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Barista Sottomessa 26 – Un vassoio di tette


di MarquisDeLaPhoenix
01.08.2026    |    923    |    0 9.6
"» Lui le diede un’ultima stretta forte, facendola gemere, poi le sistemò la camicetta aperta sopra il disastro che aveva creato, lasciando i seni semi-scoperti e le mollette visibili sotto il..."
Sara aveva appena spento le luci principali del bar. Erano le undici e quaranta. Indossava ancora la camicetta bianca semi-trasparente, i primi bottoni aperti, e la gonna nera cortissima. Sotto non portava reggiseno: i seni sodi e pesanti si muovevano liberi a ogni passo, i capezzoli già duri per l’attesa.
La porta sul retro scattò. Lui entrò con una valigetta nera e lo sguardo che conosceva troppo bene.
«Stasera lavoriamo solo sulle tue tette, puttanella. Voglio sentire quanto resistono.»
Sara deglutì, già bagnata. «Sì, Padrone.»
La spinse contro il bancone, le strappò la camicetta senza sbottonarla e gliela lasciò aperta. I seni pieni e sodi emersero, la pelle chiara, i capezzoli scuri e turgidi. Lui li afferrò con entrambe le mani e strinse forte, affondando le dita nella carne morbida fino a farle gemere.
Poi abbassò la testa e le morse.
Non un morso leggero. Affondò i denti intorno al capezzolo sinistro, stringendo fino a lasciare il segno netto dei denti. Sara urlò, la schiena che si inarcò. Lui non mollò. Succhiò con forza, tirando la carne, mentre i denti rimanevano conficcati. Quando staccò la bocca, il capezzolo era rosso vivo, gonfio, con l’impronta chiara dei denti. Passò all’altro e fece lo stesso, ancora più forte. Sara piangeva già di dolore e di eccitazione, le cosce strette.
«Brava. Adesso ti mungo.»
Aprì la valigetta. Ne uscì un piccolo aspiralatte elettrico da stalla, di quelli usati per le mucche, con due coppe di plastica trasparente e un motore potente. Collegò i tubi, accese l’apparecchio a intensità media e avvicinò le coppe ai suoi seni.
Il vuoto la risucchiò con violenza. I capezzoli e l’areola intera vennero risucchiati dentro le coppe, stirati, tirati in fuori. Sara gridò, aggrappandosi al bancone. L’aspirazione era costante, ritmica, crudele. I seni si gonfiarono ulteriormente, la pelle tesa, i capezzoli allungati e violacei dentro la plastica trasparente. Lui aumentò la potenza. Il motore ruggì più forte. Sara sentiva come se le tette stessero per essere strappate via. Le ginocchia le tremavano.
Dopo diversi minuti le tolse le coppe. I capezzoli erano enormi, scuri, pulsanti, lucidi di saliva e di un leggero liquido trasparente che ne usciva. Lui li prese tra le dita e li punzecchiò con una sottile siringa senza ago, solo la punta metallica. Piccole punture rapide, precise, intorno all’areola e direttamente sui capezzoli. Sara singhiozzava a ogni puntura, il corpo scosso da brividi.
Poi arrivarono le mollette.
Ne prese una dozzina di quelle da bucato, di legno robusto con molla forte. Ne fissò quattro su ogni seno, due sull’areola e due direttamente sui capezzoli gonfi. Il dolore fu secco, bruciante. Sara digrignò i denti. Lui non si fermò. Alle mollette dei capezzoli attaccò dei pesetti di metallo da cinquanta grammi ciascuno, facendoli dondolare. Ogni movimento li faceva tirare verso il basso, stirando i capezzoli già martoriati.
«Cammina.»
Sara obbedì. Fece il giro del bancone a passi corti e rigidi. I pesi dondolavano, tiravano, facevano male. Ogni passo era una tortura. Lui la osservava soddisfatto, poi premette un tasto sul telefono.
Le due mollette principali sui capezzoli cominciarono a vibrare. Prima piano, poi sempre più forte. Erano mollette vibranti speciali, collegate a un telecomando. L’intensità saliva e scendeva a suo piacimento. Quando alzava al massimo, Sara doveva aggrapparsi al bancone per non crollare, i seni che sobbalzavano, i pesi che oscillavano, le vibrazioni che le arrivavano dritto al basso ventre.
Lui si avvicinò di nuovo, le afferrò i seni martoriati e li strinse mentre le mollette vibravano al massimo. La morse di nuovo, questa volta sulla parte superiore del seno, lasciando altri segni rossi. Poi le succhiò i capezzoli ancora prigionieri delle mollette, tirando con i denti nonostante i pesi.
Sara venne in piedi, senza che nessuno le toccasse tra le gambe. Un orgasmo lungo, doloroso, umiliante, mentre i seni le pulsavano di agonia e piacere mescolati. Il liquido le colò lungo le cosce.
Lui abbassò le vibrazioni, ma non tolse nulla. Lasciò le mollette, i pesi e i segni dei morsi e delle punture.
«Resta così fino alla chiusura di domani. Lavorerai con le tette marchiate, strette e cariche. Ogni volta che servirai un caffè, sentirai i pesi. Ogni volta che ti chino, le mollette tireranno. E quando vorrò…» premette di nuovo il telecomando e le vibrazioni esplosero al massimo per dieci secondi «…ti farò venire davanti a tutti senza che possano capire perché.»
Sara, ansimante, con i seni violacei, gonfi, pieni di segni e di mollette, alzò lo sguardo lucido.
«Sì, Padrone… le mie tette sono tue. Martoriale quanto vuoi. Sono la tua puttana. Usale.»
Lui le diede un’ultima stretta forte, facendola gemere, poi le sistemò la camicetta aperta sopra il disastro che aveva creato, lasciando i seni semi-scoperti e le mollette visibili sotto il tessuto sottile.
«Domani sera alzeremo ancora il livello. Forse ti mungerò mentre servi. O forse ti farò portare pesi più pesanti.»
Sara annuì, le gambe molli, il fuoco tra le cosce e il dolore dolce e costante sui seni.
«Ti aspetto, Padrone.»
E mentre lui usciva, lei rimase appoggiata al bancone, sentendo ogni singolo peso dondolare, ogni molletta mordere, ogni segno bruciare.
Le sue tette non erano più solo sue.
Erano diventate un altro strumento nelle mani del suo Padrone.
E non poteva essere più felice.
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