanicamente, le gambe che cedevano sotto il peso della confusione.
Riccardo prese la sedia dalla scrivania e si sedette di fronte a lei, i gomiti appoggiati alle ginocchia, lo sguardo all'altezza del suo.
«Lascia che ti spieghi alcune cose» iniziò, il tono paziente, quasi paterno. «Prima di tutto, non mi sento tradito. Nemmeno un po'.»
Fabiola scosse la testa, incredula. «Ma io... Laura e io... abbiamo...»
«Lo so» la interruppe lui con dolcezza. «So tutto. Laura mi ha chiamato la sera stessa.»
Le labbra di Fabiola si separarono, ma nessun suono ne uscì. Laura glielo aveva detto. Gli aveva raccontato ogni dettaglio di quello che era successo in piscina.
«E dopo avermi raccontato tutto, ci siamo dati appuntamento al mio ritorno. Quando sono tornato stanotte, lei è passata dalla villa» continuò Riccardo. «Abbiamo parlato a lungo. Di te, di quello che è successo, di quello che significa.»
Si alzò dalla sedia e iniziò a camminare per la piccola stanza, le mani dietro la schiena. «Laura e io ci conosciamo da una vita. Eravamo fidanzati, ai tempi della scuola. Poi ognuno ha preso la sua strada, ma siamo rimasti legati. Lei è ... diciamo che è una delle persone più importanti della mia intera vita.»
Si fermò davanti alla finestra, guardando fuori verso il giardino della villa. «Quando mia moglie è morta, Laura è stata l'unica a non trattarmi come un invalido emotivo. Non mi ha compatito, non mi ha soffocato con la sua pietà. Mi ha semplicemente... tenuto d'occhio. Assicurandosi che non facessi cazzate.»
Si voltò verso Fabiola, che lo fissava con gli occhi ancora lucidi, le mani strette in grembo.
«Laura è molto protettiva nei miei confronti. E quando dico protettiva, intendo in modo viscerale, quasi violento. Ha minacciato di ... beh diciamo di rovinare più di una donna che considerava pericolosa per me.»
Un mezzo sorriso gli comparve sulle labbra. «In questi anni, da quando mia moglie non c'è più, diverse donne hanno cercato di... avvicinarsi a me. Per i soldi, per il prestigio, per quello che potevo offrire. Laura le ha valutate tutte. E le ha scartate tutte.»
Tornò a sedersi di fronte a lei, lo sguardo intenso.
«Tu sei la prima donna, dopo mia moglie, che Laura ha accettato.»
Fabiola lo guardò a bocca aperta, incapace di elaborare le informazioni. «Ma... io ho fatto sesso con lei. Ho tradito la tua fiducia. Come può...»
«Non hai tradito nulla» la interruppe Riccardo con fermezza. «Laura non ha fatto sesso con te per sedurti o per allontanarti da me. L'ha fatto perché voleva conoscerti. Nel modo più intimo possibile. Voleva vedere chi sei davvero, quando abbassi le difese.»
Le parole di lui la colpirono come un'onda improvvisa, facendola barcollare anche da seduta.
«Mi ha raccontato tutto» continuò Riccardo. «Mi ha detto che eri terrorizzata all'inizio. Che hai cercato di resisterle. Che ti sei sentita in colpa dal primo all'ultimo momento. E questo, per lei, è stato sufficiente.»
Si sporse in avanti, gli occhi che cercavano quelli di lei. «Fabiola, Laura ha passato la vita a studiare le persone. A capire chi mente e chi dice la verità. A riconoscere i manipolatori dai sinceri. Quando mi ha detto che sei una donna genuina, che tieni davvero a me, che non stai cercando di approfittarti della mia posizione... le ho creduto. Perché se c'è una persona al mondo di cui mi fido ciecamente, quella è Laura.»
Fabiola rimase in silenzio, le lacrime che si asciugavano lentamente sulle sue guance. La realtà iniziava a farsi strada attraverso la nebbia della confusione.
«Ma... le valigie...» mormorò, indicandole con un cenno del capo.
Riccardo rise, una risata genuina che gli scosse le spalle. «Te l'ho detto. Hai fatto bene a prepararle. Perché non ne avrai più bisogno qui nella dépendance. La tua stanza in villa è già pronta.»
Si alzò e le tese la mano. «Andiamo. Voglio mostrartela.»
Fabiola esitò, lo sguardo che correva dalla sua mano tesa alle valigie accanto alla porta. Era un sogno? Un'allucinazione causata dalla mancanza di sonno?
«Fabiola» disse Riccardo, la voce bassa e calda. «Non ti sto chiedendo di sposarmi. Non ti sto chiedendo di diventare la mia amante. Ti sto chiedendo di venire a vivere nella villa, dove posso averti più vicina, dove posso insegnarti, dove potremo ... vivere ciò che sarà.»
Le sue dita si strinsero intorno a quelle di lei, tirandola gentilmente in piedi.
«Il resto verrà da sé. Se dovrà venire.»
La guidò fuori dalla dépendance, attraverso il giardino che separava la costruzione secondaria dalla villa principale. La mattina era fresca, il cielo di un azzurro intenso punteggiato di nuvole bianche. Il profumo dei gelsomini in fiore riempiva l'aria.
Fabiola lo seguì in silenzio, la mano ancora stretta nella sua, la mente che cercava di elaborare quello che stava succedendo. Era tutto così diverso da quello che aveva immaginato. Aveva previsto urla, accuse, rabbia, delusione. Non questo. Non questa accettazione calda e inaspettata.
Entrarono nella villa attraverso la porta laterale, quella che dava sul giardino. L'atrio era fresco e silenzioso, i passi di lui che risuonavano sul marmo chiaro. Fabiola notò che non la stava conducendo verso l'ufficio, né verso le aree comuni. Stava salendo le scale.
Il primo piano della villa era un corridoio lungo ed elegante, con porte che si aprivano su entrambi i lati. Riccardo la guidò verso la fine del corridoio, dove una grande finestra a bovindo affacciava sui tetti di Verona.
Si fermò davanti a una porta intarsiata, la mano sulla maniglia.
«Questa è la mia camera» disse indicando l’ultima porta alla sua sinistra. «E so che la conosci già. E questa...» Aprì la penultima porta dello stesso lato, «...è la tua.»
Fabiola entrò nella stanza, gli occhi che si adattavano alla luce morbida che filtrava dalle finestre. Era uno spazio ampio, più grande di tutta la dépendance messa insieme. Il letto era un doppio kingsize, con una testata di legno scuro intagliato a mano. Un divano di velluto verde era posizionato davanti a un camino di marmo, e due porte si aprivano su quello che sembrava un bagno privato e una cabina armadio.
Ma quello che la colpì di più fu la porta comunicante. Una porta perfettamente integrata nella parete, quasi invisibile, che collegava la sua stanza a quella di Riccardo.
«È ... bellissima» sussurrò, la voce ancora incerta.
Riccardo si appoggiò allo stipite della porta, le braccia incrociate sul petto, osservandola mentre esplorava lo spazio.
«Il bagno ha la vasca» disse indicando la prima porta. «E la doccia. La cabina armadio è quasi vuota, ma puoi riempirla con quello che vuoi, mentre l’abito che hai indossato alla cena con i francesi è già li perché è tuo. Farò in modo che tu abbia un budget per i vestiti, per le cose personali che rimarranno tue, qualunque cosa accada.»
Fabiola si voltò verso di lui, gli occhi di nuovo lucidi. «Riccardo, io non... non so cosa dire.»
«Non devi dire nulla» rispose lui con dolcezza. «Non adesso.»
Fece un passo nella stanza, fermandosi a pochi centimetri da lei. Il suo sguardo era serio, ma caldo.
«Fabiola, voglio che tu sappia una cosa. Quello che è successo tra te e Laura non mi ha turbato. Non perché non mi importi di te, ma perché... perché Laura è parte della mia vita in un modo che non posso spiegare a parole. Se lei ha scelto di condividere qualcosa con te, se ha deciso di... assaggiarti, diciamo così, allora significa che ti ha accettata. E questo, per me, vale più di qualsiasi altra cosa.»
Le sue mani si sollevarono, posandosi sulle spalle di lei con delicatezza.
«Ma c'è un'altra cosa che voglio dirti. E voglio che tu mi ascolti bene.»
Fabiola alzò il viso, incontrando i suoi occhi scuri.
«Laura mi ha detto, testuali parole: "Se te la fai scappare, ti taglio le palle, coglione".»
Un sorriso inaspettato comparve sul viso di Fabiola, mescolato alle lacrime che ancora le bagnavano le guance. Una risata le salì dal petto, incontrollabile, isterica quasi, liberatoria.
Riccardo sorrise con lei, le mani che scivolavano dalle sue spalle lungo le braccia, fino a stringerle le mani.
«Quindi vedi, non hai scelta» disse, il tono leggero nonostante la serietà delle parole. «Ormai sei in trappola. Se provi ad andartene, dovrai vedertela con Laura. E credimi, non è una donna con cui vuoi avere a che fare.»
Fabiola rise di nuovo, una risata che si mescolava al pianto, le spalle che tremavano per l'emozione accumulata. Una settimana di tormento, di notti insonni, di senso di colpa che la divorava viva. E tutto per niente. Per un malinteso che non era mai esistito.
«Io non capisco» riuscì a dire tra le lacrime e le risate. «Non capisco come puoi essere così... così calmo. Così accogliente. Dopo quello che ho fatto.»
Riccardo le lasciò le mani e si diresse verso la finestra, guardando fuori verso il giardino.
«Fabiola, quanti anni pensi che io abbia?»
Lei sbatté le palpebre, confusa dalla domanda. «Cinquanta?»
«Cinquanta» confermò lui. «E in questi cinquant'anni, ho conosciuto molte persone. Ho visto molte cose. Ho imparato a leggere le persone, quasi quanto Laura.»
Si voltò verso di lei, appoggiandosi al davanzale della finestra.
«Quando ti ho assunta, sapevo del tuo passato. Sapevo dei video, della prostituzione, di tutto. Non mi interessava. Quello che mi interessava era quello che vedevo nei tuoi occhi. La determinazione. Il desiderio di ricominciare. La capacità di soffrire e andare avanti.»
Le sue labbra si curvarono in un sorriso ironico. «Pensi davvero che una donna che ha vissuto quello che hai vissuto tu, che ha sopportato quello che hai sopportato tu, sarebbe stata capace di tradirmi con Laura per opportunismo? Non ti conosco da molto, ma abbastanza da sapere che non è nel tuo carattere.»
Fabiola abbassò lo sguardo, le mani che si stringevano l'una nell'altra.
«Mi sono sentita così in colpa» sussurrò. «Ogni notte. Ogni volta che chiudevo gli occhi. Rivedevo le sue mani su di me, la sua bocca... e pensavo a te. Alla tua delusione. A come avevo rovinato tutto.»
Riccardo attraversò la stanza, fermandosi davanti a lei. Le sue dita si posarono sotto il suo mento, sollevandole il viso finché i loro occhi non si incontrarono.
«Fabiola, guardami.»
Lei obbedì, gli occhi azzurri che incontravano quelli scuri di lui.
«Non mi hai deluso. Non mi hai tradito. E non hai rovinato nulla.»
Le sue labbra si posarono sulla sua fronte, un bacio leggero, casto, ma carico di significato.
«Quello che hai fatto con Laura... è stato tra te e lei. Fa parte di qualcosa che non posso spiegare, qualcosa che va oltre le convenzioni normali. Laura è ... libera. È sempre stata libera. E se ha scelto di condividere quella libertà con te, allora ne sono felice.»
Si ritrasse, studiando il suo viso.
«Ma questo non significa che io non voglia qualcosa da te.»
Fabiola sentì il cuore accelerare, il respiro farsi più corto.
«Voglio che tu sia onesta con me» continuò Riccardo, la voce bassa e intensa. «Sempre. Come lo sei stata prima. Se succede qualcosa, se c'è qualcosa che ti turba, se c'è qualcosa che desideri... voglio saperlo. Non voglio segreti tra noi. Non di quel tipo.»
Le sue mani si posarono sui fianchi di lei, attirandola leggermente più vicina.
«E voglio che tu sappia che questa...» indicò la stanza con un cenno del capo, «...non è una prigione. Non è una gabbia dorata. Sei libera di andartene quando vuoi. Sei libera di dire no. Sei libera di essere te stessa.»
Il pollice di lui tracciò un cerchio lento sul suo fianco, attraverso il tessuto della maglietta.
«Ma se scegli di restare... se scegli di essere parte di questa casa, della mia vita... allora fallo completamente. Senza riserve. Senza paure.»
Fabiola sentì le lacrime scendere di nuovo, ma questa volta erano diverse. Più calde. Più liberatorie.
«Non voglio andarmene» sussurrò, la voce rotta. «Non voglio lasciarti. Ero solo terrorizzata di averti perso.»
Riccardo sorrise, un sorriso che gli illuminò tutto il viso.
«Non mi perderai, Fabiola. Non per questo. Non per Laura. Non per niente del genere.»
Le sue braccia la avvolsero, attirandola in un abbraccio che era allo stesso tempo protettivo e possessivo. Fabiola affondò il viso contro il suo petto, respirando il suo profumo che sapeva di legno, cuoio, e qualcosa di fresco che non riusciva a identificare.
Rimasero così per un lungo momento, i corpi che si adattavano l'uno all'altro, i respiri che si sincronizzavano. Fabiola sentì la tensione abbandonare le sue spalle, i muscoli che si rilassavano per la prima volta in una settimana.
Poi Riccardo si ritrasse, le mani che le stringevano le spalle.
«Ora» disse, il tono più pratico, «andiamo a recuperare le tue valigie. E poi facciamo colazione. Sto morendo di fame.»
Fabiola rise, una risata genuina questa volta, che le scosse il petto. «Non hai mangiato?»
«Ero troppo impegnato a cercarti» rispose lui con un sorriso. «E a preoccuparmi di quello che avrei trovato.»
«Anch'io ho fame... ma di qualcos'altro». Gli occhi di Fabiola si fecero famelici, ma non di semplice piacere, ma di amore puro e passione senza condizionamenti, mentre un sorriso pieno di lussuria e comprensione, fece capolino sul viso di Riccardo. Lo afferrò con brama incontenibile, lo baciò con voracità animalesca e, come una furia, lo spogliò con fretta frenetica, gettandolo sul letto con violenza passionale. Poi si denudò in un attimo e si lanciò su di lui, prendendogli il cazzo in bocca con avidità disperata. Sentì quel membro possente scivolare tra le sue labbra umide, affondando con pressione decisa fino alla base, poi ritirandosi lentamente per riprendere fiato tra respiri rochi e affannosi. La punta rigida sfiorava ripetutamente la sua gola sensibile, quel gioco asfissiante che un tempo era solo una ricerca di approvazione, mentre adesso le accendeva un fuoco incontrollabile sotto la pelle, facendola fremere. La sua lingua tracciava cerchi febbrili sul dorso venato, assaporando ogni pulsazione calda, mentre le dita di lui stringevano con possesso i suoi capelli ancora raccolti nella coda di cavallo. Fabiola sentiva la sua figa completamente inzuppata mentre capiva con una lucidità inebriante, che stava succhiando un cazzo perché lo voleva davvero, perché ne aveva un bisogno viscerale. Non lo stava ingoiando per dovere, per soddisfare qualcuno che pretendeva il suo tributo. Stava succhiando quella verga perché la bramava con ogni fibra del suo corpo, perché godeva del potere che sentiva pulsare nelle sue mani e sulle sue labbra. La lingua scivolava dall'asta alle palle tese di Riccardo, accarezzandole e assaporando i fremiti che provocava, per poi tornare ad infilarselo in gola fino a soffocare, mentre il respiro si faceva affannoso. Sentiva che Riccardo era ormai al limite, la sua mano si faceva sempre più implacabile nel trattenerla con il naso premuto contro il suo ventre. Ma non voleva farlo venire così, voleva che lui la prendesse completamente, come ancora non aveva osato chiedere.
Si staccò all'improvviso, i suoi occhi azzurri fissi sul volto di Riccardo, sospeso tra lo stupore e un desiderio così crudo da sembrare quasi dolore. Con movimenti felini risalì il suo corpo, finché le sue cosce cinsero quella bocca ansante, la sua fessura umida a millimetri dalle labbra di lui. «Leccami» sussurrò, la voce rotta di comando e preghiera insieme. «Fallo come se non esistesse nient'altro.»
La lingua di Riccardo la trovò senza esitazione, esperta e vorace, un assalto di sensazioni che le serrò le dita nei capelli di lui. Ma Fabiola bramava oltre, e con un impercettibile spostamento del bacino offrì il suo buchetto a quella bocca insaziabile. «Preparami» ansimò, le parole che le uscivano a fatica tra i gemiti. «Ti voglio lì, tutto dentro.»
Riccardo gemette contro di lei, la sua lingua che si insinuava, leccava, apriva con una determinazione che le mozzava il respiro. Poi tornò alla sua fessura mentre un dito, nudo e deciso, le penetrava il culo reclamando possesso. Non era gentilezza, era conquista ; due dita, tre, e Fabiola sentiva la sua carne cedere, aprirsi, inondarsi di un umido sempre più denso mentre quella lingua sul suo clitoride le scomponeva ogni resistenza. Era lì, sull'orlo, pronta a cadere, ma Riccardo, con un istinto che rispecchiava il suo stesso gioco precedente, la sollevò con forza, la rovesciò sul letto, il culo offerto al cielo. C'era decisione in quel gesto, ma non la brutalità che conosceva: solo promessa.
Riccardo, con una forza che celava un'amorevole delicatezza, la sollevò abbastanza da infilare un cuscino sotto il suo ventre. Ora il suo corpo si offriva come altare, dono sacrificale al piacere più estremo. Riccardo tornò a leccarla avidamente, trasferendo il nettare colante dalla sua figa al culo, per lubrificarlo, per prepararlo ancora di più e, poi... la punta del suo cazzo pulsante era pronta a prenderla, ad entrare dentro di lei. «Ti prego, prendimi senza timore, sfondami, fammi completamente tua, diventa completamente mio.»
Fabiola sussultò e il respiro le si mozzò nel petto, assalita da quella magnifica invasione che le dilatava il culo. Quel cazzo avanzava inesorabile, potente e possessivo, e lei sentì ogni vena pulsante, ogni centimetro di quella carne che la riempiva fino all'orlo. Mai nessuna penetrazione le aveva donato quel piacere estremo, quella sensazione di pienezza assoluta, quel sentirsi finalmente completa. Non era più un concedersi, ma un prendere con avidità, un fare proprio quel piacere condiviso che li travolgeva entrambi.
Riccardo la stava prendendo da dietro, la montava con crescente ferocia, i fianchi che sbattevano contro il suo culo teso con ritmi sempre più forsennati, mentre le sue mani, quelle stesse mani abituate a contratti milionari, scivolavano con possessiva lentezza lungo i fianchi di lei, afferrando con decisione il piccolo seno che palpitava sotto le sue dita, con la pelle che bruciava al contatto. Il suo cazzo, ormai pietra viva, gonfio di sangue e desiderio, scendeva in lei fino a raggiungere profondità mai sondate, fino a quel punto che le fece drizzare la schiena, un grido roco che le spezzò il fiato mentre la sua figa, ah, quella figa traditrice, si contraeva inondandosi di un piacere liquido, viscoso, incontenibile. Ma fu il respiro di lui, quell'ansimare rotto, quella voce ridotta a un rantolo che la spezzò del tutto. Le parole che le colarono nell'orecchio erano come cera fusa: «Ho sognato ogni notte, ogni maledetta notte, questo culo perfetto, ma volevo ... Cristo, volevo che fossi tu a bramarmi qui, a chiedermelo, a supplicarmi.»
Lacrime, non di dolore, mai più quelle, iniziarono a solcare il volto di Fabiola, salmastre e calde sulle guance. Per la prima volta, dopo una vita di uomini che prendevano, che usavano, che gettavano, qualcuno aveva scelto l'attesa, aveva sopportato il desiderio pur di custodire la sua dignità. Quella confessione, anche mentre il suo cazzo la martellava con foga animalesca, anche mentre le dita le stringevano i fianchi senza lasciare lividi, le aveva rivelato un uomo capace di vedere lei, Fabiola, non solo il corpo che offriva. «Riccardo», la voce le uscì spezzata, trasformata in qualcosa di primordiale, «sfondami, prendi tutto quello che sono, e dio mio, sì ... riempimi del nostro piacere.»
Il grido gutturale di Riccardo squarciò l'aria della stanza mentre la sua sborra calda e densa inondava Fabiola con violenza. Il primo getto le colpì il fondo del suo culo con tale potenza che lei percepì ogni singolo battito di quel piacere liquido. Quel calore si propagò come un incendio nelle sue viscere, annientando ogni residuo controllo e liberando un orgasmo devastante che la fece spruzzare con una intensità mai provata. Fabiola sentiva il corpo squassato da spasmi incontrollabili mentre Riccardo la penetrava con frenesia convulsa, scaricando dentro di lei tutta la sete e la fame accumulata in quell’attesa appena confessata. Le loro grida si affievolirono gradualmente, lasciando spazio a respiri affannosi che si mescolarono a sorrisi soddisfatti, quelli che nascono solo da un piacere totale e condiviso.
Riccardo giaceva sopra Fabiola, senza schiacciarla, senza prevaricarla, ma semplicemente assaporando quella dolce estasi ancestrale. Il suo respiro caldo solleticava il suo collo, mentre una mano le accarezzava il fianco con tocchi lenti e teneri. Piccoli baci delicati sulle spalle provocavano brividi leggeri a Fabiola, che aveva la mente finalmente libera. Non pensava più se fosse stata abbastanza, se gli avesse dato abbastanza piacere, se fosse stata all'altezza. Assaporava semplicemente quella quiete preziosa dopo la tempesta di desiderio e passione, sentendosi amata e protetta.
Riccardo ruppe il silenzio per primo, con un sorriso dolce, mentre i loro corpi ancora vibravano dell'intimità condivisa: "Adesso possiamo andare a fare colazione?". Entrambi scoppiarono a ridere, di una risata libera, sincera, come se entrambi fossero assolutamente certi che quello era solo l'inizio, il vero inizio di qualcosa di grande, inaspettato e prezioso.
Riccardo la guidò fuori dalla stanza, lungo il corridoio, giù per le scale. Attraversarono l'atrio e uscirono nel giardino, diretti verso la dépendance.
Le valigie erano ancora lì, accanto alla porta, esattamente dove le aveva lasciate. Fabiola le guardò con occhi diversi ora. Non erano più il simbolo della sua espulsione, ma della sua liberazione. Non doveva più scappare. Non doveva più nascondersi.
Riccardo sollevò entrambe le valigie senza sforzo, una in ogni mano.
«Andiamo» disse, avviandosi verso la villa. «E mentre facciamo colazione, voglio sentire tutto di questa settimana. Come hai preso ogni decisione, come hai affrontato ogni problema che hai risolto. Voglio sapere tutto.»
Fabiola lo seguì, il passo leggero nonostante la stanchezza accumulata. Il sole era più alto ora, e il giardino risplendeva di colori vividi. I gelsomini profumavano l'aria, e da qualche parte, in lontananza, si sentiva il canto di un uccello.
Mentre attraversavano il prato, diretti verso la villa, il telefono di Riccardo squillò. Lui si fermò, posando le valigie sull'erba, e tirò fuori il cellulare dalla tasca.
«È Laura» disse, guardando lo schermo. Un sorriso gli incurvò le labbra. «Vuoi rispondere tu?»
Fabiola sbarrò gli occhi. «Cosa? No! Io non... non posso...»
Riccardo rise, portandosi il telefono all'orecchio. «Pronto?»
Una pausa, durante la quale Fabiola poteva sentire la voce di Laura all'altro capo, anche se non riusciva a distinguere le parole.
«Sì, è qui con me» disse Riccardo, gli occhi che brillavano di divertimento mentre guardava Fabiola. «Sì, le ho mostrato la stanza. No, non è scappata.»
Un'altra pausa.
«Sì, glielo dico.» Abbassò il telefono, coprendo il microfono con la mano. «Vuole parlarti.»
Fabiola scosse la testa, indietreggiando di un passo. «Riccardo, io non...»
Lui le tese il telefono, il sorriso che si allargava. «Fabiola. Rispondi.»
Lei prese il telefono con mano tremante, portandolo all'orecchio. «Pronto?»
«Ciao, piccola» disse la voce di Laura, calda e vellutata attraverso la linea. «Come ti senti?»
Fabiola sentì un brivido correrle lungo la schiena al suono di quella voce. Ricordava fin troppo bene come quella voce le aveva sussurrato all'orecchio in piscina, come le aveva dato ordini a cui lei aveva obbedito senza esitazione.
«Io... bene» rispose, la voce incerta. «Credo.»
«Bene» disse Laura, il tono soddisfatto. «Riccardo ti ha spiegato tutto?»
«Sì.»
«E sei ancora lì? Non ti ha cacciata per il tuo tradimento?»
Fabiola guardò Riccardo, che la osservava con espressione divertita. «No. Non ... tutt'altro.»
«Ottimo» disse Laura, e Fabiola poteva quasi vedere il suo sorriso attraverso il telefono. «Allora ci vediamo presto. Ho alcune cose da discutere con te. E con Riccardo.»
«Cose?» chiese Fabiola, la tensione che risaliva.
«Niente di cui preoccuparsi» rispose Laura, il tono leggero. «Solo... piani. Per il futuro.»
La linea si interruppe prima che Fabiola potesse chiedere altro. Abbassò il telefono, fissando lo schermo con espressione confusa.
Riccardo le riprese il telefono, infilandolo in tasca. «Cosa voleva?»
«Non lo so» rispose Fabiola lentamente. «Ha detto che ha piani. Per il futuro.»
Riccardo rise, un suono profondo e genuino. «Con Laura è sempre così. Quella donna pianifica tutto. È uno dei motivi per cui le voglio bene.»
Riprese le valigie e si avviò verso la villa. Fabiola lo seguì, la mente che correva e ripercorreva all'infinito le ultime due ore, i suoi dubbi, la felicità che provava.
Mentre entravano nell'atrio fresco, Riccardo si voltò verso di lei.
«Fabiola, una cosa ancora.»
Lei si fermò, guardandolo con attenzione.
«Quello che è successo con Laura... non deve necessariamente essere un evento isolato. Se lei vuole continuare a ... vederti... e se tu vuoi vederla...»
Lasciò la frase in sospeso, gli occhi che cercavano i suoi.
Fabiola sentì le guance scaldarsi. «Stai dicendo che...»
«Sto dicendo che Laura è parte della mia vita. E se tu sei parte della mia vita, allora sei parte anche della sua. In qualunque modo questo si manifesti.»
Le sue labbra si curvarono in un sorriso enigmatico.
«Ma ne parliamo dopo. Ora ... colazione. Muoio.»
Si avviò verso la cucina, lasciando Fabiola nell'atrio, le valigie ai suoi piedi, la mente che cercava di elaborare tutto, con razionalità, inutilmente.
La villa era silenziosa intorno a lei, i raggi di sole che attraversavano le finestre e disegnavano pattern sul marmo del pavimento. Da qualche parte, in lontananza, sentì il rumore di una porta che si chiudeva, seguito dal suono di pentole che sbattevano.
Fabiola si guardò intorno, osservando l'atrio con occhi nuovi. Non era più una dipendente che viveva nella dépendance. Era qualcosa di più ora. Qualcosa che non aveva ancora un nome, ma che sentiva nelle ossa.
Abbandonò le valigie e si avviò verso la cucina, dove Riccardo la aspettava. Il futuro era ancora incerto, pieno di domande senza risposta, ma con la consapevolezza che, qualsiasi cosa quel futuro le avrebbe riservato, non avrebbe più ceduto alla paura di non essere abbastanza.
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